Lavoretti per bambini – Stampe al latte

Lavoretti per bambini – Stampe al latte

Lavoretti per bambini – Stampe al latte: un progetto molto interessante, tra scienza ed arte, adatto a bambini del nido e della scuola d’infanzia e primaria. Il punto di partenza è uno dei miei esperimenti scientifici per bambini preferito :

Lavoretti per bambini – Stampe al latte – materiale occorrente

un piatto o un vassoio

latte (sarebbe meglio usare latte intero, ma io lo avevo solo parzialmente scremato, e mi pare abbia funzionato comunque)

coloranti alimentari (io li avevo in polvere)

un foglio di carta bianca a misura dei piatto o del vassoio scelto

detersivo per i piatti.

Lavoretti per bambini – Stampe al latte – Come si fa

versate del latte nel vassoio, poi immergete il foglio di carta, lisciandolo bene e facendolo aderire al fondo del recipiente per evitare ondulazioni e bolle:

Usate il colorante alimentare per creare nel latte delle macchie di colore:

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Canto – Le ore della notte

Canto – Le ore della notte

Canto – Le ore della notte –  Una canzoncina molto adatta ad essere usata come conclusione della giornata a scuola. Di seguito trovi il testo, lo spartito, lo spartito sonoro e la traccia mp3.


Canto – Le ore della notte – Testo

Il sol tramonta,

l’aria s’imbruna:

dolce è il riposo

dopo il lavor.

Passan le ore

in lenta schiera,

liete attendendo

il nuovo dì.


Canto – Le ore della notte – spartito e base in formato mp3

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Dettati ortografici sul sistema solare

 Dettati ortografici sul sistema solare : una collezione di dettati ortografici per la scuola primaria, di autori vari, sul sistema solare. Difficoltà ortografiche varie.

Il sistema solare

Il cielo, di notte, offre ai nostri occhi uno spettacolo meraviglioso. Chi non si è fermato ad ammirare le migliaia di luci che brillano nel buio? Sono mondi come il nostro, quasi tutti immensamente più grandi.

Essi sono ordinati in famiglie: la famiglia delle stelle, caldissime e luminose; la famiglia dei pianeti e dei satelliti.

I Pianeti sono corpi celesti freddi, perciò oscuri, che non hanno luce propria, ma la ricevono da una stella attorno alla quale girano.

Anche il Sole è una stella. Attorno ad essa girano nove pianeti: Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Plutone; tutti ricevono luce e calore dal Sole.

Naturalmente, più ne sono lontani meno intensi giungono loro i raggi solari. Anche i satelliti ricevono luce e calore da una stella attorno alla quale girano.  Essi però devono girare anche attorno ad un pianeta. La Luna è il satellite della Terra.

Tutti i pianeti ed i satelliti formano la grande famiglia del Sistema Solare di cui fanno parte anche le comete ed i bolidi che qualche volta vediamo comparire fugacemente nel firmamento con una scia luminosa.

Ognuno di questi mondi compie sempre lo stesso percorso, alla stessa velocità e trova nell’immensità (Universo) la sua strada, senza urtare altri mondi.

Essi ci appaiono molto piccoli; ci sembra di poterne raccogliere a decine in una mano. Tutt’altro: sono enormi, talvolta assai più grandi del Sole, ma sono lontanissimi.

Immaginiamo che sia possibile viaggiare in treno dalla Terra agli altri mondi. In 260 giorni giungeremmo sulla Luna; in 300 anni toccheremmo il Sole; per arrivare al pianeta Nettuno impiegheremmo 8.300 anni. E questo è niente! Scenderemmo sulla Stella Polare dopo 700 milioni di anni!

Il sistema solare

Per l’uomo dei tempi antichi la Terra era il centro dell’universo: attorno ad essa, ferma, ruotavano tutti i mondi celesti; per l’uomo moderno il nostro pianeta non è che uno degli innumerevoli pianeti che si muovono nello spazio secondo leggi ferree ed immutabili. Noi oggi sappiamo che anche il Sole non è che una delle tante stelle, e non certo il maggiore, sebbene per noi la più importante. Esso è il centro del sistema solare formato dal Sole e dalla Terra, dagli altri pianeti e dai loro satelliti, dalle comete, tutti gravitanti attorno al grande astro fulgente. Ogni pianeta ruota attorno al Sole seguendo un cammino definito a forma più o meno allungata detto orbita. La forza che impedisce ai pianeti di cadere l’uno sull’altro, reggendosi in mirabile equilibrio, è la forza di gravità, che fu scoperta dal grande fisico inglese Newton, verso la fine del 1600.

La legge dell’universo

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Poesie e filastrocche CRISTOFORO COLOMBO

Poesie e filastrocche CRISTOFORO COLOMBO – Una collezione di poesie e filastrocche sul tema “Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America” (12 ottobre 1492), per la scuola primaria.

Colombo

Va, sotto il cielo di piombo,

va la fragile caravella

che la Regina Isabella

t’ha regalato, Colombo…

Quand’ecco su dal suo cuore

che più l’angoscia non serra

prorompe un grido: “La terra!”La prima! San Salvatore!

Ora il gran cielo di piombo

tutto s’irradia di luce…

è sempre il sole: Colombo!          (Zietta Liù)

Tre caravelle

Sul mare azzurro

tre caravelle

filano lente

sotto le stelle.

Vengon da un porto

molto lontano:

le guida intrepido

un italiano.

Cercano terra

di là dal mare

da tanto tempo

e nulla appare.

Nulla si vede

la ciurma è stanca.

Nulla si vede

la lena manca.

Sopra la tolda

sol l’italiano,

solo Colombo

guarda lontano.

“Terra!” si grida.

Eccola, appare

sul far del giorno

bruna sul mare.

Quel dì la terra

nuova toccò

Colombo, e a Dio

la consacrò.        (G. Fanciulli)

Colombo

C’era una volta, sì, c’era…

Sembra la favola bella

della Regina Isabella…

Pure è una favola vera.

Oh, lunghe notti! Di piombo

il cielo, ostile ed infido.

Tu chiudi in cuore il tuo grido

e speri, e speri, Colombo.

Talvolta, l’angoscia che serra

e soffoca il cuore è sì forte,

che quasi tu pensi alla morte…

Ed ecco la terra, la terra!

Hai vinto. La terra lontana

s’ammanta di fulgido sole,

s’ammanta di gloria italiana.

C’era una volta, sì, c’era…

Sembra una favola bella,

pure è una favola vera. (Zietta Liù)

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Dettati ortografici PREISTORIA

Dettati ortografici PREISTORIA – Una collezione di dettati ortografici sulla preistoria, di autori vari, per la scuola primaria.

L’uomo  antico. L’uomo più antico era un mammifero molto brutto e piccolissimo; il calore del sole ed il vento ne avevano colorito la pelle di un bruno scuro. La testa, la maggior parte del tronco e le estremità erano coperte di peli ispidi e lunghi. La fronte era bassa e la mandibola era come quella di un animale che usi i denti  come coltello e forchetta insieme. Non portava indumenti e non aveva mai visto il fuoco. Quando aveva fame mangiava le foglie crude e le radici delle piante e rubava le uova agli uccelli per procurare cibo ai suoi piccoli. Passava le ore del giorno in cerca di nutrimento.

I ragazzi della preistoria. I ragazzi vivevano accanto ai grandi. Aiutavano la mamma nei lavori di casa, attingevano acqua, accendevano il fuoco, imparavano i riti e le poche parole dello scarso vocabolario. Imparavano a lanciare il giavellotto contro le belve, ma un solo sbaglio era la morte; imparavano a distinguere le erbe buone da quelle velenose, ma un solo sbaglio era la morte. In quella vita non erano ammessi sbagli: la loro scuola era quindi più difficile della tua. C. Negro

Una capanna nel villaggio. La capanna del capo è nel centro del villaggio. In essa vi sono molte cose interessanti: armi e grande quantità di attrezzi di legno o di osso. C’è, per esempio, una serie di aghi appuntiti, con una cruna perfetta, ricavati da ossa di cervo. Assai belli sono alcuni vasi e ciotole di terracotta. Il capo li ha foggiati con le sue mani, li ha dipinti, ne ha rassodato la forma e fissato il colore con il fuoco. E c’è dell’altro nella capanna: un telaio quadrato, con una trama di fibre vegetali tenute ben tese dal peso di una dozzina di sassi. Stuoie, mantelli e tuniche nascono sul telaio, sotto le agili dita delle donne. Il capo, domani, al mercato del villaggio, cambierà una stuoia con una collana di conchiglie raccolte sulla riva lontana del mare e ne farà dono alla sposa.

Lungo la strada dei secoli: l’uomo e il lavoro. Quando l’uomo apparve nel mondo, viveva nelle caverne; nudo, coperto di ispidi peli, correva per le foreste in cerca di cibo, non aveva armi per difendersi, non conosceva il fuoco, tramava di terrore quando udiva scoppiare il tuono fra le nubi, e si nutriva di carne cruda e di frutta selvatica. Ebbene, l’uomo così debole, vinse il leone e la tigre, conquistò il fuoco, trasse dalle viscere della terra i metalli, si fabbricò le armi, costruì le case e le città, addomesticò gli animali e li piegò alla sua volontà, tracciò le strade, navigò sui mari; e tutte queste meraviglie compì appunto col lavoro, grazie a quel suo senso di irrequietezza che lo spinge a non essere mai pago, a fare sempre, a studiare, cercare… F. Perri

L’uomo è smarrito in un mondo misterioso. I primi uomini che comparvero sulla terra vivevano in un mondo che appariva loro misterioso ed ostile. Sotto i ripari delle rocce, nel fondo delle caverne, essi ascoltavano, smarriti, il brontolio del tuono, il fragore delle cascate, l’urlo degli animali selvaggi; e per le loro menti ignare tutto era motivo di stupore e di incontrollato terrore. Mille pericoli li circondavano ovunque: il freddo, il caldo, la siccità, le alluvioni, i movimenti della terra ancora in fase di assestamento. Se cercavano scampo sulle montagne, per sfuggire alle inondazioni e ai torrenti impetuosi, spesso dovevano abbandonarle perchè da esse scaturiva il fuoco dei vulcani. Il suolo dove posavano i piedi talvolta tremava, scosso dai terremoti. In questa natura selvaggia ed insidiosa, essi, per nutrirsi, dovevano andare in cerca di acqua, di erbe, di semi commestibili, di frutta, di cacciagione. E questo significava dover affrontare le fiere che popolavano le pianure e le foreste, dai mammut, grandi più di  qualunque elefante,agli orsi e alle tigri; e anche correre il rischio di smarrirsi o di trovarsi separati dai compagni. Sembra quasi impossibile che l’uomo primitivo abbia potuto sopravvivere, nella disperata lotta per l’esistenza, a tante insidie. Eppure vi riuscì proprio perchè non era quell’essere indifeso e disarmato che sembrava a prima vista: aveva la forza dei muscoli, l’abilità delle mani, la potenza dei sensi. Aveva soprattutto l’aiuto inestimabile dell’intelligenza. M. Confalonieri

L’uomo  primitivo. L’uomo primitivo viveva nell’oscura umidità delle selve. Quando sentiva lo stimolo della fame, mangiava le foglie crude e le radici delle piante e rubava le uova agli uccelli per procurare cibo ai propri piccoli. Alle volte gli capitava, dopo una caccia lunga e paziente, un uccello o un cagnolino selvatico, magari un coniglio. E li mangiava crudi, perchè non aveva ancora scoperto che la carne è più saporita quando è cotta. Quando scendeva la notte, nascondeva la moglie e i bambini nel  cavo di un tronco o dietro qualche riparo naturale, perchè era circondato da belve che sceglievano la notte per andare in cerca di vitto e gradivano il sapore delle carni umane. Era un mondo nel quale bisognava o mangiare o essere mangiati. Al pari di molti animali che riempiono l’aria di grida, anche l’uomo primitivo amava ciarlare. O meglio, ripeteva senza posa lo stesso vociare incomprensibile, solo perchè gli piaceva udire il suono della propria voce. Col tempo imparò che poteva usare quei suoni gutturali per mettere in guardia il compagno contro la minaccia di un pericolo: ed emetteva certi strilli che, col tempo, vennero a significare “Una tigre”, oppure “Degli elefanti”, e gli altri rigrugnivano di ritorno qualche cosa che significava “Ho visto” oppure “Scappiamo a nasconderci”. Fu probabilmente questa, l’origine del linguaggio. Van Loon

I primi abitatori dell’Italia. I primi abitatori dell’Italia per difendersi dalle fiere e dai nemici usarono la clava, un grosso bastone, simile a quello che nelle statue e nelle pitture vedete in mano ad Ercole. Gli uomini primitivi impararono ad usare la pietra,  non solo per scagliarla contro i nemici, ma per foggiare quegli utensili e quelle armi che potete vedere allineati nelle sale dei Musei preistorici delle principali città italiane. E’ assai probabile che, passando in quelle sale, davanti a quei rozzi avanzi preistorici non vi siate neppure fermati, trovandoli privi di interesse.  Li guarderete invece con stupore, se penserete che quegli oggetti furono foggiati parecchie migliaia di anni fa, da uomini che non conoscevano i metalli e che con quei pezzi di pietra triangolari ed ovali cacciavano le fiere, combattevano, tagliavano il legno. Gli uomini che modellarono ed usarono quegli strumenti abitavano nelle caverne, vivevano di pesca e di caccia, lottavano con gli ultimi mammut e con altri spaventosi animali. Una volta uccisi, ne lavoravano, con i rozzi coltelli di pietra, le ossa e le corna, e ne facevano utensili. Si coprivano con le pelli degli stessi animali, e quando volevano ornarsi, si facevano monili di vertebre di pesce e di conchiglie o si tingevano il corpo di rosso. Avevano gran cura dei morti e li seppellivano, con tutti i loro ornamenti, entro le caverne nelle quali erano vissuti. A poco a poco questi uomini impararono a levigare la pietra, a far vasi con l’argilla, a coltivare il lino e il frumento; ebbero animali domestici ed impararono a costruirsi capanne. Se vi recate in visita al grazioso laghetto di Varese in una giornata in cui l’acqua sia molto bassa e trasparente, potrete vedere dei pali conficcati nel fondo del lago: sono gli avanzi di un villaggio costruito 4000 anni fa. Gli abitanti (che non erano forse della stessa razza degli uomini che vivevano nelle caverne, ma erano venuti da noi attraverso le Alpi) conficcavano tronchi di pini, di betulle e di altri alberi, nel fondo del lago, e su queste palafitte costruivano le lor capanne, nelle quali vivevano tra il cielo e l’acqua che li difendeva dal pericolo degli animali feroci. Nei musei preistorici, insieme agli oggetti di pietra, di terra, di osso su cui è scritto “proveniente da abitazioni lacustri”, troverete anche i primi oggetti e strumenti di bronzo.

Aspetto dell’Italia antica

La scienza ha cercato di ricostruire l’aspetto dell’Italia preistorica e di scoprire chi furono i suoi antichissimi abitatori e come vivevano.

