Racconto LA GRU E I PESCI

Racconto LA GRU E  I PESCI

Una volta, in India, vi fu un’estate caldissima. In una foresta vi erano due stagni, uno grande e l’altro piccolo; nel piccolo vivevano numerosissimi pesci e sul grande sbocciavano innumerevoli fiori di loto. Con la calura il piccolo stagno rimase quasi a secco; mentre le acque dello stagno grande, che i loti con le loro foglie proteggevano dal sole, restavano abbondanti e fresche.

Una gru venne a passare fra i due stagni, vide i pesci e si soffermò a meditare, ritta su una zampa sola. “Quei pesci” pensava, “sarebbero per me dei bocconcini prelibati. Se li assalissi bruscamente, sono agili e mi sfuggirebbero… sarà meglio che giochi d’astuzia…”

In quella un pesciolino mise il muso fuor d’acqua e chiese alla gru: – Che cosa stai meditando, venerabile uccello? –

– Medito sulla tristezza della tua sorte e di quella dei tuoi fratelli –

– Che vuoi mai dire? –

– Voi soffrite nelle acque troppo basse, infelici! E di giorno in giorno il caldo aumenta, e se lo stagno rimane a secco, che farete mai? Dovrete perire tutti miseramente, poveri pesciolini! Ah, davvero che il cuore mi si serra, se ci penso… –

Il pesciolino e i suoi fratelli si sentirono assai turbati dalle parole della gru e le chiesero con angoscia: – Venerabile uccello, non conosceresti un mezzo per salvarci? –

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Racconto LA LUNA E LA GRU

Racconto LA LUNA E LA GRU

I Pellirosse raccontano che nel tempo dei tempi, prima ancora che ci fossero uomini sulla terra, gli animali erano più grandi, più forti e più saggi di quanto sono ora. Potevano servirsi delle loro zampe come gli uomini si servono delle loro mani e compiere molte cose che neppure gli uomini ora possono compiere. In quei giorni lontani, i rami, i bastoni e le pietre erano pure vive.

Quando un animale tentava di raccattare dal suolo un bastoncino, un ramoscello caduto, questo si ribellava e picchiava la povera bestia finchè essa non lo mollava. Così, se un animale tentava di raccogliere una pietra, la pietra si metteva a colpirlo finchè esso non la lasciava nuovamente cadere al suolo. Perciò gli animali non potevano fabbricarsi nè frecce nè archi; perchè le pietre e i bastoni non volevano essere foggiati in tal guisa.

La Luna era molto spiacente per gli animali e tentò di aiutarli. Una notte che ella filtrava i suoi raggi attraverso il fogliame di una foresta, vide una gru che picchiava col capo contro il ramo di un albero.

– Che stai facendo? – chiese la Luna.

– Sto cercando di spezzare questo ramo per farne una canna da pesca – rispose la gru, – vorrei pescare qualche pesce nel fiume, per cena… –

– Perchè non spezzi il ramo con una grossa pietra? –

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Racconto LE PIUME DEL CORVO

Racconto LE PIUME DEL CORVO per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

Nel tempo dei tempi, il corvo aveva le penne bianche. Avvenne che un giorno esso propose alla cicogna una gara per vedere chi dei due avrebbe volato più alto. La cicogna accettò ed entrambi si slanciarono nell’aria. Il corvo con volo impetuoso salì altissimo e giunse così vicino al sole che le sue piume bruciarono e diventarono tutte nere. Spaventata, la cicogna presto presto ridiscese e preferì perdere la gara piuttosto che annerire.

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Leggenda polacca L’USIGNOLO E LA CORNACCHIA

Leggenda polacca L’USIGNOLO E LA CORNACCHIA

Wesna, dea della Primavera,  aveva un terribile nemico: il gigante Kuskaia. Forte, violentissimo e implacabile, da anni, da lustri, da secoli Kuskaia perseguitava la dea leggiadra e gentile, la signora dei campi verdi e delle foreste gioconde. Wesna cercava di sottrarsi al suo odio irragionevole, nascondendosi nelle caverne, distendendosi tra gli arbusti di ginepro, sul muschio folto e morbido delle selve. Ma doveva, povera dea perseguitata, vegliare di continuo, ascoltare attentissima i rumori più lievi, essere pronta, di continuo, alla fuga. Perciò, meschinella, aveva sempre sonno e le sue palpebre, qualche volta, pesavano più del piombo.

Ma una notte di giugno, assai dolce, una notte carica di profumo e di tiepido silenzio, la Dea capì di non poter vincere la stanchezza.

