Racconti per la primavera

Racconti per la primavera – una collezione di racconti, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria…

Racconti per la primavera – Storia del bruco Morbidone

C’era una volta una farfallina azzurra, molto graziosa nel suo vestito di seta celeste. Volava insieme a tante altre farfalline azzurre. Disse: “Conosco un magnifico posto per deporre le uova. I nostri piccini avranno una culla da re”.

Questo magnifico posto era un melo in fiore e le farfalline deposero un piccolo uovo in ogni fiore, poi morirono, perchè le farfalle, quando hanno pensato ai piccolini che debbono nascere, non hanno più nulla da fare.

I fiori del melo perdettero i petali e pian piano si trasformarono in frutti. Ma in ognuna di quelle piccole mele che il sole coloriva e faceva diventare sempre più grosse, c’era un bacolino appena nato dall’uovo deposto dalle farfalline azzurre, un bacolino che aveva trovato la casa e insieme la polpa saporita da mangiare.

Il bruco Morbidone era uno di questi bacolini, e poichè era dotato di grandissimo appetito, in breve era diventato grasso e ben pasciuto. Anche la mela diventava grossa e si coloriva al sole, ma non era allegra perchè non aveva nessun piacere di sentirsi divorare tutta la polpa da quel ghiottone di bruco.

Morbidone si era aperta una finestrina nella buccia della mela e ogni mattina vi si affacciava per prendere il fresco e per scambiare qualche chiacchiera con i suoi compagni. Ma un giorno sentì uno strattone che lo mandò a ruzzolare in fondo alla casetta.

“Che maniera!” strillò. Ma non aveva finito di gridare che sentì dei denti entrare profondamente nella mela e mancò poco che venisse schiacciato.

“Puah, c’è il verme!” disse una voce e la mela venne scagliata lontano.

Il bruco Morbidone, non appena si fu riavuto dal colpo, si affacciò alla finestrina e con voce soffocata dall’indignazione, si mise a strillare: “Chi è questo ignorante che mi chiama verme? Verme sarà lui e tutti i suoi discendenti! Non lo sa che io appartengo alla specie dei bruchi e con i vermi non ho proprio nulla in comune?”.

“Ah, non sei un verme?” disse una coccinella che si lustrava la corazza. “Ma gli somigli!”.

“Non gli somiglio nient’affatto!” gridò il bruco Morbidone, che aveva un carattere piuttosto irascibile. “Il verme ha forse le zampe? Non hai mai visto un lombrico? Quello sì che è il campione di tutti i vermi! E ti pare che abbia le zampe? Io, invece, ne ho ben cinque paia, anche se due paia le perderò strada facendo”.

“Uh, perdi le zampe!” sghignazzò la coccinella, “E quando succederà?”

Ma il bruco Morbidone, indignato, aveva sbattuto la finestrina borbottando: “Che razza d’ignorante!”.

Si guardò intorno e si sentì improvvisamente molto triste e malinconico. Neppure la polpa della mela gli piaceva più.

“Forse ho fatto indigestione”, pensò. “E’ meglio che vada a fare una passeggiata”.

Si attaccò a un filo di seta, finissima produzione propria, e si calò dalla finestrina. Un soffio d’aria lo fece dondolare dolcemente, e i fiori gli mandarono un’ondata di profumo.

“Come è bello il mondo!”, mormorò il bruco Morbidone, e si addormentò.

Quando si destò, era primavera. Le violette odoravano dolcemente fra l’erba novella.

“Buongiorno, farfallina azzurra!” disse una lumachina che si arrampicava sullo stelo di un rosaio.

“Dici a me? Ma io sono il bruco Morbidone!”

“Forse lo eri”, disse la lumachina ritirando maliziosamente un cornino. “Ma ora sei una bella farfallina vestita di velo celeste. Puoi specchiarti in una goccia di rugiada”.

“E’ vero, è vero!” esclamò il bruco Morbidone diventato farfallina, dopo esseri specchiato. “Questa è una bellissima sorpresa”.