La pianura padana era in gran parte coperta d’acqua: i fiumi che confusamente scendevano dalle Alpi e dagli Appennini, non frenati dall’opera dell’uomo, impaludavano. Vaste foreste coprivano gran parte dei suoi monti e delle sue valli; le coste, spesso invase dalle acque, avevano clima malsano.

I primi abitatori della nostra penisola

Gli scavi hanno rivelato l’esistenza di nuclei di popolazione dell’età della pietra grezza. Poco o nulla sappiamo di quelle antichissime genti. Abitavano in caverne, vivevano di caccia e di pesca, ignare quasi della pastorizia e dell’agricoltura.

Liguri furono chiamati questi antichi abitatori della penisola, sparsi non solo nella Liguria propriamente detta, ma in gran parte dell’odierno Piemonte e nelle valli delle Alpi occidentali.

Anche zone del Veneto erano abitate fin dall’età paleolitica dagli Euganei, che lasciarono il nome colli vicini a Padova: provenivano forse dall’Illiria.

I Sicani e i Siculi della Sicilia, come pure i Sardi ed i Corsi, pare fossero affini agli Iberi o addirittura Iberi.

Verso il 2000 aC le popolazioni più antiche della valle del Po furono sopraffatte sa altre popolazioni indoeuropee più numerose e forti, scese dalle Alpi, che avevano un grado superiore di civiltà (pare conoscessero l’uso del bronzo).

Queste invasioni avvennero a ondate successive al principio dell’età del bronzo, e i nuovi venuti spinsero di mano in mano sempre più a sud, lungo la penisola, quelli che li avevano preceduti.

Frattanto, dalle caverne si passò alle palafitte, raggruppate in villaggi lacustri.

Un po’ più tardi villaggi simili sorsero anche in zone non lacustri, su terrazzi sopraelevati trattenuti e sostenuti da pali infilati saldamente nel suolo e circondati da un fossato che difendeva dall’assalto delle belve e dei nemici. Terramara è chiamata questa speciale costruzione.

Gli abitanti delle terramare conoscevano l’uso del bronzo, allevavano animali addomesticati, coltivavano la terra, tessevano il lino e la lana.

Come gli uomini primitivi trovavano riparo. Per migliaia di anni, gli uomini primitivi, muniti soltanto di rozzi bastoni e di pietre dovettero accontentarsi di ripari naturali: caverne, strette valli riparate dagli alberi, rocce sporgenti costituirono i loro unici rifugi. In ogni caso, dimore fisse e ben costruite sarebbero state di scarsa utilità a uomini obbligati a trascorrere la loro vita vagando da un luogo all’altro in cerca di cibo. Alcune popolazioni che vivono tuttora di caccia e di raccolto, come gli Waddis dell’Australia settentrionale, non si costruiscono dimore fisse. Ma col tempo, gli antichi uomini cominciarono a costruirsi dei ripari mobili, che potessero trasportare con sè. Talvolta, come gli Waddis, essi usavano semplicemente delle pelli animali, che, tese fra i rami degli alberi, potevano formare una specie di tetto. Talvolta, come gli Indiani d’America, essi si costruirono delle vere e proprie tende. Più tardi, quando gli uomini divennero proprietari di greggi e cominciarono a coltivare la terra, sentirono la necessità di un posto riparato dove tenere i loro attrezzi, dove cucinare i cibi e dove dormire al sicuro la notte, per molti anni. Queste prime case erano talvolta costruite col fango seccato e indurito al sole. Quando gli uomini ebbero a disposizione scuri robuste per abbattere alberi e tagliare grossi rami, le case furono costruite con tronchi. Un altro materiale da costruzione conosciuto dai tempi antichi è la pietra; ma poichè essa era pesante ed era difficile darle forma, non fu impiegata subito nella costruzione di abitazioni comuni. L’impiego della pietra presentava molte difficoltà: tra le altre, quella di lasciare delle aperture per le porte e per far entrare la luce; i primi architetti, infatti, non conoscevano l’arco con cui più tardi i Romani costruirono i loro ponti di pietra. Talvolta si risolveva il problema appoggiando su due o più pietre verticali una pietra orizzontale. Oppure si scavava in una collinetta una specie di vasta camera sotterranea; le pietre servivano poi a puntellare il soffitto e le pareti e a rinforzare l’entrata.

Si costruiscono templi.  Gli antichissimi architetti dell’età della pietra costruivano i loro templi con grossi e rozzi macigni. Per il trasporto venivano usate rudimentali slitte. Per sovrapporre ai due o tre massi verticali una di queste enormi pietre, veniva probabilmente costruito un terrapieno a piano inclinao che raggiungesse la sommità dei pilastri. Resti di questi grandiosi monumenti si vedono ancor oggi in alcune zone dell’Inghilterra e della Francia.

L’uomo impara a usare il fuoco. Nevicò per mesi e mesi. Tutte le piante morirono e gli animali fuggirono in cerca di sole. L’uomo prese i piccoli sul dorso e si unì agli animali. Ma non potendo viaggiare con la stessa rapidità delle creature più veloci di lui o era condannato a morire oppure doveva ingegnarsi a sopravvivere. Anzitutto trovò modo di coprirsi per non morire congelato. Imparò a scavare buche, nascondendole sotto ramaglie frondose, e in esse intrappolò orsi e iene che poi uccise con macigni e scorticò per usarne le pelli come indumento per sè e la famiglia. Poi c’era il problema della casa: più semplice. Molti animali avevano l’usanza di dormire in caverne; l’uomo li imitò. Cacciò le bestie dai loro ricoveri, e si impadronì delle loro case calde. Ma, anche così, il clima era troppo freddo. Allora un genio ideò l’uso del fuoco. Una volta che era fuori a caccia s’era trovato in mezzo a una foresta incendiata. Ricordava solo di aver rischiato di arrostirsi; e da allora in poi aveva considerato il fuoco come un nemico. Ma ora se lo fece amico. Portò nella caverna un tronco secco e vi appiccò il fuoco usando i tizzoni ardenti raccolti in una selva in fiamme. Con questo mezzo convertì la caverna in una stanzetta deliziosamente riscaldata. E poi, una sera, un pollastro cadde nel fuoco. Nessuno ve lo tolse finchè non fosse diventato arrosto. L’uomo scoprì che la carne cotta aveva un sapore più buono, e senz’altro smise una delle abitudini che aveva fin allora condiviso con gli altri animali, e da quel giorno in poi cominciò  a cucinarsi il cibo. Van Loon

L’illuminazione. Com’erano buie le caverne! Dalla piccola apertura, nelle notti di luna, s’intravedeva un incerto chiarore, ma quando il cielo era coperto da nubi, ai poveri abitanti non restava che raggomitolarsi, stretti l’uno contro l’altro, nei caldi giacigli imbottiti di erba e rivestiti di soffici pellicce d’orso. E i loro occhi, inutilmente spalancati nel buio, finivano per chiudersi nel sonno. Ma un giorno l’uomo fece una grande scoperta:  riuscì ad imprigionare il fuoco, e la sua caverna conobbe la prima forma di illuminazione notturna. Per molto tempo il ramo infuocato dell’albero fu il solo mezzo di illuminazione conosciuto. Poi l’uomo si accorse che certi rami impiegavano più tempo a spegnersi perchè erano ricchi di una gomma profumata: la resina. Ci fu chi raccolse questa resina e la fece liquefare in recipienti di terra. Bastava immergere un ramo in questo liquido e lasciarlo asciugare per avere una torcia dalla fiamma brillante e duratura. Finalmente ci fu chi trovò l’olio. E l’uomo inventò la lanterna. Le prime erano in terracotta, simili a tazze, chiuse sopra, con un foro e un beccuccio da cui usciva il lucignolo che, acceso, bruciava lentamente. Risale al tempo delle persecuzioni cristiane l’apparizione delle prime candele di cera.

La famiglia al tempo dei tempi. Sì, era molto diversa dalla nostra la vita degli uomini primitivi, ma qualcosa di uguale c’era: una famiglia stretta da un sentimento di amore. Senza l’amore, senza l’affetto familiare, l’uomo sarebbe rimasto selvatico. Ecco perchè si dice che la famiglia è la base della società, il fondamento, il piedistallo della grande famiglia umana. I papà e le mamme, in ogni tempo, hanno fatto il loro dovere. Hanno dato nutrimento, protezione e affetto ai loro piccoli. Ma questo non bastava. C’era da insegnar loro tante cose, tante e poi tante: come si accende il fuoco, come si mantiene e come si custodisce; quali frutti ed erbe si possono mangiare; come si imita il grido degli animali per richiamarli, quali sono le grida delle tribù; come si rende aguzza una pietra; come si fa stagionare un ramo per ricavarne un arco; come si segue, si affronta, si colpisce, si scuoia un animale; come si lavora una pelle; come si costruiscono i cesti di giunchi; come si conservano i frutti… E poi quegli antichi genitori insegnavano a leggere nel cielo i segni della prossima pioggia, nelle acque del fiume il preannuncio della piena, e nella terra le orme degli animali. Insegnavano a mettere delle pietre bianche sul sentiero in modo che esse indicassero “qui sono passato io inseguendo un branco di cervi”. Oppure a incidere la corteccia di un albero in modo da far comprendere che quelle intorno erano terre nemiche.  G. Valle

Negli anni più lontani la nostra terra non è sempre stata così, come oggi noi la vediamo. Appena nata, negli anni più lontani, la terra era infuocata, ribollente. Era avvolta da una nube fittissima di vapori scuri. Molto lentamente essa si andò raffreddando, prese forma e si rivestì di una crosta dura di roccia. La nube di vapori che avvolgeva la terra si trasformò in acqua e precipitò sotto forma di piogge torrenziali; tutto ne fu inondato, ogni valle ne fu riempita. Nacquero fiumi, laghi, mari. E, dentro, la terra ancora ribolliva. Tale sua forza scuoteva la crosta di roccia con terremoti violenti; la spezzava, la deformava, vi apriva le bocche infuocate dei vulcani. Sulla terra, intanto, trascorrevano periodi lunghissimi in cui, di volta in volta, il clima era mite o estremamente rigido. Quando il freddo avvolgeva ampie zone della terra si formavano ghiacciai immensi, dalla cima delle montagne fino alla pianura. Poi i ghiacci si ritiravano, si scioglievano, lasciando dietro di sè un paesaggio nuovo. Dopo un lunghissimo periodo di sconvolgimenti, la terra si riposò.  Sulla sua superficie si formarono foreste immense; le acque furono popolate di alghe. Animali mostruosi e terribili, molto simili ai draghi, vagavano per foreste e montagne, combattendosi ferocemente per il possesso della preda ed emettendo gridi terribili. Un giorno essi scomparvero ed altri animali, di grandezza smisurata, come ad esempio il mammut, abitarono la terra. L’uomo comparve molto più tardi; per poter sopravvivere dovette combattere questi mastodontici animali, difendendosi unicamente con armi offerte dalla natura: pietre, rami, ossa… Egli non aveva casa, non conosceva il fuoco per scaldarsi e cuocere i cibi, non conosceva i metalli, non sapeva coltivare i campi, nè navigare o servirsi delle infinite cose che erano attorno a lui. Per sua fortuna, aveva con sè un tesoro inestimabile: l’intelligenza.

La caverna fu la scomoda abitazione degli uomini primitivi. In essa vi era ben poco: alcune grosse pietre e, nell’angolo più riparato, un mucchio di ramoscelli e foglie secche su cui poter dormire. La caverna riceveva luce soltanto dall’imboccatura. L’uomo primitivo si copriva il corpo con le pelli degli animali che uccideva.

La vita dell’uomo incominciò quando già da migliaia e migliaia di anni sulla terra verdeggiavano le foreste e si muovevano gli animali. Usando l’intelligenza, dono che egli solo possedeva, seppe ben presto distinguersi dalle altre creature; imparò a difendersi dai pericoli e a migliorare le sue condizioni di vita.

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Perle dorate Montessori: presentazione e tutorial per costruirle in proprio

Le perle dorate Montessori: tutorial per costruirle in proprio con poca spesa, indicazioni didattiche generali e lezione in tre tempi per la presentazione del materiale ai bambini…

Esercizi con le perle dorate Montessori 1
photo credit: http://www.lisheenmontessori.com/products.php?category=4

Con le perle dorate Montessori il bambino scopre l’aritmetica nell’ambito del Sistema Decimale:

l’uno (unità) è un punto

perle dorate Montessori unità

 

photo credit: http://www.lisheenmontessori.com/products.php?category=4

la decina è un allinearsi di dieci punti su una linea

perle dorate Montessori decine
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il centinaio una successione di dieci linee (di dieci perle ciascuna) su di un quadrato pari a 100

perle dorate Montessori centinaia
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il migliaio è composto da dieci quadrati messi insieme che costituiscono un cubo di 1000, che è nuovamente un grosso punto

perle dorate Montessori migliaia
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diecimila si forma mettendo uno accanto all’altro dieci cubi che danno come risultato nuovamente una lunga linea.

I bambini ricevono con le perle dorate Montessori un autentico orientamento nell’ambito dei grandi rapporti matematici che per loro è di grande importanza.

Spesso già nella Casa dei Bambini parlano di grandi cifre e alle Elementari, con l’aiuto di questo materiale e con la loro capacità di immaginazione, possono inoltrarsi nei più vasti spazi numerici e alla fine ritrovarsi con la loro unità concreta, vale a dire con se stessi.

Per dare ai bambini la possibilità di occuparsi concretamente di grandi spazi numerici, insieme al materiale delle perle dorate Montessori vengono offerti loro, da subito, anche i simboli numerici per le unità, la decina, il centinaio ed il migliaio in forma di scheda stampata (download gratuiti qui: 

I bambini mettono le cifre in relazione con il materiale concreto e imparano che hanno bisogno di soli dieci simboli: 0 1 2 3 4 5 6 7 8 9 , per potersi muovere e orientare nel gigantesco mondo dei numeri.

L’1 e lo 0 sono come una cornice per il tutto.

Hans Magnus Enzenberger lo ha raccontato in modo meraviglioso nel suo romanzo Il mago dei numeri (Einaudi): “Sulla grande scala apparve un cinese in abiti di seta e prese posto sul trono d’oro.

-Chi è mai costui?- chiese Roberto.

-E’ l’inventore dello zero- sussurrò Teplotaxl.

-Allora è il più potente?-

-Il secondo-, disse il suo accompagnatore -il più potente di tutti abita là sopra, dove finisce la scala, nelle nuvole-

-Anche lui è un cinese?-

-Ah, se lo sapessi! Quello non l’abbiamo visto nemmeno una volta, ma noi tutti lo onoriamo. Egli è il capo di tutti i maghi dei numeri perchè ha inventato l’uno. Chissà, forse non è nemmeno un uomo, forse è una donna!-

Roberto era così impressionato che non aprì bocca per un pezzo. Intanto i servitori avevano iniziato a servire la cena.

-Ma queste sono tutte torte!- esclamò Roberto.

-Sss, non così forte, ragazzo mio. Qui noi mangiamo solo torte, perchè le torte sono rotonde, e il cerchio è la più completa di tutte le figure. Assaggia…-

L’uno è l’inizio, la prima perla, cui seguono la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava, la nona e la decima.