Pregò allora una cornacchia e un usignolo di vegliare per lei, e se si fosse presentato un pericolo, di avvertirla col loro cinguettio. In quell’epoca lontana lontana nel tempo, gli uccelli, tutti gli uccelli, avevano su per giù voce identica.

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FAVOLA Rambè e Ambè

FAVOLA Rambè e Ambè

Nella lontana misteriosa terra del Tibet c’era una volta un gatto che viveva in un tempio infestato dai topi. Per molti anni il gatto aveva potuto catturare topi a volontà, conducendo una vita beata e tranquilla.

Ma col passare del tempo diventò vecchio e torpido e si accorse che non riusciva più a catturare i topi con tanta facilità. Non era più abbastanza veloce, e i topi si dileguavano prima che egli saltasse loro addosso.

Il gatto tuttavia era una creatura astuta, e pensò: “Se non posso più procurarmi la preda con la prontezza dei movimenti, lo farò con la prontezza dell’ingegno”.

Un giorno convocò tutti i topi per un colloquio.  I topi uscirono prudenti dai loro buchi, naso e coda vibranti, perchè non si fidavano del gatto. Ma il gatto promise di non far loro alcun male.

Poi disse: “Vi ho tutti convocati qui perchè ho qualcosa di importante da comunicarvi. Fino ad oggi ho condotto una vita poco lodevole, ma ora che sono vecchio mi pento dei danni e dei guai che vi ho arrecato. D’ora in poi tutto cambierà: ho deciso di dedicarmi alla meditazione religiosa e non vi darò più fastidio. Potete girare liberamente senza alcun timore” e fece una pausa.

“Tutto ciò che vi chiedo” soggiunse, “è che due volte al giorno voi passiate in fila davanti a me e vi prostriate in segno di gratitudine per il mio buon cuore”.

All’udire un simile discorso da parte del vecchio nemico, i topi furono sopraffatti dalla felicità, e promisero prontamente di fare come egli chiedeva. Caspita! Valeva ben la pena di umiliarsi davanti al gatto per potersi muovere liberamente!

Secondo gli accordi, quella sera il gatto venne a mettersi su un cuscino a un estremo della più grande stanza del tempio, e i topi, che avevano passato la giornata correndo liberamente attorno, cominciarono a sfilargli davanti uno dopo l’altro, inchinandosi profondamente.

Bene, ascoltate adesso qual era il piano del gatto: lasciò passare tutta la processione, ma quando fu il turno dell’ultimo topolino, fece un balzo e, afferrandolo tra le zampe, lo divorò. Nessuno di quelli che erano già passati se ne accorse.

Così andò avanti per qualche tempo. Due volte al giorno i topi passavano in fila davanti al gatto per attestare la loro riconoscenza, e due volte al giorno il gatto saltava sull’ultimo della fila e lo mangiava.

“E’ molto più facile che andare a caccia!” sogghignava il gatto pieno di sè.

Ora fra i topi che vivevano al tempio c’erano due fratelli di nome Ambè e Rambè, che erano più intelligenti degli altri. Ben presto essi si accorsero che il numero di topi nel tempio sembrava diminuire sensibilmente, sebbene il gatto avesse promesso di non molestarli più, e cominciarono a sospettare che il gatto facesse un gioco sleale. Così architettarono un piano astuto: decisero che nei giorni successivi Rambè avrebbe sempre marciato in testa alla processione dei topi, e Ambè in coda. Durante tutta la processione, Rambè avrebbe chiamato Ambè, e Ambè avrebbe risposto: così sarebbero stati certi che il numero di topi rimaneva invariato.

La sera dopo, dunque, la processione si incamminò con Rambè in testa e Ambè in coda. Subito dopo la genuflessione Rambè squittì sonoramente: “Sei ancora lì, fratello Ambè?”

E dal fondo della processione Ambè squittì di rimando: “Ci sono ancora, fratello Rambè!”

Così continuarono a chiamarsi l’un l’altro finchè Ambè non fu passato sano e salvo davanti al gatto… il quale non aveva osato saltare su di lui mentre il fratello continuava a chiamarlo.

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Favola Il concorso

Favola Il concorso

Una volta il re degli animali bandì un concorso che diceva: “L’animale che avrà saputo costruirsi la miglior casa, sarà nominato architetto e dichiarato vincitore del grande concorso”.