Pazza di gioia, la farfallina si mise a volare nell’aria tranquilla e si mescolò a uno sciame di farfalline simili a lei, che svolazzavano sopra i fiori. E allora, un ricordo lontano affiorò nella sua piccola mente, il ricordo di un buon sapore di mela…

“Conosco un posto” disse alle compagne, “un magnifico posto per deporre le uova…”

E la storia ricominciò.

(Mimì Menicucci)

Racconti per la primavera – La rosa più bella del mondo

Quando la Rosa Bella aprì gli occhi alla luce del mattino, fu molto contenta di essere sbocciata.

“Buongiorno!” le disse un petulante Garofano Rosso. “Sei la Rosa Bella?”

“Sì, ma non mi basta. Voglio essere la rosa più bella del mondo.”.

Il Garofano la guardò stupefatto.

“Accipicchia!” esclamò “Accipicchia!” e non seppe aggiungere altro.

Lo Gnomo Puc, che si era svegliato di ottimo umore perchè aveva dormito sotto una pianta di papavero che gli aveva conciliato il sonno, finì di pettinarsi la barba, poi disse: “E’ facile. E’ una cosa facilissima”.

Subito la rosa diventò tutta d’oro, petali, foglie, tutto, e si ritrovò fra le mani del re, perchè soltanto i re posso avere delle rose d’oro.

“E’ una rosa bellissima” disse il re contemplandola “un vero capolavoro. Ma io, oltre a essere re sono anche poeta e preferisco le rose dai petali di velluto”.

“Gnomo Puc!” chiamò la Rosa Bella, e lo gnomo Puc venne subito, a cavalcioni della sua pipa.

“Che c’è?”

“Credevo che la rosa d’oro fosse la rosa più bella del mondo. Invece non è vero. Voglio essere una rosa di velluto”.

Lo gnomo Puc la toccò con la cannuccia della sua pipa e subito la Rosa d’oro divenne di velluto e si trovò appuntata sulla pelliccia di una signora.

“Bellissima questa rosa di velluto!” disse qualcuno toccandola con un dito.

“Sì” rispose la signora “ma, come tutte le rose di velluto, non ha odore. Il più umile fiorellino di campo odora più di questa rosa artificiale. E perciò non ha nessun valore.”

“Gnomo Puc!” gridò la rosa di velluto.

“Che cosa succede?” chiese questi, accorrendo.

“Mi hanno chiamato una rosa artificiale e hanno detto che non ho nessun valore. Che cos’è che ha più valore di tutto, per gli uomini?”

“Lasciami pensare cinque minuti” disse lo gnomo Puc. Si mise a pensare con la testa tra le mani, poi guardò l’orologio e disse: “Ecco fatto. Più valore di tutto, per gli uomini, ce l’ha il diamante.”.

“Bene!” esclamò la Rosa “Fammi diventare una rosa di diamanti”.

Lo gnomo Puc la contentò. La Rosa sfolgorò e mandò sprazzi di luce dalle gemme di cui era composta. Un uomo la guardava attentamente con la lente nell’occhio.

“Perfetta…” mormorò “un valore inestimabile.”

Poi la mise in un astuccio di raso e la ripose nella cassaforte.

La Rosa si trovò al buio.

“Dove sono?” gridò.

Le rispose un tintinnio che sembrò una risata beffarda.

“Sei nella cassaforte di un avaro” disse una voce sottile.

“Chi ha parlato?”

“Siamo delle monete d’oro, condannate, come te, a un brutto destino: non vedere mai il sole”.

“Gnomo Puc!” gridò la Rosa “Vieni subito d’urgenza!”.

“Eccomi!” disse lo gnomo Puc, che poteva entrare anche nelle casseforti. “Com’è, non sei contenta?”

“Nient’affatto!” disse la Rosa “Voglio ritornare dov’ero quando sono nata”.

E subito tornò ad essere la Rosa Bella del giardino.

Tutti le fecero festa e la riempirono di complimenti.

Poi scesero in giardino due bambine e si misero a cogliere i fiori. Colsero molti fiori, anche il Garofano Rosso e la Rosa Bella che misero proprio al centro del mazzo. Poi andarono dalla mamma e glielo regalarono.

“Oh, come sono brave le mie bambine!” esclamò la mamma” Mi hanno regalato un mazzolino stupendo. Questa rosa, poi, è certo la più bella rosa del mondo”.