Arrivati alla decima, si cambiano tutte le perle sciolte con una nuova unità: la decina o 10.

E si continua a contare, e per farlo abbiamo bisogno di altre nove decine; arriviamo al decimo bastoncino e siamo arrivati a 100.

ll bambino capisce in questo modo che ci spostiamo continuamente in una nuova unità; lo zero aiuta a immaginare quanto spazio i numeri si siano appena presi.

Si può intuire facilmente come la dimestichezza con tale materiale comunichi un profondo messaggio psicologico al bambino: egli sperimenta l’estensione dell’aritmetica, ma allo stesso modo può immaginare il proprio sviluppo: cominciando da un punto (l’ovulo) l’essere umano cresce e occupa sempre più posto.

Costruire in proprio il materiale

Ricapitolando, per materiale delle perle dorate intendiamo una dotazione di  perline dorate tutte della stessa misura. Ce ne devono essere di sfuse per le unità e infilate in file di 10 per le decine, le centinaia e il migliaio.

Un’unità è una perlina (punto)

Una decina sono 10 perline infilate il linea verticale su un fil di ferro o uno stecchino (linea)

Un centinaio sono 10 file di decine disposte una a fianco all’altra (quadrato)

il migliaio è formato da dieci centinaia sistemate insieme a formare un cubo 10x10x10 (punto)

Questo modello punto / linea / punto / linea  si ripete in tutte le numerazioni del sistema decimale.

Indicativamente si può acquistare un cubo per 65euro, 9 quadrati per 55euro, 9 barrette delle decine per 9 euro e 45 perline per euro7. Ma prepararsi il materiale da sè è estremamente semplice, se non si è troppo perfezionisti (troppo montessoriani?) e se si coinvolgono nella costruzione del materiale i genitori.

Aggiungo, per chi pensa di non poter affrontare la costruzione del materiale, una versione stampabile:

Versione stampabile delle perle dorate Montessori

che non ha sicuramente lo stesso valore dal punto di vista sensoriale, ma che può permettere di eseguire coi bambini una vasta gamma di esercizi sul sistema decimale:

Perle dorate Montessori presentazione e tutorial per costruirle in proprio images3

Io, per avere a disposizione una grande quantità di perle tutte uguali per costruire il materiale in proprio ho usato una vecchia tenda:

e ho fatto come mostrato nelle immagini seguenti. Il lavoro richiede sicuramente del tempo, ma ne vale la pena ed è molto semplice. L’unico consiglio è quello di scegliere un fil di ferro non troppo rigido…

Barrette della decina:

Perle dorate Montessori presentazione e tutorial per costruirle in proprio 1

infilate dieci perline nel fil di ferro,

Perle dorate Montessori presentazione e tutorial per costruirle in proprio 2

ripiegate il primo estremo

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Halloween: 120 e più idee creative

Una raccolta di 120 e più idee creative e lavoretti per Halloween: mollette pipistrello, decorazioni paurose, ragni e ragnatele, scheletri e fantasmi, giochi da stampare e giochi di gruppo per animare la festa, idee per merende a tema, streghe, cappelli, scope, gufi, tramezzini e dolci da paura, pozioni, zucche, lanterne e molto altro ancora…

Halloween 120 e più idee creative ScreenHunter_21

1. Halloween: mollette pipistrello in plastica, in vendita qui:  artlebedev.com ma semplici da realizzare con mollette di legno e cartoncino

Halloween 120 e più idee creative 2b

2. Halloween: festoni in cartoncino nero, non c’è tutorial ma sono di semplice realizzazione; di fortytworoads.blogspot

3.  Halloween: gatto di strega, anche questo senza tutorial ma bellissimo; di etsy.com

Halloween 120 e più idee creative 4

4.  Halloween: tutorial per realizzare la ragnatela incrociando 3 stecchi da gelato e filo bianco di lana. I ragnetti si fanno semplicemente con 4 scovolini da pipa; di crafts.preschoolrock.com

Halloween 120 e più idee creative 5b

5.  Halloween: biscotti della sfortuna, in cartoncino nero, senza tutorial; di www.etsy.com

Halloween 120 e più idee creative 6b

6.  Halloween: skeletoff skeleton, decorazione, senza tutorial; via http://birdstehword.tumblr.com/

Halloween 120 e più idee creative 7b

7.  Halloween: fantasmi da appendere, tutorial. Sono realizzati rivestendo un palloncino con garza inamidata (anche acqua e zucchero va benissimo, come facevano le nonne coi centrini all’uncinetto); di http://www.countryliving.com/

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Guest post: uno scavo archeologico all’aperto

…le immagini della sensory tub preistorica di Enza, elaborata in forma di scavo archeologico all’aperto…

Guest tutorial preistorico - Idee per una sensory tub sensory-tub-preistoria1

E’ una grande emozione per me presentarvi il lavoro di due grandi archeologi, Miss Z. (9 anni) e Mr J. (7anni), e della loro straordinaria MammaMaestra:

Loro stanno studiando, all’interno del loro programma di homeschooling, l’epoca preistorica, e sono riusciti a realizzare uno scavo archeologico all’aperto:

I reperti sono di grande impatto: terracotta, ossa di grandi dimensioni (anche un teschio!), bellissime conchiglie, e molto altro…

e i bambini hanno potuto collaborare allo scavo, con compiti diversi ed adeguati alle loro diverse età:

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Guest post: homeschooling preistorico

..un’altra esperienza di scavo archeologico preistorico ispirata dalla sensory tub preistorica di Enza…

L’articolo è il frutto del lavoro di due grandi archeologi, Mr A (quasi 3 anni) e Mr B (quasi 6), e della loro mamma Vanna.

A loro la parola… 

Guest tutorial preistorico - Idee per una sensory tub sensory-tub-preistoria1

Nel leggere il post della sensory tub preistorica sono rimasta affascinata. Ho due bambini di quasi 3 e quasi 6 anni, e ho deciso di proporre loro questo bel percorso sulla Preistoria e lo scavo archeologico, che affascina tantissimo anche me (adoro la storia!)

Il progetto 

Per prima cosa siamo stati in biblioteca a documentarci; abbiamo preso a prestito alcuni libri per bambini che descrivevano in maniera semplice e con molte figure la preistoria, i dinosauri, l’uomo preistorico, il lavoro dell’archeologo. Così ogni tanto leggevamo insieme qualche pagina, senza fretta ma con molta curiosità. Ho visto che i piccoli apprezzavano l’argomento (soprattutto i dinosauri! Ma anche i mammut e gli uomini vestiti solo di pelliccia), e ho iniziato a preparare la tub preistorica, seguendo le indicazioni del post.

E’ stato molto facile reperire tutto il materiale necessario in casa: conchiglie e sassi rinvenuti durante varie gite fuori porta, ossa di pollo, monete, ‘perle’ e ‘pietre preziose’, terra, sabbia, palette, pennelli, attrezzi da giardino di vario genere, etc.

Nonostante la differenza di età dei due bambini ho proposto un unico contenitore in modo che collaborassero.

Ecco le fasi di preparazione e poi le attività di scavo.

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I reperti

conchiglie fossili
ossa di pollo
qualche conchiglia
monete
pietre dure
perle e preziosi
Un uovo di dinosauro (in polistirolo e colorato con pennarello) e due ghiande
sassi di vario genere

 Preparazione della vaschetta

Terzo strato:  fossili + ossa di dinosauro + uno stegosauro di plastica nascosto dal play dough marrone.

Secondo strato: sassi e conchiglie

Primo strato: perle, monete, qualche pezzo di mattone e un qualche pietra affilata.

L’attività di scavo

Siccome i bambini non sanno ancora leggere e scrivere ho preparato dei contenitori dei reperti divisi percategorie e con disegnato il tipo di reperto da riporre.

Una perla viene riposta usando la pinzetta
Un reperto viene osservato con la lente di ingrandimento
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Dettati ortografici – Giugno

Dettati ortografici sul mese d giugno

Il sole si affaccia all’orizzonte e spande la sua luce sulla terra e nel cielo. Illumina le cime dei monti, le punte dei campanili, i tetti delle case. Getta un tappeto d’oro sui campi e mille scintille sulle acque del mare, dei laghi, dei fiumi. I galli annunciano il nuovo giorno e le campane squillano. Il contadino, di buon’ora, si avvia nel campo, ove l’attende il suo lavoro. L’aria, già calda al mattino, annuncia una giornata afosa.  Le cicale iniziano presto il loro grido insistente e, quando i bambini si svegliano, il sole, già alto nel cielo, entra nelle case a portare luce, salute, allegria. (M. Menicucci)

Carlo è felce quando può correre per i prati col suo cane. Mentre Bobi scappa avanti, Carlo si butta a terra, fra l’erba alta. Il cane si ferma e si gira di scatto: alza il muso, drizza le orecchie e poi, via! Con un balzo è sopra al suo padroncino e tutti e due rotolano insieme. Il bambino strilla e ride: il cane uggiola di gioia.

I contadini sotto il sole di giugno raccolgono i covoni di grano. Il loro viso scuro riluce di gocce di sudore, ma instancabili continuano il lavoro.  Un uccellino, in un prato accanto, si ferma un momento a guardare, poi continua, in un lieto cinguettio, a insegnare ai suoi piccoli a volare.

E’ arrivato giugno col sole caldo, con i temporali estivi e con i primi frutti succosi. Nelle belle giornate il sole si leva prestissimo e risplende per ore ed ore. Ai bambini piace attardarsi all’aperto fino al suo tramonto e salutare l’arrivo della sera con giochi e grida festose.

I prati sono verdi e nei campi biondeggia il grano. Di sera si vedono piccoli lumini vagare piano piano qua e là: sono le lucciole, che i bimbi talvolta rincorrono, felici di potere stringere un po’ di luce. Gli alberi sono folti di foglie e donano la loro ombra benefica. In campagna c’è molto lavoro ed i contadini si preparano per la fatica della mietitura. Anche i bimbi si preparano per la loro ultima fatica dell’anno scolastico e sperano di potere portare a casa una bella promozione.

Giugno, mese di spighe, ricco di sole e di feste, apre con chiavi d’oro le porte dell’estate. Il sole avvampa; le spighe diventano d’oro; i fiori hanno i colori più belli; alcuni petali ricordano lo splendore delle pietre preziose. Stridono le cicale; erra laboriosa l’ape; lampeggiano le falci; suda sui libri lo scolaro. Per chi ha ben lavorato, è l’ora del raccolto. (L. Rini Lombardini)

Giugno è il mese dei prati erbosi e delle rose; il mese dei giorni lunghi e delle notti chiare. Le rose fioriscono nei giardini, si arrampicano sui muri delle case. Nei campi, tra il grano, fioriscono gli azzurri fiordalisi e i papaveri fiammanti e la sera mille e mille lucciole scintillano fra le spighe. Il campo di grano ondeggia al passare del vento: sembra un mare d’oro. Il contadino guarda le messi e sorride. Ancora pochi giorni e raccoglierà il frutto delle sue fatiche. (G. Carducci)

Sera di giugno. La luna doveva già essere alta dietro il monte. Tutta la pianura, allo sbocco della valle, era illuminata da un chiarore d’alba. A poco a poco al dilagare di quel chiarore, anche nella costa cominciarono a spuntare i covoni raccolti in mucchi, come tanti sassi posti in fila. Degli altri punti neri si muovevano per la china, e a seconda del vento giungeva il suono grave e lontano dei campanacci che portava il bestiame grosso, mentre scendeva passo passo verso il torrente. Si tratto in tratto soffiava pure qualche folata di venticello più fresco dalla parte di ponente e per tutta la lunghezza della valle udivasi lo stormire delle messi ancora in piedi (G. Verga)

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Esperimenti scientifici per bambini – Cromatografia con i pennarelli

Esperimenti scientifici per bambini – Cromatografia con i pennarelli. Di cromatografia avevo già parlato in un esperimento che dimostra perchè le foglie in autunno cambiano colore. Ora propongo esperimenti scientifici per bambini anche più piccoli, più semplici e artistici, utilizzando come base il colore dei pennarelli (o anche i coloranti alimentari, se volete).

Partiamo dai più semplici… anche coi bambini più piccoli ricordiamo la motivazione del nostro lavoro: nel rosso che usiamo per colorare c’è proprio solo il rosso? E il nero è solo nero, o contiene anche lui altri colori?

In questi video è mostrato l’esperimento con pennarello nero e acqua; possiamo usare qualsiasi carta un po’ assorbente e porosa, e non troppo delicata, anche la carta da cucina può andare bene; i pennarelli possono essere quelli lavabili o quelli a inchiostro permanente, magari insieme: è anche interessante vedere cosa succede di diverso usando un materiale piuttosto che un altro. Si possono usare anche coloranti liquidi alimentari.

In tutti i casi gli effetti migliori sono quelli ottenuti col nero e coi colori secondari e terziari.

In questo una bellissima variante con gessetti bianchi, pennarelli e acqua (scegliete gessi bianchi porosi, i gessi lisci non funzionano bene):

Mentre si sperimenta la cromatografia, si possono realizzare pezzi d’arte, ad esempio fiori di carta:

http://www.mn-net.com/tabid/11126/default.aspx

http://scientopia.org/blogs

cromotografia1

http://www.homeschool-activities.com/

o farfalline:

http://discusprogram.blogspot.it/

Il video realizzato con l’acqua è accelerato; se volete davvero vedere i colori separarsi sotto i vostri occhi, invece dell’acqua dovete usare un solvente alcoolico, come spiegato poi. Utilizzando un alcool le bande di colore si formano dopo pochi minuti, e l’esperimento diventa per i bambini molto più stimolante.

http://chemistry.about.com/

Che usiate acqua o solventi, al termine dell’esperimento fate asciugare bene i gessi: avrete dei bellissimi gessetti colorati! A meno che non utilizziate grandi quantità di inchiostro o colorante, naturalmente il gesso si colorerà solo in superficie, e più che gessi colorati, saranno meravigliosi gessi bianchi decorati…

________________

Ed ora qualche informazione in più sulla cromatografia per l’adulto che presenta l’attività, e per i bambini più grandi: 

La cromatografia è un procedimento scientifico impiegato per separare i componenti di una miscela: comporta la separazione di sostanze chimiche. Esistono molti tipi di cromatografia, ed alcuni richiedono costose apparecchiature di laboratorio, ma alcune varianti possono invece essere realizzate a casa, facilmente e con pochissima spesa.

Possiamo separare ad esempio pigmenti vegetali , oppure sostanze come l’inchiostro dei pennarelli o i coloranti alimentari.

La separazione, in tutti i progetti esposti sopra,  si ottiene ponendo la sostanza che intendiamo separare su di un supporto fisso (la carta o il gesso) e facendola interagire con una sostanza in movimento (l’acqua o l’alcool che lentamente “camminano” nel supporto fisso).

Per realizzare l’esperimento servono pochi materiali:

(i video mostrano molto bene sia i materiali, sia il procedimento)

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Poesie e filastrocche sulla semina il grano e il pane

Poesie e filastrocche sulla semina il grano e il pane

Poesie e filastrocche sulla semina il grano e il pane: una collezione di poesie e filastrocche, di autori vari, per la scuola d’infanzia e primaria.