I galli dalla gran voce, le scimmie urlatrici, gli asini dai ragli sonori, gli elefanti coi loro potenti barriti si fecero banditori e portarono l’annuncio in ogni parte della terra: fra le foreste vergini dei paesi caldissimi, fra i ghiacci del polo, nelle terre selvagge  e nelle zone popolate anche dagli uomini.

Così, nel giorno fissato, tutti gli animali si riunirono in una vastissima pianura e lottarono fra di loro per prendersi un posto in prima fila.

Finalmente giunse il venerabile vecchio leone, re degli animali. Tutti fecero silenzio, per rispetto, pur continuando a sospingersi, come certi scolaretti  davanti al maestro.

“Eccovi qui” egli disse lento e grave, “tutti radunati davanti a me. Mi compiaccio; fra di voi vi è certo colui che sarà proclamato vincitore, colui che ha dimostrato più intelligenza e operosità nella costruzione della sua casa. Certo non è tra gli animali domestici; anzi, mi stupisce di vederli qui”.

Un mormorio di vittoria e di scherno corse tra i selvatici: “Visto? L’avevamo detto, noi! Fuori i venduti! Non li vogliamo!”

“Essi hanno intelligenza e virtù, miei cari” aggiunse il leone, “Ma non possono concorrere. Quel cavallino morello ha una scuderia tutta per sè, fatta in legno e muratura, più bella di tante case degli uomini…”

“Oh…”

“E vive come se fosse un signore, nutrito e strigliato… Ma la scuderia non l’ha fatta lui! Così quella mucca grassa, potrà vantarsi della sua stalla moderna, ma lei non ha fatto che la fatica di occuparla… Il signor Crestarossa col suo corteo di galline e lo stuolo delle amiche oche e anitre, ha un pollaio modello. Ma chi l’ha costruito?”

“L’uomo!” urlano i selvatici.

“No no, miei cari domestici! Noi non prendiamo in considerazione che il lavoro fatto con le proprie zampe. Si facciano avanti i veri concorrenti!”

Tutti lasciarono il passo alle belve. Si fecero innanzi la tigre, la pantera, il leopardo, il giaguaro, il lupo; a quattro passi di distanza li seguivano la iena e lo sciacallo, umili, a coda bassa, pronti a fuggire al primo ringhio. Presentarono modelli di covili, fra alte erbe secche e rocce. Non erano molto belli, parevano piuttosto scuri e puzzavano di selvatico.

“Fratelli”, disse il leone, “I nostri covili di belve saranno sicuri, ma non sono modelli di bellezza e comodità. Lasciate avanzare gli altri”.

Si presentarono cervi, elefanti, gazzelle, zebre, giraffe, coi modelli delle loro case nei boschi. Il re scuoteva la testa.

Si udirono alcuni potenti sibili: giungevano i serpenti.

“Ammirate le nostre case ben nascoste nella terra, sotto le pietre calde!” disse uno di essi fissando il popolo delle bestie, che non osava tirare il fiato.

Il vocione del coccodrillo si levò di fianco: “I miei cugini serpenti avrebbero delle buone tane, se fossero un po’ più umide. Venite a provare la mia nel letto fangoso del fiume!”

“No, no!” brontolarono divertiti gli altri, “Noi stiamo meglio all’asciutto!”.

Avanzarono le scimmie coi loro alberi, disponendovisi in mille modi: appese per la coda, per una mano, per un piede, dondolandosi, sedendosi, sdraiandosi sui rami per dimostrare la bellezza e l’utilità della loro casa.

Ma il pubblico le beffava, rifacendo i loro versi.

Vennne la volta degli animali più piccoli, che erano stati ricacciati indietro dagli altri.

La lepre, la volpe mostrarono i loro modelli di tane profonde e asciutte, con lettini di fieno e di pelo morbido. Ma la marmotta e il tasso le superarono con le loro case sotterranee, a più piani e con le dispense.

Le creature più piccole si dimostrarono le più industriose.

Gli uccelli, infatti, portarono a vedere le più varie e graziose specie di nidi: da quelli fatti a scodella, a barchetta, a vaschetta, a panierino, ad altalena, tutti intrecciati meravigliosamente, a quelli impastati con tanta bravura.

Tutti erano davvero ammirati… Si pensava che fra gli uccelli ci fosse il vincitore; e il re degli animali stava per scegliere uno di essi, quando arrivò affannato il castoro, chiedendo scusa del ritardo, poichè giungeva da lontano: nientedimeno che dal Canada.