Lo gnomo Puc, che ascoltava dietro la porta, si stropicciò le mani, soddisfatto.

Mimì Menicucci

Racconti per la primavera – Il pettirosso di mamma Orsa

Un giorno di primavera, quando mamma Orsa era piccola, trovò un piccolo pettirosso in giardino, troppo piccolo per volare.

“Oh, come sei carino” disse, “Da dove vieni?”

“Dal mio nido” rispose il pettirosso.

“E dov’è il tuo nido, piccolo pettirosso?”, domandò mamma Orsa.

“Credo che sia lassù” rispose il pettirosso.

“No, quello era il nido del passerotto”

“Forse è più in là” disse il pettirosso.

“No, quello era il nido del merlo”.

Mamma Orsa guardò da tutte le parti, ma non riuscì a trovare il nido del pettirosso.

“Puoi vivere con me” disse, “sarai il mio pettirosso”.

Portò il pettirosso a casa e gli preparò un nido.

“Mettimi vicino alla finestra, per favore” disse il pettirosso. “Mi piace guardar fuori e vedere gli alberi e il cielo”

Mamma Orsa lo mise vicino alla finestra.

“Oh” disse il pettirosso “dev’essere divertente volare lì fuori”

“Sarà divertente anche volare qui dentro” rispose mamma Orsa.

Il pettirosso mangiava, cresceva, cantava. Presto imparò a volare. Volava in giro per la casa e si divertiva, proprio come mamma Orsa aveva detto.

Ma un giorno che era triste, mamma Orsa gli domandò: “Perchè sei triste, piccolo pettirosso?”

“Non lo so” rispose il pettirosso, “il mio cuore è triste”.

“Prova a cantare una canzone” disse mamma Orsa.

“Non posso” rispose il pettirosso.

Gli occhi di mamma Orsa si riempirono di lacrime. Portò il pettirosso in giardino.

“Ti voglio bene, piccolo pettirosso” disse “e voglio che tu sia felice. Vola via, se vuoi. Sei libero”.

Il pettirosso si alzò alto in volo nel cielo azzurro.

Cantò una canzone dolce e acuta.

Poi tornò giù, dritto verso mamma Orsa.

“Non essere triste” disse il pettirosso, “anch’io ti voglio bene. Devo volare per il mondo, ma ritornerò. Ogni anno, ritornerò”.

Allora mamma Orsa gli dette un bacio, e il pettirosso volò via.

(Else Holmelund Binarik)

Racconti per la primavera – La rondine

Il primo stormo di rondinelle arriva fra le vecchie case del borgo. Ciascuna cerca il suo nido, e se lo trova sciupato dal vento, dalla pioggia, dalla neve, la rondine va in cerca di fuscelli, di bioccoli sulla siepe, per ripararlo.

C’è una rondinella che arriva un po’ in ritardo.

Alcune compagne curiose e pettegole le volano incontro, la circondano:

“Sai, il tuo nido è occupato”

“C’è dentro una pesseretta”

“Quando ci ha viste s’è avventata col becco spalancato”

“Non vuole uscire”

“Dobbiamo scacciarla”

“E’ una prepotente”

“E’ un’intrusa”

“Andiamo a vedere” fa la rondine, già sdegnata, perchè è stato occupato il suo nido.”Vedrete, ci penso io!”

E vola verso il campanile.

Eccolo il suo nido, sotto l’arcata.

La rondinella si lancia a volo presa dall’ira… ed ecco, trova tre testoline ancora implumi, tre beccucci spalancati, tre passerini affamati.

“Andiamo” dice la rondine alle compagne “Mi aiuterete a costruirmi un nido nuovo”

“Come? Come? Vorresti…”

“Poveri passerotti, sono tanto piccini…” dice la rondine con un cinguettio commosso.

(Eugenia Graziani Camillucci)

Racconti per la primavera – Marzo e il pastore

Una mattina, sul cominciare della primavera, un pastore uscì con le pecore e incontrò Marzo per la via. Disse Marzo: “Buongiorno, pastore, dove le porti oggi le pecore?”

“Eh, Marzo, oggi vado al monte!”


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