Stornello

Fior di frumento!

Sussurrano le spighe sotto il vento:

“Un chiccolin di grano ne dà cento!”

Semina

Getta i semi nella terra il contadino,

poi si riposa e guarda tutto intorno;

guarda il campo, la casa e il mulino,

pensa che i semi saran pane un giorno. (C. Del Soldato)

Le stelline del bosco

C’era nel bosco un seme piccolino

come nera capocchia di spillino.

A poco a poco ne sbocciò una pianta

che nel maggio si ornava tutta quanta

di vaghi fiori bianchi come stelle,

con corolle delicate e belle.

Ogni fiore più tardi fece frutto

che si riempì di semi tutto tutto.

Poi venne frate vento e li strappò,

tutt’intorno li sparse e sotterrò.

E’, frate vento, un buon seminatore

che i semi porta via d’ogni colore;

li sparpaglia peri campi e le colline,

perfin sopra le mura e le rovine.

Indovinate quel che avvenne poi?

Ditelo, bimbi, indovinate voi! (A. Cuman Pertile)

Al campo

Su, coi fecondi raggi novelli,

al campo, al campo, cari fratelli!

Al campo, al campo. Dio benedica

del campagnolo l’umile fatica.

Dolce il lavoro, quando in bel giorno

tutto il creato ci arride intorno;

e sotto il piede ci odora il fiore

che ignoto vive, che ignoto muore. (G. Carducci)

La semina

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Dettati ortografici IL GRANO

Dettati ortografici IL GRANO, di autori vari, per bambini della scuola primaria. Difficoltà ortografiche miste.

Il campo, di lontano, appare come una distesa di pallido verde. Ci avviciniamo, raggiungiamo la proda; vi crescono ciuffi di erbe nuove, che si fanno strada fra i fuscelli secchi, rimasti per tutto l’inverno sul terreno. Il campo è vasto: in righe dritte, ben allineati, si levano gli steli, di un color verde ancora un po’ tenero, ma già vigorosi. Si direbbero, ora, steli d’erba senza nome, ma noi sappiamo quanto invece siano preziosi. Non si calpesti nemmeno uno di quegli steli. Essi cresceranno, metteranno spighe; al sole di giugno offriranno la messe del bel frumento dorato. E, più tardi, diventeranno pane, saranno il dono quotidiano che pare benedizione alle mense frugali.

Un mattino di primavera, un germoglio verde mise la testina fuori della terra umida. Il sole splendeva così caldo che la terra fumava.  E su in alto nell’azzurro cielo, un immenso stuolo di allodole cantava. Il chicco di grano si guardò intorno inebriato. Era proprio tornato in vita, rivedeva il sole e sentiva cantare le allodole. Ricominciava a vivere. E non era solo, perchè intorno a lui, nel campo, vedeva altri verdi germogli, un esercito intero, e in esse riconobbe i suoi fratelli. Allora la giovane pianticella si sentì invasa dalla gioia di esistere e le parve di dovere, in atto di pura riconoscenza, alzarsi fino al cielo e accarezzarlo con le sue foglie. (G. Joergensen)

Il grano è alto. La spiga è fatta e ondeggia al vento con le sue lunghe ariste e i chicchi bene allineati. Fra poco sarà pesante, piegherà il capo, diverrà tutta bionda e turgida. Allora la falce verrà a mieterla per il pane di domani. (B. Ardesi)

Un’estate senza le spighe che dondolano sotto la spinta del vento, non è un’estate. Proprio così: la messe bionda è il simbolo di questa stagione dalle lunghe giornate dilatate dal sole abbagliante. Otto mesi fa, i solchi erano aperti a ricevere il seme, oggi gli uomini si recano a raccogliere i frutti della terra generosa. (N. Nason)

Guarda com’è bella! Il sole l’ha dorata. I suoi chicchi sono disposti con ordine e ciascuno è coperto di leggere squame. Tutti hanno un ago sottile. Si chiama arista ed è il pugnale che li difende dagli uccelli troppo golosi. I suoi chicchi sono numerosi e vengono tutti da quell’unico che fu seminato nell’autunno. Ricordi? (D. Scotti)

La giovane sposa, col cesto sul capo, si affretta a portare la cena ai lavoratori. Stende la tovaglia sopra la terra; leva dal cesto il grande piatto della lattuga con le cipolle fresche; e intorno dispone le forcine, e i grossi pani e i fiaschi del vino acidetto. Riposano gli uomini, riposa la terra. (A. Panzini)

Ritto in mezzo al campo, stava lo spaventapasseri. Portava un cappello vecchio, una camicia, che un tempo doveva essere stata bianca, un paio di calzoni rattoppati e un fazzoletto rosso intorno al collo. Era solo lo spaventapasseri. (G. Ajmone)

Il campo di grano ondeggia al passare del vento; sembra un mare d’oro. Il contadino guarda le messi e sorride. Ancora pochi giorni, e raccoglierà il frutto delle sue fatiche. Ancora pochi giorni, ed anch’io spero di ricevere il compenso del mio lavoro: la promozione e la felicità delle vacanze. (M. Frati)

Sembra che le cicale nascoste fra gli alberi invochino il sole, perchè non le bruci vive. Non si muove una foglia; in lontananza le case della campagna tremolano nella gran luce. In quest’ora nessuno si azzarda a lasciare il fresco rifugio delle stanze. Soltanto un carro, laggiù, rotola all’ombra dei pioppi, lungo il canale. Il rumore delle ruote riempie tutta la campagna insieme con il frinire pazzo delle cicale ed al cinguettio continuo dei passeri. Poi, una mattina all’alba, sono cominciati i lavori della trebbiatura: sull’aia il gran polverone glorioso nel quale si muovono le figure brune dei contadini. Il canto delle cicale, sui pioppi del torrente, è soverchiato dall’iroso frastuono della trebbiatrice. Attorno al motore caldissimo, puzzolente d’olio e di nafta, si aggira il meccanico, asciugandosi ogni tanto i rivoli di sudore che gli scendono per la nuca e sul viso. Il sole si arrampica su per l’arco del cielo e l’afa comincia  a gravare sui campi. Verso mezzogiorno i contadini si rifugeranno all’ombra del portico, per ristorarsi un poco. (A. Lugli)

Il frumento, questa pianta benedetta che di dà il pane, porta la sua pesante spiga in cima a un fusto abbastanza lungo per allontanare i chicchi dalla polvere del terreno, abbastanza sottile per crescere in ciuffi folti senza dar noia ai vicini, abbastanza robusto per sostenere il peso dei semi, abbastanza elastico per piegarsi al vento senza rompersi. Questo insieme di qualità preziose è dato dalla forma speciale della paglia. Invece di farsi un fusto pieno, il frumento se lo fa vuoto. (E. Fabre)

il grano, con un impeto di forza, si affretta a compiere il ciclo della sua breve vita, finchè nei giorni di giugno le spighe si piegheranno. La rondine pare ripetere col suo grido stridente all’uomo: “Lavora, lavora il tuo grano, rincalza il crespo, strappa le erbacce”. La lucciola risplende di prima sera, volando silenziosa per tutta la distesa del grano; e la cicala, poi, canta nei grandi pomeriggi estivi sopra le spighe fiorenti. La rondine, la lucciola, la cicala accompagnano la vita del grano. E così tre fiori fanno al granaio ghirlanda: il giglio dei campi, i fiordalisi e i papaveri di fiamma. (A. Panzini)

Guardate la spiga di grano: ha in capo una corona di cento punte. E’ davvero la regina dei campi. Tutte le altre biade, tutti gli altri frutti sono meno belli di lei. E’ la piuma d’oro della terra. Essa è la prediletta del contadino che le presta le sue fatiche più dure. Ara con il pesante aratro per fare al seme un letto soffice e profondo, per difenderlo dal gelo. L’aiuta a crescere rompendo con la zappa la crosta della terra, che l’inverno ha indurito. Le dà il nutrimento di concime, perchè venga su robusta. E quando è fatta adulta, trema per lei se vede passare nel cielo una nuvola nera. Matura e dorata, egli va a raccoglierla e per tagliarla l’abbraccia e si china un poco come per dirle: “Perdonami se ti faccio male. Lo sai che ti voglio bene”. (R. Pezzani)

I papaveri hanno invaso il campo di grano. Sono un esercito. I soldatini indossano la camicia rossa e non fanno male a nessuno: la loro spada è una spiga. Il vento li agita: i soldatini sembrano correre nel campo conquistato. Quando poi il vento tace, ogni papavero si attarda al margine del solco col fiordaliso, suo compaesano, che indossa la tuta azzurra dell’operaio. (N. Salvaneschi)

Mi ricordo di aver passeggiato, quando è vicino il raccolto, per le campagne piene di frumento già maturo e bronzino. Sentivo nell’aria un odore di pane fresco e il contadino mi diceva, con l’aria di chi possiede un gran segreto, che anche per quell’anno non si sarebbe morti di fame. Infatti bastava guardar giù per vedere un mare di spighe, fra le quali frusciava l’alito caldo del mezzogiorno, piegarsi, incresparsi, prendere a vicenda il colore dell’oro, dell’argento e mandare scintillamenti, come vi fossero in mezzo delle lucciole. Fra gambo e gambo, cresce il papavero scarlatto, e sugli orli, la viola azzurra e la margherita; ronzano i mosconi, si alzano dalla strada nuvoli di polvere e schiamazzano centomila cicale o più, al chiasso che fanno. (E. De Marchi)

Si avvicinano i giorni della mietitura: essi hanno una solennità di attesa. Per le campagne non si parla d’altro. Un gran rito si compie. Fluttuano ancora per i campi le spighe con lieve fruscio di seta e un balenare di verde. Il granello, levato del suo involucro e spremuto tra le dita, è ancora un umore bianco. (A. Panzini)

Dice il proverbio: “Giugno, la falce in pugno”. Per fare cosa? Per mietere il grano, che ormai è maturo. Quanta fatica è costato! Il contadino ha arato il campo, lo ha seminato, concimato, ripulito dalle erbacce. Ma ora è ripagato con tanto oro. Il grano maturo sembra proprio oro. E’ più prezioso dell’oro. L’oro non si mangia, ma col grano si fa il pane, che è il nutrimento di tutti. (P. Bargellini)

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Dettati ortografici: temporali estivi e grandine

Dettati ortografici sul tema temporali estivi e grandine e l’arcobaleno.

Il lampo che illumina il cielo finisce in uno schianto sul tronco di un cipresso, e fortissimo rintrona. La grandine precipita fitta: sui tetti e sulle piazze danzano granelli e perle gelate. E il vento volteggia e rigira nell’aria bruna e fosca le povere foglie strappate dai rami. Quando la bufera si quieta le anatre corrono sull’aia e guazzano nelle pozze d’acqua, ove si mescolano granelli pallidi e foglie tritate. La pace ritorna: gli usci e le finestre si schiudono e la lucertolina si stende sulla pietra a prendere il sole che, rosso di vergogna, volge al tramonto. (A. Paluschi)

Nell’aria pende la tempesta; osservate il paesaggio vegetale in quei momenti di calma minacciosa che ne precedono lo scoppio. Dalle zolle erbose su per i cespugli degli alberi, in largo giro, sta come se fosse scolpito: ciascuna forma vegetale nell’imminenza della lotta, si fa quasi pensosa restando protesa verso la luce residua. Il vento irrompe: le erbe hanno un largo brivido, gli steli si piegano in moto ondoso, i cespugli si convellono, le foglie tremano, svolazzano, frullano sui piccioli tesi, volgendosi di tratto in tratto in un unico verso che ci dà l’immagine della superficie vibrante dell’acqua al colpo del maestrale; i rami bassi degli alberi si piegano verso terra, i sovrapposti sussultano, ed il fusto solenne oscilla. Il vento ha una pausa: dalle erbe ai culmi, ai fusti è una pronta riconquista degli atteggiamenti di quiete… Se sopraggiunge un imperversare di pioggia, l’urto delle gocce crea per ciascuna apparenza vegetale nuovi rapidi moti di difesa. Al cessare della tempesta si scoprono qua e là, per terra, sparse foglie strappate dal vento, battute dalla pioggia e qualche divelto fusticino di pianta erbacea; ma il paesaggio vegetale appare ricomposto nelle sue linee e con una rinnovata, gemmante veste di bellezza. (A. Anile)

Subito dopo la grandine biancheggiò saltellante per terra, risuonando come sassi sulle tegole, tambureggiando le foglie, formando strati sull’erba, sul cortile. Tutti gli alberi, le viti,  le piante dell’orto, le acacie della strada si tenevano fermi, spauriti, oppressi dalla martellante caduta. I contadini guardavano e non fiatavano, gli occhi dilatati, inebetiti, stringendosi le braccia con le mani, guardavano e sembrava non volessero credere. Le viti si scarnivano di foglie sotto i loro occhi, lo strato bianco cresceva; passò una decina di minuti e poi la pioggia prese a mischiarsi alla grandine e questa a scemare. Più tardi, quando fu possibile uscire a camminare verso i campi, subito si intese un odore di foglie cadute come per un prematuro autunno. (G. Comisso)

Le nuvole grige e nere si urtano, si pigiano spinte del vento, nascondono il sole, oscurano il cielo. Ci son ancora, qua e là, lembi d’azzurro, ma vanno facendosi sempre più piccoli, sempre più radi. Ecco un lampo: guizza, abbaglia, sembra incendi il cielo. Poi scoppia il tuono. Un tonfo forte, un brontolio lungo. I passeri si rifugiano sotto i tegoli, le rondini volano basse, senza stridi. Cadono le prime gocce d’acqua, si fanno fitte, sembrano grossi aghi lucenti. Poi la pioggia scroscia impetuosa.