Oh, la meravigliosa casetta che presentò! Tutta rotonda, a cupola, posata sulle palafitte, con uscita sotterranea di sicurezza, stanza delle provviste, camera da letto e piattaforma per il passeggio. Che cosa ci poteva essere di meglio?

“Diamo il premio al castoro! Viva il castoro, vero architetto!” gridava la folla.

“Adagio… adagio… c’è ancora qualcuno” avvertirono le aquile, che coi loro occhi acuti avevano visto una cosina bruna farsi largo verso il leone. Era una formica.

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FAVOLA Il leone e la mosca

FAVOLA Il leone e la mosca

Una volta una mosca si azzardò a sfidare un leone.

Gli disse: “Mi fai ridere tu che ti credi il più potente degli animali. Hai le unghie per graffiare, i denti per mordere: ma queste tue armi non valgono nulla contro di me. Vogliamo provare?”

Il leone accettò la sfida; e la mosca cominciò a ronzargli  attorno e a molestarlo, posandoglisi sulla testa e sul naso.

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FAVOLA L’asino e il ghiaccio

FAVOLA L’asino e il ghiaccio

Era d’inverno e faceva un gran freddo. La neve si stendeva, alta e soffice sulla terra, mentre l’acqua dei fiumi e dei laghi si era mutata in una dura lastra di ghiaccio.

Un asino aveva smarrito la via della stalla, e cammina cammina, si trovò molto stanco sulla riva di un laghetto.

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Il leone e il topo

Il leone e il topo

Una volta un leone si era addormentato pesantemente, oppresso dalla calura di un giorno d’estate. Un topolino scervellato si mise a corrergli su e giù per il muso, facendogli il solletico con le zampine. Il leone si svegliò di soprassalto e ruggì terribilmente: levò la zampa e fece per uccidere il sorcetto. Questo allora, atterrito, implorò:

“Oh generoso re degli animali, abbi pietà di  me, lasciami la vita! Un giorno io ti ripagherò della tua bontà”.

L’idea che una creatura minuscola come il topolino potesse essergli utile divertì tanto il leone che esso si mise a ridere forte e, ormai di buon umore, lasciò andare il sorcetto.

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La volpe il lupo e l’orso – Favola

La volpe il lupo e l’orso – Favola

In una lontana terra del nord vivevano Mekko il volpone, Pekka il lupo e Osmo l’orso.

Un giorno di sole Mekko propose a Pekka di mettersi in società con lui, e Pekka accettò.

“La prima cosa da fare sarebbe di creare una radura nella foresta per piantarvi dell’orzo”, propose Mekko.

Così andarono nella tenebrosa foresta di abeti e cominciarono ad abbattere alberi. Ma era un lavoro faticoso e ben presto Mekko ne ebbe abbastanza. Così, quando Pekka cominciò ad ammucchiare i ramoscelli sparsi per bruciarli, il volpone sgattaiolò via e andò a stendersi un po’ più in là.

“Ahimè, come sono stanco!”, sbadigliò. “Perchè dovrei continuare a lavorare? Faccia pur tutto quello stupido di Pekka!”

“Mekko, Mekko!”, chiamò il lupo. “Non mi aiuti a bruciare le fascine?”

“Tu accendi il fuoco”, gridò il volpone di rimando, “io starò qui a controllare che non schizzino via scintille: non vogliamo mica mandare a fuoco tutta la foresta!”

Pekka obbediente fece come gli era stato detto, mentre quell’imbroglione di Mekko si concedeva un bel sonnellino. Quando tutta la legna fu bruciata, Pekka disse: “Ora dobbiamo piantare le sementi di orzo in questa ricca cenere di legna; vieni ad aiutarmi, Mekko.”

Ma Mekko rispose: “Tu fa la semina, Pekka. Io starò qui a spaventare gli uccelli, o altrimenti verranno a beccare tutti i semi!”

“Come vuoi, Mekko” accettò Pekka; e seminò l’orzo nella radura. Mekko naturalmente non aveva la minima intenzione di spaventare gli uccelli; si rimise giù e si addormentò.

Passò un anno, e venne il tempo del raccolto. Il campo d’orzo che il lupo aveva creato e seminato era pronto a dare la sua messe. Mekko aiutava Pekka a falciare l’orzo e a portare le spighe nel granaio, dove le tenevano a seccare.

“Ho un’idea!” disse Pekka, “Chiediamo a Osmo l’orso di aiutarci nella trebbiatura; molte braccia alleggeriscono il lavoro”.

“D’accordo”, disse Mekko.

Trovarono l’orso bruno nel cuore della foresta e gli fecero la proposta.

“Vi aiuto volentieri” disse Osmo.

Quando le spighe furono secche, i tre amici cominciarono la trebbiatura.

“Ora dobbiamo dividere il lavoro” disse Pekka.

Subito Mekko si arrampicò sulle travi del granaio: “Io starò qui a sostenere le travi” gridò giù “altrimenti potrebbero cadervi addosso: così starete tranquilli finchè avrete finito di lavorare”.

Gli altri due furono grati al volpone di tanta premura. Osmo cominciò a battere l’orzo col carreggiato e Pekka a separare la pula dai chicchi.

Ogni tanto l’astuto Mekko lasciava cadere giù un pezzo di legno. “Sapeste che fatica sto facendo quassù, a sostenere queste travi!” esclamò, “Grazie al cielo sono abbastanza robusto”.

Bene, l’orso e il lupo continuarono a lavorare tutto il giorno, mentre quel pigraccio del volpone se la prendeva comoda sul tetto. E finalmente la trebbiatura fu finita: sul pavimento del granaio stavano ben divisi un gran fascio di paglia, un cumulo di pula e un  mucchietto di chicchi dorati e mondi.

Allora Mekko saltò giù dal tetto. “Meno male che è finita” dichiarò. “Non ce l’avrei più fatta a sostenere le travi!”

“Come dividiremo l’orzo fra noi?” chiese Pekka.

“Semplicissimo”, rispose Mekko, “Siamo in tre, e il raccolto è già diviso in tre. Il mucchio più grosso andrà naturalmente a Osmo l’orso, che è il più grande; quello medio a te, Pekka, e a me,  che sono il più piccolo, il minore.”

Lo sciocco lupo e lo stupido orso accettarono. Osmo prese il fascio di paglia, Pekka il cumulo di pula, e Mekko si portò via il mucchietto di chicchi dorati e mondi. Tutti assieme si recarono al mulino per macinare la loro parte. Quando la macina passò sull’orzo di Mekko produsse un rumore scrosciante.

“Che strano” disse Osmo, “il tuo orzo ha un suono diverso dal mio e da quello di Pekka!”

“Mescolateci un po’ di sabbia” disse Mekko, “e sentirete che avrà lo stesso rumore”.

Così Osmo e Pekka mescolarono sabbia alla paglia e alla pula e, rimessa in moto la macina, sentirono anch’essi un rumore scrosciante. Soddisfatti se ne tornarono a casa, convinti di avere per il lungo e freddo inverno una provvista d’orzo buona come quella di Mekko.

Il primo giorno d’inverno, ciascuno dei tre amici decise di prepararsi una calda e nutriente zuppa d’orzo.

Osmo mise sul fuoco paglia e sabbia: ma tutto quello che ne ricavò su un miscuglio nerastro dal sapore orribile. “Puah!” disse fra sè, “C’è qualcosa che non funziona!”. E andò alla tana di Mekko per chiedergli consiglio.

Trovò Mekko che mescolava una pentola di bianca e cremosa zuppa d’orzo, che mandava un profumino delizioso.

“Cos’ha la mia zuppa?” chiese Osmo. “La tua è bianca e cremosa, mentre la mia è nera e orribile”.

“Hai lavato l’orzo prima di metterlo in pentola?” s’informò Mekko.

Osmo scosse la testa arruffata. “Avrei dovuto farlo?” chiese.

“Ma certo!” disse Mekko. “Porta l’orzo al fiume e buttalo nell’acqua. Quando vedi che è pulito, tiralo fuori”.

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FAVOLA La pelle dell’orso

FAVOLA La pelle dell’orso

La gente del villaggio era tutta impaurita, perchè nel bosco vicino era apparso un orso terribile, e nessuno si arrischiava più ad uscire dall’abitato.

Un giorno capitarono alla locanda due giovanotti forestieri, cacciatori di professione: e, udito di quell’orso, franchi e sicuri dissero all’oste: -Lasciate fare a noi! Gli faremo noi la festa in quattro e quattr’otto.-

Si fecero dire il punto preciso del bosco dove l’orso era stato veduto, la parte ove si credeva che fosse, le macchie ove se n’era riscontrata la traccia.

-Lasciate fare a noi! Domattina ci apposteremo lì!-

E la mattina, puntuali, andarono al bosco. Batterono i sentieri indicati, frugarono la macchia: ma di orso nemmeno l’ombra.