Poco dopo mezzogiorno il sole cominciò ad essere meno limpido. Non c’erano nuvole ancora; ma proprio nel mezzo del cielo, il turchino cominciò a diventare sempre più smorto; fin che all’improvviso vi nacque una nuvola grigia che si faceva sempre più scura. Poi altre nuvole, dello stesso colore e più bianche, si accostarono, insieme. Quando tutte furono chiuse l’una con l’altra, un lampo abbagliò gli occhi e fece luccicare le ruote del carro, gli aratri e tutti gli strumenti di ferro sull’aia. Allora i tuoni cominciarono, come se avessero dovuto schiantare anche le case, e le prime gocciole, quasi bollenti, si sentirono picchiettare sulle tegole e sui mattoni. Dopo un poco l’acqua venne giù sempre più grossa, e il temporale durò quasi tre ore. (F. Tozzi)

Dopo il temporale il sole era tornato, e i pioppi parevano più verdi: avevano sentito quella rinfrescata e ne godevano. Lungo qualche filare erano nati i girasoli, grandi e gialli, che tentennavano  un poco quando passava il vento. Tra i grani, dove era più umido, erano nati il ciano coi fiori azzurri; le campanelle bianche, venate di rosso chiaro, che s’attorcigliavano fin sulle spighe, e la borrana con le stelline celesti. I ragni avevano teso tanti fili, che quando brillavano parevano un’altra messe. (F. Tozzi)

Dopo la grandinata, quando fu possibile riuscire a camminare verso i campi, subito si intese un odor di foglie cadute come per un prematuro autunno. I contadini prima ancora di vedere realmente i danni causati ripetevano sommessi: “Siamo rovinati”. E veramente la campagna aveva un aspetto lugubre: il verde prima traboccante non esisteva più. Il granoturco abbattuto, stracciato nelle sue larghe foglie, i campi di foraggio calpestati, come da una torma di cavalli, le pesche rosee mordicchiate, l’uva scoppiata nei suoi grani, e foglie e piante, per terra, mischiate al fango. (G. Comisso)

Venne un temporale che flagellò la campagna e rose le strade, per fortuna senza grandine. Lo passammo in casa, da una finestra all’altra, fra donne e bambine che correvano e gemevano sotto i lampi. Il crepitio dei sarmenti nel camino  sbatteva in cucina una luce rossastra, che dava riflessi fantastici ai festoni di carta colorata, sulla batteria di rame, alle stampe della Madonna, e al ramulivo appeso al muro. Tremavano i vetri. Qualcuno, di sopra, urlava di fermare le finestre… Venne un momento di strana solitudine, quasi di pace e di silenzio, nel diluvio. Mi fermai sotto la scala dove dal lucernario accecato volavano gocciole e odor d’acqua. Si sentiva la massa dell’acqua, quasi solida, cadere e muggire… Finì com’era cominciato, d’un tratto. Quando uscimmo sul terrazzo, dappertutto in paese si sentiva vociare, il cemento seminato di foglie aveva già chiazze d’asciutto. Tirava un vento di vallata, schiumoso, e le nuvole galoppavano… M’investì un sentore folle di fradicio, di frasche, di fiori schiacciati, un odore acre, quasi salso, di fulmine e di radici. (C. Pavese)

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Dettati ortografici ESTATE

Dettati ortografici sull’estate: una raccolta di dettati ortografici, di autori vari, per la scuola primaria.

L’estate è la stagione più calda dell’anno. Il sole ardente fa maturare nei campi il grano; le spighe piene e mature sembrano d’oro. Il contadino le guarda e, vicino al raccolto, dimentica le fatiche passate. E’ la stagione dei temporali,degli acquazzoni, delle grandinate. Spesso le grandinate distruggono in pochi minuti, coi raccolti, le fatiche di molti mesi. Il contadino le teme come il peggiore flagello. (Bianchi e Giaroli)

Di giorno le cicale cantano sugli alberi, e i grilli, a sera, cantano fra l’erba del prato. I contadini mietono il buon grano, che darà il pane per tutta l’annata. Le rondini stridono nel cielo e, quando scendono le prime ombre della sera, rientrano nei nidi, sotto le gronde. I pastori lasciano la pianura e salgono col gregge ai pascoli montani. I giorni sono lunghi, le notti sono corte. S’incomincia a pensare alla villeggiatura. Giunge l’estate, la bella stagione della quiete e del riposo.

D’estate le giornate sono lunghe e abbaglianti di sole, il cielo è di un colore azzurro intenso, le notti sono brevi, luminose, stellate. Corrono le lucertole lungo i muri, nei prati cantano i grilli, sulle siepi stridono le cicale, le rane e le raganelle gracidano nei fossati: volano le farfalle, le lucciole. Mille insetti palpitano fra la vegetazione rigogliosa della terra.

E’ estate. Sui monti le ultime nevi si sciolgono. Nel piano gli alberi sono in pieno rigoglio. La campagna è tutta verde. Sciami d’api ronzano tra le corolle dei fiori, gli uccelli scendono sui campi a beccare i chicchi, a scegliere insetto da insetto; risalgono nel più alto dei cieli con magnifico volo. Lo stagno rispecchia le nubi e l’azzurro del cielo; il ruscello gorgoglia e bagna le sponde fiorite.

D’estate certe notti di luna sono così chiare che le farfalle, ingannate da quest’ambiguo albore di eclissi, continuano a volare come se fosse ancora giorno; e il palpito dei loro voli insonni, che si intravede nella perlacea nebbiolina notturna, dà l’impressione che i prati siano popolati di fantasmi d’ali, evocati dal plenilunio. (P. Calamandrei)

Attorno a me il sole occhieggiava sull’erba, e faceva brillare qualche filo di ragno ancora coperto di rugiada. Un venticello tenerissimo piegava con grazia i sottili arbusti del boschetto di nocciole, e qualche foglia giungeva ad accarezzarmi la fronte. (G. Titta Rosa)

Com’è bella nella sua vestina bianca con sfrangiature verdi e marroni sulle punte, con il corpicino elegante. Ma il povero cavolo come la teme! Questa farfalla, la pieride cavolaia maggiore, si posa sulla pagina inferiore delle sue grandi foglie. Qui depone tante uova ben nascoste. Dopo pochi giorni, dalle uova nascono i bruchi. E che cosa fanno? Brucano la foglia, passano sulla pagina superiore e si mettono a divorare. In breve della bella foglia non restano che le nervature.

Cre… cre… cre… cre… Come sono noiose queste raganelle! Non tacciono un minuto. Sono là sulle rive del fosso. Saltano dall’acqua all’erba della riva, e dall’erba ai cespugli… E tutto il giorno si sente la loro voce. Gri… gri… gri… gri… Appena l’aria si fa bruna, ecco il sottile canto dei grilli. Di giorno sono nascosti nei buchetti sotto terra; di sera, escono, stanno tra l’erba fresca, trillano. Cantano alle stelle, alla luna, alla notte serena e silenziosa. (E. Graziani Camillucci)

I raggi del sole non hanno la stessa efficacia secondo che ci giungono a piombo o in modo obliquo. Essi riscaldano fortemente le regioni che li ricevono a piombo, e poco quelle che li ricevono obliquamente. Per capirlo basta aver osservato che, per godere in pieno il calore di un focolare, bisogna collocarvisi in faccia e che, tenendosi in disparte, si riceve assai meno calore. Nel primo caso, il calore cade dritto su di noi e produce più effetto; nel secondo ci arriva di traverso e rimane indebolito. Così, posta innanzi al focolare del sole, la terra non riceve in tutta la sua superficie la stessa quantità di calore, perchè per certe regioni i raggi dell’astro arrivano a piombo, e per altre in modo più o meno obliquo. Inoltre, al guadagno in calore durante il giorno sotto l’irradiazione solare succede la dispersione della notte, il raffreddamento notturno. Più la giornata sarà lunga e corta la notte, più elevata sarà la temperatura, perchè il guadagno eccederà di molto la perdita. Per queste due cause riunite in una stessa epoca dell’anno la temperatura è lungi dall’essere la stessa dappertutto. Fa caldo in certi punti, più o meno verticalmente assolati con giorni lunghi e notti brevi; fa freddo in altri a insolazione obliqua, dalle giornate corte e notti lunghe. Qua è l’inverno, là è l’estate. (J. H. Fabre)

Tutto brilla nella natura all’istante del meriggio. L’agricoltore che prende cibo e riposo; i buoi sdraiati e coperti di insetti volanti, che, flagellandosi con le code per cacciarli, chinano di tratto in tratto il muso, sopra cui risplendono spesse stille di sudore, e abboccano negligentemente e con pausa il cibo sparso innanzi ad essi; il gregge assetato che col capo basso si affolla e si rannicchia sotto l’ombra; la lucertola che corre timida  a rimbucarsi, strisciando rapidamente e per intervalli lungo la siepe; la cicala che riempie l’aria di uno stridore continuo e monotono; la zanzara che passa ronzando vicino all’orecchio; l’ape che vola incerta, e si ferma su di un fiore, e parte, e torna al luogo donde è partita: tutto è bello, tutto è delicato e toccante. (G. Leopardi)

Era l’ora del caldo e del riposo. La terra si ampliava nella distesa del sole. Il cielo era chiuso e grave. Neanche una vela sul mare. Tacevano le vespe e i  bombi. Un frutto tonfava giù da un ramo. Era il grande silenzio infuocato, quando gli occhi dei colombi stanno chiusi sotto l’ala e il bue rumina accosciato corpulento sulla paglia fresca. (D. Slataper)

Passeggiammo per le vie desolate tagliando qua e là alla ricerca dell’avara ombra lungo i muri… Decidemmo di sederci a un caffè vicino a una fontana, lo scroscio dell’acqua violento e monotono. A un tavolo poco lontano ragazzi strepitavano a gran gesti in un’accanita discussione di calcio. Nomi di giocatori e insulti giostravano pesanti nel vuoto per liquefarsi in pausa di greve silenzio. Le forme delle motociclette appostate lungo il marciapiede scintillavano. Dagli ombrelloni cadevano magri cerchi d’ombra. Sentivo il piano del tavolo caldissimo sotto le dita. Intorno botteghe chiuse, targhe stinte sui muri. Qualcuno  spiava dalla fessura d’una persiana. (G. Arpino)

E’ l’ora in cui la luce si smorza, in cui mi rimane qualche minuto per andare un po’ in giardino. Si apre la porta, ed ecco la cavità del giardino, con l’ampio cielo al di sopra. Una sottile mezzaluna nel verde della distesa, pere che pendono, afferrando un raggio col ventre rotondo e riflettendolo come una lampada. I grappoli d’uva bianca si dorano sulla spalliera. Un uccello saltella ancora nel cespuglio di noccioli. Il mio giardino si addormenta su cuscini di fiori e di verdure; ecco le rudbekie gialle, gli astri color d’ametista, le dalie a rosoni di carta pieghettata, gli ultimi fagioli che intrecciano i loro pendagli, i porri dalle larghe chiome aperte come quelle dei palmizi, i cavoli azzurrastri e rotondi. Il mio giardino si addormenta coi piedi al fresco nel rivoletto di metallo bianco che brilla, allungandosi tra le sue rive e va, verso il gran fiume, laggiù… Ecco che a poco a poco tutto si immerge nell’ombra e tace. Non distinguo più il volto dei pomodori impolverati di solfato di rame, nè la sfinge alla ricerca di nettare sulle ultime bocche di leone, nè i pipistrelli che scrivono non so cosa nell’aria oscura. (M. Roland)

Fra i piccoli trifogli l’ape ebbra e rumorosa svolazza e raccoglie l’impercettibile nettare. Il merlo sommessamente modula una sua frase che sembra significare assentimento alla pace che qui regna uguale anche tra gli spini dalle punte violette dei cardi o per le caselle delle stipule percorse da piccolissime farfalle color lillà. La bianca cavolaia barcolla ebbra fra i cespugli delle felci. E quale immagine più cara di quella del fragile rosolaccio rosso scarlatto: come un tenero fuoco che ravviva le blandizie d’una breve radura? (L. Bartolini)

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I libri del Dr Seuss

I libri del Dr Seuss. Theodor Seuss Geisel (1904 – 1991),  scrittore  poeta  illustratore e vignettista americano, è noto in tutto il mondo per i suoi libri per bambini, caratterizzati dalla presenza di personaggi fantastici e testi in rima, scritti sotto lo pseudonimo di Dr. Seuss. Ve ne sono molti altri, per i quali Seuss ha curato solo i testi o solo le illustrazioni firmandosi con lo pseudonimo Theo LeSieg (“LeSieg” è “Geisel” scritto al contrario), e, in un caso, Rosetta Stone.

Dr-Seuss

I suoi libri più celebri sono disponibili in italiano nella collana “I libri del Dr Seuss” di Giunti Editore, tradotti da Anna Sarfatti; sempre dell’editore  Giunti, “A scuola con il Dr. Seuss”. Mondadori ha pubblicato nel 2000 “Il Grinch”, traduzione di Ilva Tron e Fiamma Izzo,

Seuss nacque nel I904 a Springfield nel Massachusetts, da una famiglia di immigrati tedeschi. Lasciati gli studi universitari prima del conseguimento della laurea, iniziò la sua carriera scrivendo e disegnando vignette umoristiche per vari giornali e riviste e divenne famoso grazie alla pubblicità di Flit , un insetticida comune a quel tempo; durante la grande depressione disegno per varie altre campagne pubblicitarie.

Il suo primo libro per bambini pubblicato a fatica, ma che riscosse grande successo,  fu “L’uovo di Ortone“.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, si dedicò alla satira politica, disegnando oltre 400 vignette in due anni, poi pubblicate in “Il Dr. Seuss va alla guerra”. Dal 1942 rivolse tutte le sue energie per sostenere lo sforzo bellico degli Stati Uniti. Assegnato alla “Divisione di Informazione ed Educazione” a Hollywood, sotto la direzione di Frank Capra, si occupò di film educativi per i soldati.

Durante la sua attività in ambito cinematografico vinse due Oscar ed ottenne altri numerosi successi, ma nonostante ciò, lasciò presto il cinema per tornare ai libri.

Nel maggio del 1954, la rivista Life pubblicò un rapporto sull’analfabetismo tra i bambini in età scolare, che si concludeva con l’affermazione che i bambini non imparavano a leggere perché i loro libri erano inadeguati e noiosi. Di conseguenza, William E. Spaulding, editore di libri per l’infanzia, compilò una lista di 348 parole base da saper riconoscere in prima elementare, e Seuss gli rispose promettendo che sarebbe riuscito a scrivere un libro utilizzando tali parole, ma riducendole a 250; nove mesi più tardi, con 236 delle parole stabilite, completò “Il gatto e il cappello matto” , primo titolo della collana  “Beginner Books”, di cui poi Seuss assunse la presidenza. “Il gatto e il cappello matto” centrò l’obiettivo e in tre anni ne furono vendute quasi un milione di copie.

I libri della sezione “Beginner books” dovevano rispondere a criteri fissi, tra i quali:

– dovevano essere costruiti con le 225 parole che rappresentano il vocabolario base;

– ogni facciata non poteva contenere più di un’illustrazione;

– le illustrazioni delle facciate destra e sinistra dovevano formare insieme un’unità artistica;

– il testo poteva contenere solo i particolari presenti anche nelle immagini, e non altri.

A titolo di curiosità, c’è da riportare che Prosciutto e uova verdi , meraviglioso libretto del 1960, è scritto con sole 50 parole (a, am, and, anywhere, are, be, boat, box, car, could, dark, do, eat, eggs, fox, goat, good, green, ham, here, house, I, if, in, let, like, may, me, mouse, not, on, or, rain, Sam, say, see, so, thank, that, the, them, there, they, train, tree, try, will, with, would, you), ed è forse il suo libro più bello. E’ nato da una scommessa tra Seuss e il suo editore (Bennett Cerf) che, dopo la pubblicazione di The Cat in the Hat , affermò che non era possibile realizzare un libro con così poche parole. 

Ma il valore dei libri del Dr Seuss non consiste solo in questa ricerca di “leggibilità”;  per l’autore infatti non c’è tema che non possa essere affrontato dai bambini: la diversità, la difesa dell’ambiente, l’adozione, la guerra, la minaccia del nucleare, il consumismo e il materialismo, l’uguaglianza razziale …

Nel 1984 Seuss fu insignito del Premio Pulitzer “per il suo contributo di quasi mezzo secolo all’educazione e al divertimento dei bambini americani e dei loro genitori“.