-Non si è lasciato vedere: ha paura di noi. Ma non ci sfuggirà.-

Intanto, sebbene non avessero il becco di un quattrino, ogni sera ordinavano all’oste un fiasco del migliore, e mangiavano e bevevano allegramente.

-Lo scotto- dicevano -lo pagherà l’orso con la sua pelle!-

Ma un giorno, che percorrevano di nuovo, per la centesima volta, i sentieri del bosco, eccoti l’orso per davvero: un orso nero, enorme, che si avanzava brontolando minacciosamente.

Uno dei due giovanotti puntò subito il fucile e fece fuoco; ma per la paura, il braccio gli tremava, e il colpo andò fallito. Egli non stette lì ad aspettare che impressione avesse fatto all’orso lo sparo: si arrampicò lesto come uno scoiattolo sull’albero più alto che si trovò vicino, e vi si appollaiò tutto ansante.

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Creare libri per i bambini – libretti nella noce – LO SPOSALIZIO DEL TOPO

Creare libri per i bambini: questo libretto nella noce racconta la favola classica “Lo sposalizio del topo”. Per le illustrazioni ho usato la tecnica del collage con carta strappata (non tagliata con le forbici).

Materiale occorrente

due gusci di noce

trapano

filo di cotone

ago

carta bianca

colla a caldo (o da carta o legno)

un assortimento di carta colorata

un assortimento di fili di cotone colorati (vanno benissimo le trecce di filo da rammendo)

per la scatola due fogli di carta riciclata (io ho usato le Pagine Bianche)

per la topolina poca lana cardata grigia, filo rosa, azzurro e grigio, aghetto da feltro

Come si fa

Forate i gusci di noce e rilegateli tra loro aggiungendo i foglietti, come spiegato qui:

Nel guscio che fa da copertina anteriore io ho nascosto un campanellino, prima di chiudere con la prima pagina del libretto:

creare libri per i bambini - i libretti nella noce
creare libri per i bambini - i libretti nella noce

Ho invece ritagliato l’interno del foglietto che copre il guscio che fa da copertina posteriore del libro:

creare libri

ho modellato un pezzetto di pannolenci rosso su un guscio di noce (basta tirare seguendo il guscio in tutte le direzioni):

creare libri49

e l’ho incollato:

creare libri50

Ho poi preparato con poca lana cardata grigia una topolina; è molto semplice: per la testa fate un nodino al centro di una faldina di lana e dividete in due parti uguali il ciuffo superiore:

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con l’aghetto da feltro modellate le orecchie:

creare libri52

e con la lana che avanza sotto la testa modellate il corpo della topolina, lavorando sempre con l’aghetto da feltro:

creare libri53

aggiungete i baffi:

topolino in lana cardata

e la codina rosa; se fate uscire l’ago in corrispondenza del nasino, potete con lo stesso filo della coda ricamare il musetto:

topolino in lana cardata
topolino in lana cardata

ricamate infine gli occhietti:

topolino in lana cardata

e sistemate la topolina nel suo lettino rosso:

topolino in lana cardata

Lo sposalizio del topo

Questo è il testo della favola

In una fattoria viveva, molto tempo fa, una famiglia di topi: padre, madre e figlia. I due genitori volevano un gran bene alla figlia, tanto da giudicarla la più bella topolina del mondo, con quel suo morbido pelo bruno, quella codina rosa lunga lunga e quei baffi sottili.

Nella fattoria c’era un altro topo, che viveva nella stalla: era un attraente giovane scapolo, e voleva sposare la bella Signorina Topo. Ma i genitori non lo consideravano un buon partito: volevano che la loro figlia sposasse l’essere più potente del mondo, e perciò dissero al giovane Signor Topo di andarsene.

La Signorina Topo in cuor suo si rattristò molto, perchè si era innamorata del giovane topo della stalla: il manto bruno perdette la sua lucentezza e i baffi sottili cominciarono a pendere in giù.

“Il sole è sicuramente l’essere più potente del mondo” disse Papà Topo, “Spande i suoi raggi sulla terra e fa maturare il grano nei campi. Chiediamo a lui di sposare nostra figlia”.

Così i due genitori si misero in mezzo al campo di grano e chiesero al giallo sole fulgido se voleva in sposa la loro figliola. Quale fu la loro felicità quando il sole accettò! Ma non aveva ancora finito di dire “Sì”, che mamma topo fu colta da un dubbio ed esortò il marito: “Domandagli se è lui l’essere più potente del mondo”.