Morì all’età di 87 anni; nel corso della sua vita si sposò due volte, e pur avendo dedicato gran parte della sua vita a scrivere libri per bambini, non ebbe figli.

Negli USA il 2 marzo, data di nascita del Dr Seuss,  è la data adottata dalla National Education Association come giornata della promozione della lettura: il “Read across America day”.

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Di seguito i libri del Dr Seuss disponibili nella nostra lingua. Trattandosi di testi in rima, a dire la verità, varrebbe la pena considerare anche la lettura dei testi originali, per questo, almeno per alcuni dei libri, ho aggiunto delle videoletture in Inglese. Per quanto riguarda l’età consigliata, rientrano nella fascia di ascolto  a partire dai quattro anni, ma possono sicuramente essere apprezzati anche dai bambini più piccoli, ad esempio, L’uovo di Ortone e Prosciutto e uova verdi. Piacciono poi a tutte le età, sia da leggere, sia da ascoltare.

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 L’uovo di Ortone – ”Horton hatches the egg”

“Lo penso e lo dico, lo dico e lo penso, onor di elefante, al cento per cento!”

Questo racconto in versi ha al centro un elefante generoso e fedele che si prende l’impegno di covare l’uovo di un’allodola alquanto irresponsabile: alla fine l’amore vincerà anche le leggi di natura…

Un tipo affidabile e leale, Ortone l’elefante: la sua parola d’onore vale tanto oro quanto (lui) pesa. Una volta che ha promesso di badare all’uovo della signora Giodola, un’allodola, niente può schiodarlo dal nido. Neanche se il nido è su un albero, neanche se l’uovo dovrà covarselo tutto da solo per un sacco di tempo, a costo di fare figuracce, buscarsi raffreddori sotto la pioggia o vedersela con tre cacciatori armati fino ai denti. E quando, finalmente, il pulcino si decide a nascere… http://www.giuntistore.it/

E’ una storia che insegna ad essere tenaci e a mantenere le promesse. Piace anche ai bambini più piccoli grazie alle belle illustrazioni ed al testo in rima, ma è consigliato in particolare dai cinque agli otto anni.

Giodola (Mayzie) l’allodola è stanca di covare e vorrebbe prendersi una vacanza alle Canarie (Palm Beach), così chiede ad Ortone l’elefante di sostituirla perchè lei possa fare una “breve pausa”, che in realtà finisce col diventare un trasferimento permanente… Ortone all’inizio rifiuta, ma poi si presta ad aiutare la sua amica. Il tempo passa, e l’elefante resiste, continuando a covare il suo uovo… Lo spettacolo di un elefante seduto su un albero non passa inosservato nella giungla, e il povero Ortone viene deriso dagli amici, preso di mira dal cattivo tempo e dai cacciatori, e molto altro, ma non abbandona mai il piccolo uovo che gli è stato affidato. http://www.lafeltrinelli.it/

Nonostante le difficoltà e anche quando è chiaro che Giodola non farà mai ritorno, Ortone continua a ripetere : “Lo penso e lo dico, lo dico e lo penso, onor di elefante, al cento per cento!” ed insiste a mantenere la sua parola.

Quando finalmente l’uovo si schiude, la creatura che ne esce è un’incrocio tra allodola ed elefante. Il nuovo nato e Ortone fanno felicemente ritorno nella giungla, e Giodola rimane sola.

L ‘uovo di Ortone è, tra quelli del Dr Seuss,  uno dei più amati, e rappresenta un classico della letteratura per l’infanzia. E’ una delicata favola sull’adozione raccontata con umorismo e leggerezza, attraverso rime ripetizioni e nonsense, e le illustrazioni che accompagnano il testo aiutano a sorridere mentre ci parlano di impegno, integrità e perseveranza.

Il gatto e il cappello matto – ”The Cat in the Hat” 

“The Cat in the Hat” è, come già detto, il libro che ha inaugurato la collana “Beginner Books”, dedicata alla causa dell’alfabetizzazione di base negli USA. Il protagonista è un gatto antropomorfo che porta un grande cappello a strisce bianche e rosse sulla testa e un grande papillon rosso legato al collo. Il personaggio comparità in altri cinque libri successivi: The Cat in the Hat Comes Back, The Cat in the Hat Song Book, The Cat’s Quizzer, I Can Read with My Eyes Shut! Daisy-Head Mayzie, e diventerà il logo dei libri del Dr Seuss.

La vicenda inizia col gatto matto che irrompe nella casa di due bambini (Sally e suo fratello) che se stanno seduti davanti alla finestra in un noioso giorno di pioggia,  portando allegria, esuberanza, trasgressione e caos, mentre la mamma è uscita.  Il gatto si lancia in ogni genere di acrobazia per divertire i due bambini, ad un certo punto arriva a tenere un numero impressionante di oggetti in equilibrio mentre sta in bilico su una palla. Poi prova portando in casa una grande scatola che contiene due strane creature: I Cosi (Thing One e Thing Two), che cominciano a far volare gli oggetti di casa come aquiloni. Le pazzie del gatto sono invano osteggiate dall’animale domestico di casa: un pesce molto saggio.

I bambini riescono alla fine a riprendere il controllo della situazione, catturano gli oggetti volanti con una rete e tranquillizzano il gatto, che, per rimediare ai guai procurati, ripulisce tutta alla casa alla perfezione e sparisce proprio un attimo prima del ritorno della mamma. La madre chiede ai bambini cosa hanno fatto mentre lei era fuori, ma la loro risposta  non si sa…

Da un punto di vista letterario, Il gatto e il cappello matto è una prodezza di abilità, dal momento che, utilizzando un vocabolario elementare e ridotto, riesce a raccontare in rima una storia ricca e divertente.

E’ un libro adattissimo alla lettura ad alta voce: i bambini ascolteranno rapiti e presto impareranno a memoria le brillanti rime che contiene.

Le immagini poi, si sposano meravigliosamente col testo. E’ consigliato a partire dai quattro anni, ma può essere presentato anche prima, e naturalmente poi a lettori, adulti e bambini di qualsiasi età,  che amino le rime e i racconti surreali.

Ortone i e piccoli Chi – ”Horton hears a Who!” 

“”Io devo salvarlo, perché questo penso : ognuno è importante, sia piccolo o immenso.”

Seuss scrisse questa nuova avventura di Ortone nel 1954, e il ritornello che la caratterizza portò da subito a definirla come una lezione in rima a tutela delle minoranze e dei loro diritti.

La città dei piccolissimi Chi corre il rischio di essere distrutta e l’elefante Ortone, che ha sentito il grido d’aiuto dei suoi piccoli abitanti,  cerca in tutti i modi di difenderli. La città dei Chi è davvero piccolissima: sta tutta intera in un granello di polvere. Ortone decide di chiedere aiuto ai suoi amici della giungla, ma le scimmie, i canguri e tutti gli altri animali non gli credono, lo prendono in giro e cercano di fargli credere che è diventato matto.

Ortone non si scoraggia,  trova un modo molto rumoroso per dimostrare a tutti l’esistenza dei suoi nuovi minuscoli amici, e facendosi aiutare proprio da loro, fa capire a tutti gli animali della giungla che ogni essere, seppur minuscolo e invisibile, va rispettato e aiutato. E tutti, Ortone, i suoi amici più piccoli e i suoi amici più grandi, imparano l’importanza del lavorare insieme per il bene comune. http://www.giuntistore.it/

Per molti è, insieme a Prosciutto e uova verdi, tra i più bei libri del Dr Seuss, per la sua comicità surreale e per la capacità dell’autore di trattare temi universali come l’uguaglianza in modo spontaneo e sincero, senza retorica e in un modo che parla davvero al cuore dei piccoli (e grandi) lettori.

E’ consigliato a partire dai cinque anni d’età, ma vale quanto detto per i libri precedenti.

Il ritorno del gatto col cappello – The Cat in the Hat Comes Back

“…anche io per fortuna, ho un esperto aiutante!”

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Poesie e filastrocche sulle FORMICHE

Poesie e filastrocche sulle FORMICHE – una collezione di poesie e filastrocche sulle formiche, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

La formica

Oh, formica, formichetta,

quante miglia devi fare?

Dove son le tue castella

che ti dai tanto da fare?

Tu non sei davvero oziosa,

chè lavori senza posa

dal mattino alla nottata,

formichetta affaccendata.

La pazienza della formica

La stradina che porta

al formicaio è storta

e, per di più, è in salita.

Benchè mezzo sfinita,

la povera formica

non bada alla fatica.

Va su per la collina

e dietro si trascina,

a stento ed a rilento,

un chicco di frumento.

E’ giunta quasi in vetta

quando una nuvoletta

sulla terra scodella

un po’ di pioggerella.

L’acqua che cade a picco

ora travolge il chicco

e il granellino biondo

tocca ben presto il fondo.

La formica che fa?

S’abbatte e si dispera?

O imprecando va

contro la sorte nera?

Macchè! Macchè! Sa bene

che i lamenti e le scene

non risolvono niente!

Perciò tranquillamente

riscende la pendenza

afferra il chicco d’oro

e con santa pazienza

ricomincia il lavoro. (Luciano Folgore)

La formica

Oh, formica, formichetta,

quante miglia devi fare?

Dove son le tue cestella

se ti dai tanto da fare?

Tu non sei davvero oziosa,

chè lavori senza posa

dal mattino alla nottata,

formichetta disperata. (Anonimo)

Indovinello

Siamo brave e piccoline

formiam file senza fine;

gironziam d’estate intorno,

lavorando tutto il giorno

per riempire i magazzini

di preziosi granellini. (Cambo)

Formichina

Formichina s’è sposata

ed è tutta affaccendata:

spazza, lava, rifà il letto,

ripulisce fino al tetto,

sforna il pane e, senza affanni,

fa la cena, stende i panni.

Poi riposa e, canticchiando,

con un piede dondolando

nella culla il suo piccino,

gli ricama un camicino. (A. Morani Castellani)

Il formicaio

Dal formicaio uscì una formica

scalò una collina a gran fatica

dal colle giù per la valle andò

nei granaio si arrampicò.

Prese un chicco dal granaio

e lo portò al suo formicaio.

Una alla volta le formichine

viaggiarono per valli e colline

e un grano alla volta, tutto il granaio

si portarono nel formicaio.

Le provviste della formica

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Poesie e filastrocche IL GRILLO

Poesie e filastrocche IL GRILLO – Una raccolta di poesie e filastrocche, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

Il grillo vagabondo

Sono un grillo pellegrino

pazzerello e canterino

vivo libero e giocondo

saltellando per il mondo.

Salto sempre allegramente

passo a volo ogni torrente

salto un fosso, un campo, un muro

per cercar grano maturo.

Se non trovo la semente

salto i pasti indifferente

salto anche il venerdì

un po’ pazzo sono sì.

Non mi piace lavorare

preferisco saltellare

potrei fare il ballerino

ma viaggiare è il mio destino.

Mi diverte esser cantante

ma per me, da dilettante.

Canto e salto tutto il giorno

ed a casa mai ritorno

sono un grillo giramondo

un eterno vagabondo.

Così vivere mi va

per goder la libertà.

Grillo

Son piccin cornuto e bruno, me ne sto tra l’erbe e i fior

sotto un giunco o sotto un pruno, la mia casa è da signor

non è d’oro e non d’argento, ma rotonda e fonda è

terra il tetto e il pavimento, e vi albergo come un re

so che il cantico di un grillo, è una gocciola nel mar

ma son triste se non trillo, su lasciatemi cantar.

La serenata del grillo

Sotto un ciuffo di mirtillo

c’era un grillo

mezzo brillo.

C’era un grillo che trillava,

tutta l’aria ne vibrava

tutta l’aria era d’argento

e giù giù nel firmamento

la gran luna, in braccio al vento

per la notte rotolava. (A. Albieri)

Il grillo

Un musicante vestito di nero

suona, ostinato, sul verde sentiero,

senza violino, nè viola, nè archetto,

senza chitarra nè flauto o fischietto.

Sotto una zolla del fresco sentiero

sta il musicante vestito di nero. (U.B.F.)

Il grillo

Tutto arzillo, salta il grillo

e, cantando il suo cri cri,

al bambino che lo cerca

sembra dire: -Sono qui!-

Ma, arrivato al punto buono,

nulla trova il cacciator,

e lo chiama altrove il suono

del grillin canzonator:

– Cri cri cri, non mi hai veduto?

Guarda bene, sono qui!-

Salta svelto il grillo astuto,

e ripete il suo cri cri. (G. Lipparini)

Il grillo

Il grillo salta

da un’erba a uno spino.

Quando la notte sarà nel giardino

tutta la gente cantare l’udrà. (R. Pezzani)

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Poesie e filastrocche BRUCHI E FARFALLE

Poesie e filastrocche BRUCHI E FARFALLE – una raccolta di poesie e filastrocche, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

In un prato

In un prato d’erba fina

è spuntata stamattina

una pratolina bianca

con un petalo che manca.

Pratolina senza un dente

farai ridere la gente!

Chi non ride è un bel bambino

anche a lui manca un dentino!

Sopra un cavolo cappuccio

si è posata una farfalla

mezza bianca e mezza gialla.

Tante uova piccoline

che somigliano a perline

sulle foglie ha sparpagliato

ed il volo ha poi spiccato.

Ad un cespo d’insalata

or sta dando la scalata

un bruchetto verdolino

con due corna sul capino.

La scalata è faticosa

il bruchetto si riposa.

Mangia un poco di insalata

poi riprende la scalata. (Guarnieri Martini)

Il bimbo e le farfalle

Le farfalline tornano fuori

con l’ali splendenti di bei colori.

Chiede il bambino:

“Dove eravate nel triste inverno?

Che facevate?”.

Loro rispondono:

“Dentro i nostri ovettini

piccoli piccoli come semini,

aspettavamo la primavera

per poi volare dall’alba a sera,

aspettavamo ali e colori

per poi volare tra erbe e fiori”.

Bacolino

Il bacolino mangia la foglia

finchè ne ha voglia,

e crescerà.

E quando grosso

sarà venuto,

tutto panciuto

si fermerà.

Di seta un filo

dalla sua bocca

se non si tocca,

lungo uscirà.

E gira gira

sera e mattina,

una casina

si formerà.

Sarà la casa

di seta e bella

e dentro a quella

si chiuderà.

Ed ora un bruco ha la casina

la farfallina

eccola qua. (O. Contini Levi)

I filugelli (bachi da seta)

Gran mangiare, gran dormire! I filugelli

s’imboscarono alfine tra i fastelli.

Ghiande d’oro divennero filando.

Le fanciulle or le colgono cantando.

Chi va, chi viene, come ad una festa:

ognuna ha la sua bionda corba in testa.

Come! Su brulle scope di brughiera

tanti frutti di seta in primavera?

Cantano le fanciulle innamorate.

Pare, il granaio, l’orto delle fate. (Corrado Govoni)

Il baco da seta

Sui graticci bianchi e neri

sono i bachi nati ieri

e la casa all’alba s’alza

e va attorno presta e scalza.

C’è chi muta, c’è chi sfoglia…

chi sminuzzola la foglia…

E il vermino mangia e dorme

mangia e dorme e si fa enorme:

fin che un dì gli vedi in bocca

fil di seta e il bosco tocca.