Papà topo chiese al sole: “Sei davvero tu l’essere più potente del mondo?” “No” rispose il sole “Il nembo tempestoso è più potente di me, perchè quando mi si para davanti ne sono completamente oscurato”.

In quello stesso momento infatti un nembo tempestoso si stese davanti alla faccia del sole, nascondendolo alla vista. “In tal caso sono spiacente, ma non puoi più sposare nostra figlia!” gridò papà topo prima che il sole sparisse.

Poi si rivolse al nembo tempestoso: “Dimmi, nembo tempestoso, sei tu l’essere più potente del mondo?” Il nembo tempestoso gettò uno sguardo corrucciato ai due topi nel campo. “No!” rispose, “Il vento è più potente di me: quando soffia, mi lacera in brandelli, che poi sparpaglia nel cielo”. “In tal caso sono spiacente, ma neanche tu puoi sposare nostra figlia”.

In quel momento il vento cominciò a soffiare e spazzò il cielo lacerando il nembo. “Oh vento”, gridò papà topo “E’ vero che tu sei l’essere più potente del mondo?” “Non io!” sibilò il vento, “Vedi quel grande masso grigio all’angolo del campo? Quello è più potente di me: per quanto soffi, non riesco a smuoverlo.”

Allora i due topi andarono dal grande masso grigio che stava nell’angolo del campo. “Sei tu l’essere più potente del mondo?” chiese papà topo. “No davvero” rispose il masso, “più potente è il toro rosso, che ogni giorno viene ad aguzzarsi le corna su di me, facendo schizzar via schegge di roccia.

“In tal caso sono spiacente,  ma neanche tu puoi sposare nostra figlia”, disse papà topo. E i due topi andarono a trovare il toro rosso, che stava impastoiato nella stalla. “Credo che tu sia l’essere più potente del mondo” disse papà topo “e sono venuto a offrirti in sposa nostra figlia”. “Ti sbagli!” muggì il toro, “Questo collare di corda che m’impastoia è più potente di me”.

“In tal caso sono spiacente, ma neanche tu puoi sposare nostra figlia” disse papà topo, e si rivolse al robusto collare. “Così sei tu  l’essere più potente del mondo!” squittì, “Vuoi sposare nostra figlia?” “Ne sarei molto onorato” rispose il collare di corda, “Ma devo ammettere che c’è un essere ancora più potente di  me, ed è il giovane topo che vive nella stalla. Ogni notte, quando il toro è impastoiato, il topo viene a rodermi coi suoi denti aguzzi: tra poco mi roderà del tutto e io mi spezzerò”.

“Senti, senti, senti!” disse mamma topo. E si guardarono l’un l’altra vergognandosi.

Poi cercarono l’attraente giovane scapolo che viveva nella stalla e gli chiesero di sposare la loro figliola. Il giovane Signor Topo si sentì invadere dallo stupore e naturalmente anche dalla gioia. Quanto alla Signorina Topo, non appena apprese la lieta notizia di essere stata promessa proprio allo sposo da lei scelto in cuor suo, riacquistò tutto il suo splendore: il pelo ridivenne lucido e i baffi si raddrizzarono.

Così  i due giovani topi si sposarono e vissero a lungo felici e contenti.

Questo è il libretto illustrato:

creare libri

L’idea è di caratterizzare ogni personaggio della favola con una macchia di colore diverso:

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Poesie e filastrocche sugli animali e favole in rima

 Poesie e filastrocche sugli animali e favole in rima

Poesie e filastrocche sugli animali e favole in rima – una raccolta, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

La filastrocca del bimbo e delle bestiole

Il bambino.

Farfallina, farfalletta

dalle alucce tutte d’oro,

perchè voli tanto in fretta?

Perchè sempre scappi via?

Perchè vai sempre lontano?

Io ti voglio qui vicino

un momento, un momentino.

La farfalla.

Lasciami andare, bambino

non mi chiamare!

Devo volare al mio regno,

lassù nel paese più azzurro

lassù nel paese più bello.

Se scende improvvisa la notte

non giungo più in tempo al castello.

Il bambino.

Formichine, formichette

dove andate in processione?

Son già colme le casette

di granelli e briciolone.

Aspettate un momentino

e fermatevi a giocare.

Perchè far tanto cammino?

Perchè mai tanto da fare?

Le formichine.

Oh, lasciami andare, bambino,

oh, lasciami andare!

Siam cento, siam mille sorelle

e tutte dobbiam lavorare

perchè ci facciamo la dote

e presto dobbiamo sposare.