Poi si chiude in un castello

senza porte e chiavistello,

e il cortile è tutto biondo

di quel bozzolo giocondo. (Lina Carpanini)

Il baco da seta

Fo una vita da signore,

mangio e dormo a tutte l’ore,

muto foggia di vestito.

Ma un bel giorno, vergognoso

dell’inutile riposo, smetto infine di brucare

e comincio a lavorare.

Fili d’argento e filo d’oro

vo intrecciando al mio lavoro

poi mi chiudo in fretta in fretta

nella splendida casetta,

per uscir di là rinato

e in farfalla trasformato. (A. Ferraresi)

I bruchi

Il bruco che si trascina

su due molli file di piedi,

è anch’esso creatura divina,

con un cuore che tu non vedi.

Bruchi rossi come rubini,

bruchi verdi come smeraldi,

irti di peli lunghi e fini

come una seta che li riscaldi;

portano un fuoco che li consuma,

sentono un’ansia che li trasforma:

si trascinano, eppure nessuna

orma è più lieve della loro orma.

Sono anime incatenate

dentro corpi goffi e orrendi:

ma quando le belle giornate

ritornano a splendere, e i venti

vanno colmi d’odori e di polline,

nessun occhio vede più i bruchi:

son scomparsi dai prati, dai colli;

si sono chiusi in cortecce ed in buchi,

si sono appesi al ramo e alla foglia,

ma mutati, come mummie di carta

velina, con dentro la voglia

che preme, con un cuore che batte

già l’ala a una gran vita celeste.

E quando un mattino tu vedi

volare farfalle in gran veste

di gala, ah, ricorda i lor piedi

già molli e quegli orridi dorsi

villosi: ripensa al divino

anelito che li ha percorsi

nel loro terrestre cammino. (Giuseppe Porto)

Solitario

Solitario il bacolino

pur essendo ancor piccino,

preso ha stanza in una noce.

Quando il sole scalda e cuoce,

fa un buchin nel guscio e resta

ore ed ore alla finestra. (A. Morani Castellani)

La crisalide

Una crisalide svelta e sottile

quasi monile

pende sospesa dalla cimosa

della mia casa.

Salgo talora sull’abbaino,

per contemplarla,

e guardo e interrogo quell’esserino

che non mi parla.

O prigioniero delle tue bende,

pendulo e solo,

senti? Il tuo cuore sente che attende

l’ora del volo?

Tra poco l’ospite della mia casa

sarà lontana:

penderà vuota dalla cimosa

la spoglia vana.

Andrai, perfetta, dove ti porta

l’alba fiorita;

e sarà come tu fossi morta

per l’altra vita. (Giudo Gozzano)

Farfalla

Farfallina spensierata

lo sai tu dove sei nata?

Eri bruco in una cella

senza sole e senza stella.

Poi nel sole sei uscita,

come un fiore sei fiorita… (Renzo Pezzani)

La vispa Teresa

La vispa Teresa

avea tra l’erberra

al volo sorpresa

gentil farfalletta.

E tutta giuliva,

stringendola viva,

gridava a distesa:

– L’ho presa, l’ho presa!-

A lei supplicando,

l’afflitta gridò:

– Vivendo, volando,

che male ti fo?

Tu sì mi fai male,

stringendomi l’ale.

Deh, lasciami, anch’io

son figlia di Dio!-

Confusa, pentita,

Teresa arrossì,

dischiuse le dita

e quella fuggì. (L. Sailer)

Le due farfalle

La farfalla cavolaia

che volava tutta gaia

qua e là per l’orticello,

disse a quella tozza tozza

del parente filugello:

– Come sei pesante e rozza!-

Tosto l’altra replicò:

– Bella ed agile tu sei,

questo è vero, ma, però,

godo almen questo conforto:

fan la seta i figli miei,

mentre i tuoi rovinan l’orto!- (G. Fabiani)

Farfalle

Innanzi alla mia casa montana,

ove regna sovrana

la gioia,

sui sassi, sui fiori, sui rami,

ovunque arda il gran sole di luglio,

stanno, vanno, ristanno,

innumerevoli farfalle.

Talune son gialle

come le primule;

altre azzurrine

come miosotidi;

altre dorate

striate

e cupe

come l’arnica ardente;

altre bianche e serene

come il fior del ciliegio innocente. (Giuseppe Zoppi)

Farfalle

Nella selva ombrosa e fresca,

mentre cantan le cicale,

uno sciame di farfalle

batte l’ale.

Semi d’oro luccicanti

getta il sol tra frondi e frondi,

e ne tremolan pel suolo

ischi biondi.

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Poesie e filastrocche sugli animali e favole in rima

 Poesie e filastrocche sugli animali e favole in rima

Poesie e filastrocche sugli animali e favole in rima – una raccolta, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

La filastrocca del bimbo e delle bestiole

Il bambino.

Farfallina, farfalletta

dalle alucce tutte d’oro,

perchè voli tanto in fretta?

Perchè sempre scappi via?

Perchè vai sempre lontano?

Io ti voglio qui vicino

un momento, un momentino.

La farfalla.

Lasciami andare, bambino

non mi chiamare!

Devo volare al mio regno,

lassù nel paese più azzurro

lassù nel paese più bello.

Se scende improvvisa la notte

non giungo più in tempo al castello.

Il bambino.

Formichine, formichette

dove andate in processione?

Son già colme le casette

di granelli e briciolone.

Aspettate un momentino

e fermatevi a giocare.

Perchè far tanto cammino?

Perchè mai tanto da fare?

Le formichine.

Oh, lasciami andare, bambino,

oh, lasciami andare!

Siam cento, siam mille sorelle

e tutte dobbiam lavorare

perchè ci facciamo la dote

e presto dobbiamo sposare.

Il bambino.

La farfalla vola lontano…

la formica continua il cammino

sono un povero bambino

che non sa con chi giocare.

Il merlo dell’albero.

Lascia volare le farfalline,

le formichine lascia al lavoro:

a casa attendono le sorelline

se vuoi giocare, gioca con loro. (L. Galli)

Il ritorno delle bestie

Passa il grido d’un bimbo solo:

Turella, Bianchina, Colomba!

Porta in collo l’erba ch’ha fatta,

nella sua crinella di salcio.

Le sue bestie al greppo, alla fratta,

s’indugiano al cesto ed al tralcio.

Ei che vede sopra ogni tetto

già la nuvola celestina,

le minaccia col suo falcetto;

Colomba, Turella, Bianchina! (G. Pascoli)

Venti ranocchi

Venti ranocchi sono a lezione

con fuori gli occhi per l’attenzione.

Si fa silenzio col campanello

quindi il maestro legge l’appello.

Cro Cro? Presente! Cra Cra? Assente!

Cri Cri? Cri Cri? Son qui!

Verdello Verdardi? Verrà più tardi!

Verdino Verdato? Ancora malato!

Da un’ora circa stan zitti e attenti

poi uno dice che ha mal di denti.

Un altro lascia il posto a sedere

finge, il maestro, di non vedere.

Cri Cri è già stufo della lezione

si gira e cambia di posizione.

Cro Cro in silenzio di fila esce

va via saltando dietro ad un pesce.

Verdello scappa fuori dal banco

anche il maestro ormai è stanco.

Suona il segnale di libera uscita

oh, finalmente l’ora è finita!

Filastrocca degli animali

An ghin gà

fa l’ochetta qua qua qua

e conduce i suoi marmocchi

a giocare coi ranocchi

quanto è buffa non lo sa

com’è bello l’an ghin gà.

An ghin ghe

quando canta coccodè

la gallina ha fatto l’uovo

io lo cerco e non lo trovo

ma chissà chissà dov’è

com’è bello l’an ghin ghe.

An ghin ghi

canta il gallo cri cri cri

canta in mezzo alla campagna

la cicala lo accompagna

do re mi fa sol la si

com’è bello l’an ghin ghi.

An ghin go

l’asinello fa ih oh

dice a tutti gli animali

io conosco due vocali

tutto il resto non lo so

an ghin go.

An ghin gu

il tacchino fa glu glu

fa glu glu e diventa rosso

fa la ruota a più non posso,

ma non fa niente di più

com’è bello l’an ghin gu.

Il lupo e l’agnello

Un dì nell’acqua chiara di un rusceòòo

beveva cheto cheto un mite agnello,

quand’ecco sbuca un lupo maledetto

che grida pien di rabbia: “Chi ti ha detto

di intorbidar l’acqua mia così?

Non sai che è il mio ruscello questo qui?”

“Scusatemi maestà, ma non credete

che l’acqua sia di ognuno che abbia sete?

Le nostre poi intorbidar non posso poi,

perchè io bevo in basso più di voi”.

Così rispose il povero innocente

con la gran forza di chi non mente.

Infatti come ognuno sa

ha un gran potere la verità.

Gli dice il lupo digrignando i denti:

“Io dico che l’intorbidi, tu menti!

E poi parlasti mal di me l’anno passato!”

“Maestà non si può dir, non ero nato!”

Il lupo vinto allora dalla verità

gli disse: “Allora fu tuo padre, un anno fa!”.

E stretto fra le zanne ingiustamente

sbranò impietoso il misero innocente.

La volpe e il corvo

Sen stava messer corvo sopra un ramo,

con un bel pezzo di formaggio in becco.

La volpe si avvicina piano piano,

attratta dal profumo di quel lecco.

“Salve, messer del corvo! Io non conosco

uccel di noi più bello in tutto il bosco,

se come dicono anche il nostro canto

è bello come son le nostre piume

potreste voi davvero menar vanto

di gareggiare col sole e col suo lume”.

Non sta più nella pelle il vanitoso

di far sentire il canto suo famoso,

del suo gracchiare vuole dare un saggio,

spalanca il becco… e cade giù il formaggio.

La volpe il piglia e dice al corvo sciocco:

“E’ il giusto prezzo per la mia lezione;

per essere in futuro meno allocco

ti valga ora la fame e la punizione”.

Il lupo e i pastori

“Al lupo! Al lupo! Aiuto, per pietà!”

gridava solamente per trastullo

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Dettati ortografici e letture LE API E LE VESPE

Dettati ortografici LE API E LE VESPE – Una raccolta di  dettati ortografici di vari autori, sul tema farfalle e bruchi, per la scuola primaria.

Le api
Le api, come le formiche, si riuniscono in una società a capo della quale c’è la regina, che non ha che un dovere: fare le uova. Le brave api operaie penseranno poi ad allevare e a custodire la prole. Intanto le altre andranno a far bottino di nettare e di polline. Volano di fiore in fiore, e poi portano le loro provviste all’alveare dove fabbricheranno il miele e la cera.

Le api
Quando i giardini i prati e le foreste fanno pompa delle loro fioriture, rare volte pensiamo che milioni di fiori leggiadri nascondono preziosi tesori. I ricchi tesori sui quali nessuno fa valere il più piccolo diritto di proprietà, sono le minutissime gocce di nettare che le api laboriose estraggono dalla più profonda cavità della corolla e che convertono in miele e cera. L’uomo perciò prese ad allevare le api che, nelle antiche età, vivevano allo stato selvatico e nascondevano il miele nelle fenditure delle rocce e in alberi cavi.
(Reichelt)

Le api
Hanno scosso il lungo torpore invernale: la regina si è messa di nuovo a deporre le uova fin dai primi giorni di febbraio. Le operaie hanno visitato gli anemoni, i giunchi, le violette, i salici, i noccioli. Poi la primavera ha rivestito la terra; i granai e le cantine traboccano di miele e di polline. Migliaia di api nascono ogni giorno. (Meeterlinck)

Fiori e api
La natura ha dato ai fiori una forma tale da attirare le api, e alle api un corpo che si adatta ai fiori, un corpo che reca loro il polline e che a sua volta usa il polline e il nettare dei fiori. Qualcosa come diecimila specie di fiori si sarebbero estinte se non ci fossero state le api, e le api non potrebbero vivere senza fiori. Nel colmo di una giornata umida e calma, il flusso del nettare alla base dei petali dei fiori d’arancio è il massimo. L’aria è satura del suo profumo che, da lontano, attira le api.
(D. Culross Peattie)

La vespa
La vespa è simile all’ape, ma di questa non ha nessun merito. Le vespe si distinguono dalle api perchè, quando stanno in posizione di riposo, ripongono le ali superiori che sembrano, così, strettissime. Si nutrono non soltanto di polline e di nettare, ma anche di frutta e perfino di carne. L’aculeo delle vespe ha, alla base, una borsetta piena di veleno; per questo la puntura della vespa è ancora più pericolosa di quella dell’ape. Il nido delle vespe, di forma rotonda, è costituito da un materiale simile al cartone che la vespa fabbrica elaborando, con la saliva, il legno degli alberi.

L’ape e la vespa si assomigliano; spesso i bambini le scambiano fra loro per il loro aspetto quasi simile, ma questi insetti cugini hanno delle abitudini, e anche delle qualità, molto differenti.
La vespa costruisce un nido con il legno degli alberi che essa mastica trasformandolo in una specie di cartone. Forse l’uomo ha imparato proprio dalla vespa a fabbricare la carta con la pasta di legno. Le vespe vivono in colonie, e le progenitrici di queste colonie sono alcune femmine sopravvissute alla stagione passata. Queste femmine depongono uova da cui nascono maschi e operaie. Alla fine della buona stagione, le vespe muoiono, meno alcune regine che svernano per dar vita, in primavera, a una nuova famiglia.

Le vespe
Non sono animali simpatici perchè, se pungono, il loro pungiglione darà un dolore intenso che non passerà tanto presto. Eppure le vespe hanno insegnato come si fabbrica la carta. Infatti, masticando sostanze vegetali e cementandole con la saliva, le vespe fabbricano un vero e proprio materiale cartaceo col quale costruiscono il loro nido.