Il bambino.

La farfalla vola lontano…

la formica continua il cammino

sono un povero bambino

che non sa con chi giocare.

Il merlo dell’albero.

Lascia volare le farfalline,

le formichine lascia al lavoro:

a casa attendono le sorelline

se vuoi giocare, gioca con loro. (L. Galli)

Il ritorno delle bestie

Passa il grido d’un bimbo solo:

Turella, Bianchina, Colomba!

Porta in collo l’erba ch’ha fatta,

nella sua crinella di salcio.

Le sue bestie al greppo, alla fratta,

s’indugiano al cesto ed al tralcio.

Ei che vede sopra ogni tetto

già la nuvola celestina,

le minaccia col suo falcetto;

Colomba, Turella, Bianchina! (G. Pascoli)

Venti ranocchi

Venti ranocchi sono a lezione

con fuori gli occhi per l’attenzione.

Si fa silenzio col campanello

quindi il maestro legge l’appello.

Cro Cro? Presente! Cra Cra? Assente!

Cri Cri? Cri Cri? Son qui!

Verdello Verdardi? Verrà più tardi!

Verdino Verdato? Ancora malato!

Da un’ora circa stan zitti e attenti

poi uno dice che ha mal di denti.

Un altro lascia il posto a sedere

finge, il maestro, di non vedere.

Cri Cri è già stufo della lezione

si gira e cambia di posizione.

Cro Cro in silenzio di fila esce

va via saltando dietro ad un pesce.

Verdello scappa fuori dal banco

anche il maestro ormai è stanco.

Suona il segnale di libera uscita

oh, finalmente l’ora è finita!

Filastrocca degli animali

An ghin gà

fa l’ochetta qua qua qua

e conduce i suoi marmocchi

a giocare coi ranocchi

quanto è buffa non lo sa

com’è bello l’an ghin gà.

An ghin ghe

quando canta coccodè

la gallina ha fatto l’uovo

io lo cerco e non lo trovo

ma chissà chissà dov’è

com’è bello l’an ghin ghe.

An ghin ghi

canta il gallo cri cri cri

canta in mezzo alla campagna

la cicala lo accompagna

do re mi fa sol la si

com’è bello l’an ghin ghi.

An ghin go

l’asinello fa ih oh

dice a tutti gli animali

io conosco due vocali

tutto il resto non lo so

an ghin go.

An ghin gu

il tacchino fa glu glu

fa glu glu e diventa rosso

fa la ruota a più non posso,

ma non fa niente di più

com’è bello l’an ghin gu.

Il lupo e l’agnello

Un dì nell’acqua chiara di un rusceòòo

beveva cheto cheto un mite agnello,

quand’ecco sbuca un lupo maledetto

che grida pien di rabbia: “Chi ti ha detto

di intorbidar l’acqua mia così?

Non sai che è il mio ruscello questo qui?”

“Scusatemi maestà, ma non credete

che l’acqua sia di ognuno che abbia sete?

Le nostre poi intorbidar non posso poi,

perchè io bevo in basso più di voi”.

Così rispose il povero innocente

con la gran forza di chi non mente.

Infatti come ognuno sa

ha un gran potere la verità.

Gli dice il lupo digrignando i denti:

“Io dico che l’intorbidi, tu menti!

E poi parlasti mal di me l’anno passato!”

“Maestà non si può dir, non ero nato!”

Il lupo vinto allora dalla verità

gli disse: “Allora fu tuo padre, un anno fa!”.

E stretto fra le zanne ingiustamente

sbranò impietoso il misero innocente.

La volpe e il corvo

Sen stava messer corvo sopra un ramo,

con un bel pezzo di formaggio in becco.

La volpe si avvicina piano piano,

attratta dal profumo di quel lecco.

“Salve, messer del corvo! Io non conosco

uccel di noi più bello in tutto il bosco,

se come dicono anche il nostro canto

è bello come son le nostre piume

potreste voi davvero menar vanto

di gareggiare col sole e col suo lume”.

Non sta più nella pelle il vanitoso

di far sentire il canto suo famoso,

del suo gracchiare vuole dare un saggio,

spalanca il becco… e cade giù il formaggio.

La volpe il piglia e dice al corvo sciocco:

“E’ il giusto prezzo per la mia lezione;

per essere in futuro meno allocco

ti valga ora la fame e la punizione”.

Il lupo e i pastori

“Al lupo! Al lupo! Aiuto, per pietà!”

gridava solamente per trastullo

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