Il nido delle vespe
Le vespe, per fabbricare il loro nido, scelgono di preferenza i pali della corrente elettrica o alberi dai quali possono staccare facilmente il materiale da costruzione che è loro necessario. Sgretolano quindi il legno, ne formano pallottole e costruiscono le celle, trasformando il legno in pasta per mezzo della saliva. Le celle non sono regolari come quelle delle api. Le femmine vi depongono le uova e subito nascono le larve che le vespe nutrono con una poltiglia di insetti afferrati con rapidi voli. (T. Stagni)

L’ape è uno dei pochissimi insetti che l’uomo alleva (l’altro è il filugello o baco da seta). Anche fra le api c’è una regina che è la madre di tutta la popolazione dell’alveare; ci sono i fuchi (maschi) tra i quali la regina sceglie lo sposo. Essi muoiono dopo o vengono uccisi subito dopo avvenuta la fecondazione. Il resto della popolazione è formato dalle operaie, che sono quelle che vediamo visitare indefessamente i fiori, succhiarne il nettare e il polline. Il polline viene messo in apposite sacchette che le api hanno nelle zampe; il nettare viene raccolto nel canale digerente, trasformato in miele e rigurgitato, poi, nell’alveare.
L’alveare, fabbricato dalle stesse api, è formato da molte cellette prismatiche a sezione esagonale, disposte in due strati. Queste cellette costituiscono il favo e sono fatte di cera, sostanza prodotta dalle ghiandole addominali delle operaie, e intonacate di propoli, sostanza resinosa ricavata dalle gemme dei pioppi.
Dentro il favo viene depositato il miele che dovrebbe servire al nutrimento delle larve e di tutta la popolazione dell’alveare. Le cellette non sono tutte uguali, ma differenti, a seconda dell’uso a cui devono servire: le più piccole sono per le operaie, quelle grandissime per le future regine.
Il meraviglioso è che la regina sa, in precedenza, quali individui usciranno dalle uova che depone e lascia cadere quelle operaie, dei fuchi, e delle future regine, nelle cellette appositamente costruite per ognuno.
Le operaie più vecchie hanno l’onore e l’onere di allevare i nascituri. Appena la piccola larva esce dall’uovo, viene nutrita con miele e con polline semidigerito. Per le larve di regina si usa un regime speciale, la pappa reale, che ha il compito di favorirne lo sviluppo. Non solo, ma questo alimento, prezioso e privilegiato, servirà alla formazione di quelle uova che un giorno la futura regina deporrà.
Dopo pochi giorni, dalle uova escono le ninfe, e allora le nutrici le chiudono nelle cellette, da dove, dopo sette giorni, usciranno trasformate in insetti perfetti.
Durante il suo volo, l’ape operaia visita migliaia di fiori. Affonda nel calice la proboscide, succhia il nettare che introdotto nello stomaco, a contatto con speciali succhi, viene trasformato in miele o in cera, a seconda della necessità.
Se nell’alveare nasce un’altra regina, si accende una lotta accanita fra la vecchia e la nuova. La lotta ha un esito mortale: in un solo alveare non possono rimanere due regine. Ma se l’alveare è troppo numeroso, allora l’istinto infallibile avverte le due contendenti, le quali in questo caso, non si combattono. Una di esse, in genere la più giovane, sciamerà, cioè partirà dall’alveare portando con sè uno sciame numeroso di operaie e di fuchi.
Trovato il posto che le pare adatto per fondare il nuovo regno, la regina si ferma e si aggrappa a un appiglio qualunque, in genere il ramo di un albero, e ad esso si appendono, come in un meraviglioso grappolo, tutte le alte api. L’apicoltore sta in guardia: quando le api sciamano, le insegue e cattura lo sciame con mezzi vari.
Per favorire la costruzione dell’alveare l’uomo prepara per lo sciame delle apposite cassettine. La cassettina, il favo e lo sciame formano quello che si chiama arnia. L’alveare è costituito dai soli favi che qualche volta le api si costruiscono anche nei tronchi cavi degli alberi.

L’ape ha una difesa: il pungiglione, un aculeo che nasconde nell’addome. Ma, quando è costretta a servirsene, ciò segna anche la sua condanna a morte perchè il pungiglione resta nella ferita e, con esso, parte dell’apparato digerente dell’insetto.

Creature laboriose
Con i primi tepori della primavera abbiamo visto uscire dalle arnie le api. Sono già in cerca di corolle aperte alla luce per raccogliere il nettare dolce, che trasformeranno in dolcissimo miele.
Talvolta vediamo le api ferme tra i rami degli alberi resinosi: raccolgono sostanze vischiose con cui tureranno le fessure della propria casina.
(G. G. Moroni)

Uno sciame d’api
Che cos’è questa musica che sembra sgorgare, grave, dal cuore del ciliegio come da un violoncello magico, e gli vibra intorno, senza uscire dalla cerchia dei rami in fiore? E’ uno sciame d’api. Da dove vengono? Forse dagli alveari dell’orto poco discosto da qui. Le ha chiamate odor di cibo dolce, odor d’aprile.
(A. Negri)

Lo sciame
Quando la nuova generazione è completa, nell’alveare c’è troppa gente e bisogna decidersi a sfollare. Allora, un forte gruppo di api, preceduto dai maschi, vola via dall’alveare con una nuova regina. Tutte vanno in cerca di un luogo sicuro per formare un nuovo alveare. Ma appena trovato il luogo, i maschi vengono cacciati via. La regina si mette subito al lavoro, che è quello di fare migliaia di uova che dovranno assicurare la popolazione del nuovo alveare.

Le api
Quando i giardini, i prati e le foreste fanno pompa della loro fioritura, rare volte pensiamo che milioni di fiori leggiadri nascondono tesori preziosi. I ricchi tesori sui quali nessuno fa valere il più piccolo diritto di proprietà, sono le minutissime gocce di nettare che le api laboriose estraggono dalla più profonda cavità della corolla e che convertono in miele e in cera. L’uomo, perciò, prese ad allevare le api che, nelle antiche età, vivevano allo stato selvatico e nascondevano il miele nelle fenditure delle rocce e in alberi cavi.
(Reichelt)

Le api
L’uomo deve essere molto grato alle api che fabbricano per lui un prodotto nutriente e delizioso, il miele. Le operaie volano di fiore in fiore succhiando polline e nettare e che poi trasformano in cera e in miele. La cera serve a fabbricare i favi, tutti a cellette esagonali perfettissime in alcune delle quali viene racchiuso il miele, mentre in altre la regina depone le uova. Abitanti dell’alveare sono anche i fuchi, cioè i maschi, che a un certo punto vengono cacciati fuori e muoiono di fame perchè incapaci di procurarsi il cibo, o sono uccisi dalle api stesse.

Il favo
Il favo è formato di celle esagonali fatte con cera che trasuda l’addome delle api operaie. Le cellette non sono tutte uguali. Alcune sono più piccole e in esse la regina depone le uova che daranno vita alle operaie; in altre, più grandi, sono deposte le uova da cui nasceranno i fuchi, cioè i maschi. Più grande di tutte, a forma di ghianda, è la cella che servirà alla regina, la futura rivale della regina madre.

Il miele
Il nettare, viene introdotto nel proventricolo dell’ape dove, a contatto coi succhi gastrici, si trasforma in miele. Allora l’ape entra nell’alveare e con le zampette lo spinge in una cella. Un’altra ape lo comprime ben bene col capo e, dopo, la cella piena viene chiusa con la cera. Altre celle sono lasciate vuote per accogliere le uova che la regina vi depositerà.

Lo sciame
Le api sciamano, d’ordinario, nello ore del mezzogiorno e con impeto selvaggio si precipitano come fiocchi di neve, quando cade fitta fitta. Quindi si posano sul ramo dell’albero vicino attaccandosi l’una all’altra, finchè sono tutte ammucchiate come un grappolo pendente. L’apicoltore accorre pronto con un alveare vuoto e cautamente ci mette dentro lo sciame. Più presto le api sciamano e più l’apicoltore gode perchè allora il popolo minuscolo può raccogliere più ricche provvigioni per l’inverno ed egli deve venire loro in aiuto con poco nutrimento.
(Reichelt)

Dentro alle arnie lavorano le api. Vivono in grande armonia tra loro. Le api operaie sono all’opera: chi va in cerca del dolce succo dei fiori; chi resta a costruire i favi; chi fa la pulizia delle cellette; chi prepara il cibo ai piccini e alla regina; chi scalda le covate e chi porta via i morti. Soltanto l’ape regina, che è la più grossa delle altre, vive da… regina. E non fa nulla? No, fa molto anche lei. Depone migliaia di uova per la conservazione della specie.
(Lipparini)

Le api
Fuori dell’alveare è un brulichio confuso di api che si raccolgono intorno ai fori d’entrata. Le operaie entrano ed escono senza posa, con un ronzio sonoro e affaccendato. Visitano tutti i fiori, instancabilmente. Succhiano il nettare, si caricano di polline e nel prodigioso laboratorio del loro proventricolo trasformano questa sostanza in miele e cera. Intanto la regina è occupata a deporre migliaia di uova, le sentinelle fanno buona guardia, le nutrici custodiscono le piccole larve e le sventolatrici agitano senza posa le loro ali affinchè nell’alveare venga mantenuta la temperatura necessaria al benessere di quel laborioso popolo.

L’ape
Quando i giardini, i campi, i prati fanno pompa della loro fioritura, noi ricordiamo che questi leggiadri fiori nascondono un tesoro di cui non sappiamo servirci. Ma qualcuno lo sa. Lo sanno le api, minuscole operaie laboriose e industriose che raccolgono il giallo polline, che succhiano la dolce stilla di nettare racchiusa nei calici e trasformano il loro raccolto in cera e miele, prodotti tanto utili all’uomo.

Le api
E’ uno sciame d’api. Le ha chiamate odor di cibo dolce, odor d’aprile. Volano, ronzano attorno ai fiori, vi s’attaccano, ne cercano e ne estraggono il nettare e il loro corsaletto d’oro e di ambra splende nel sole. Le une sanno ciò che fanno le altre; un’unica intesa le guida, le rende strumenti di perfetta orchestra.
(A. Negri)

Ora che siamo in maggio e le rose sono tutte in fiore, nell’aria si sente un gran brusio. Le api vanno, vengono, frettolose e infaticabili, e sembrano d’oro nel sole d’oro. Vanno a fare il loro bottino di polline e di nettare nei calici dei fiori e lo portano alle loro casette, dove lo trasformano in cera e miele. (G. Zanetti)

Che cos’è questa musica che sembra sgorgare dal cuore del ciliegio e gli vibra intorno senza uscire dalla cerchia dei rami in fiore? E’ uno sciame di api. Di dove vengono? Forse dagli alveari che sono nell’orto, poco distanti di qui. Le ha chiamate odor di cibo dolce. Svolano, ronzano intorno ai fiori, vi si attaccano, ne cercano e ne estraggono il nettare. (A. Negri)

“Zzz…. zzz… zzz…!”. Sono le api. Ronzano intorno ai fiori. Succhiano il dolce nettare e si caricano di polline. Poi, veloci, tornano all’alveare. Per riposarsi? No, per deporre il miele e la cera. Il miele d’oro, dolcissimo. La cera bianca, profumata. Il cibo per noi e la fiamma per la candela.

Le api ronzano intorno all’alveare. “Come vi affaccendate, api! Ma che cosa c’è di nuovo?”. “La regina ha deposto le uova. Molte, una per ogni celletta. Adesso, noi api operaie, dobbiamo fare molto miele per nutrire le larve che nasceranno tra poco. Il prato è smaltato di fiori nuovi; il giardino, le siepi, gli alberi da frutto ci offrono il nettare. Non dobbiamo perdere tempo”. Le api vanno e vengono dall’alveare ai fiori, dai fiori all’alveare. (Davanzato Scotti)

Un alveare è come una città. Una città di gente laboriosa. Ogni cittadino ha un compito. C’è la regina che depone le uova ed è la madre di tutte le api. Ci sono i fuchi e le operaie. A queste ultime spetta il compito di andare per i campi a raccogliere le provviste. Altre devono costruire le case, le celle. Altre ancora sono incaricate di accudire alle api bambine. Le operaie per strumenti di lavoro, hanno le spazzole e il cestello. Per fare la raccolta penetrano nei fiori, si coprono di polline e succhiano il nettare, il succo zuccherino che è nel calice. (M. Di Filippo)

Dall’apicoltore
Le api che si vedono entrare nell’alveare sono le api operaie. Esse volano da un fiore all’altro e, con le speciali spazzole delle zampe posteriori, raccolgono il polline, di cui si nutrono, e lo mettono in cestelli aperti nelle stesse zampe. In fondo al calice dei fiori succhiano una goccia dolcissima, il nettare, che inghiottono in una specie di stomaco detto mielario.
Giunte all’alveare rimettono il nettare, diventato miele, in ogni favo: sarà il nutrimento dei piccoli appena nati.
Intanto, altre api sono intente alla costruzione delle cellette di cera per il miele, altre hanno cura delle uova deposte dall’ape regina e sorvegliano che nessun estraneo venga a turbare la loro operosità.
Il maschio dell’ape si chiama fuco. In un alveare possono esservi anche quarantamila api operaie che vivono pochi mesi. L’ape regina mangia la pappa reale, depone le uova a milioni e vive quasi sei anni.
Questi insetti lavorano per tutta la buona stagione a produrre miele: da ogni arnia se ne possono ricavare 20 – 30 chili. I fiori offrono polline e nettare; le api contraccambiano il dono portando da una corolla all’altra un po’ di polline, indispensabile perchè, dai fiori, nascano i frutti.

Gli abitanti dell’alveare

L’ape operaia è piccola, di colore rosso bruno. Le sue zampe sono fornite di due palette ricurve, e di spazzole. L’apparato boccale è piuttosto complicato: vi sono due forti mandibole, per afferrare il materiale, e una proboscide che l’ape introduce nell’interno dei fiori. Inoltre, nell’ultima parte dell’addome, le api operaie hanno ghiandole che secernono la cera, e un acuto pungiglione, che esse estraggono solo in momento di pericolo.
I maschi, detti anche fuchi, sono più lunghi delle operaie, hanno ali che ricoprono tutto l’addome, e sono privi di palette e di pungiglione.
La regina è più grossa delle operaie, ma più piccola del fuco; le sue ali le ricoprono solo metà del corpo, e manca anch’essa di palette e di pungiglione.

Che cosa fanno

Alla regina è affidato il compito della deposizione delle uova. Ogni giorno ne depone più di trecento e durante tutta la sua vita più di mezzo milione.
Le operaie attendono infaticabilmente alla costruzione dei favi contenente le cellette, alla pulizia dell’alveare, alla raccolta del nettare che esse trasformano nel prezioso miele destinato, insieme con il polline, al nutrimento delle larve e della regina.
Quanto ai maschi, il compito loro assegnato è di unirsi con la regina, e ciò avviene una sola volta, nel volo nuziale.
Al ritorno dal volo la regina inizia la deposizione delle uova, mentre i maschi, non sapendo raccogliere ne il polline ne il polline, vengono considerati bocche inutili ed espulsi dalla comunità o addirittura spietatamente uccisi dalle operaie.

Ecco un’ape operaia di ritorno dal suo lungo viaggio di fiore in fiore: è primavera, ed essa è stata la prima ad uscire dall’alveare. Quest’ape è stata inviata in ricognizione dal grosso ed industrioso esercito di cui fa parte. Quando le compagne vedranno il carico di polline che essa reca con sè, imprigionato fra i lunghi peli dei cestelli, sulle due zampe posteriori, si affretteranno ad uscire: è venuto il momento di mettersi assiduamente al lavoro!

Un’ape su una rosa

In un cespuglio di rose, su una splendida rosa bianca, si posa un’ape, e vi rimane per parecchio tempo. Se la guardassimo bene, meglio se con una lente, vedremmo che l’ape ha allungato la sua proboscide tra i petali, la stende, la raccorcia, la ravvolge, la piega continuamente. Essa succhia dal cuore della rosa il polline, e lo posa sulla spazzola: da qui lo balza sulle palette e quindi, con l’aiuto delle tenaglie lo depone in un condotto, dal quale il succo passa nello stomaco. Ecco il primo stadio per la fabbricazione del miele.

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Dettati ortografici e letture FARFALLE E BRUCHI

Dettati ortografici FARFALLE E BRUCHI – Una raccolta di  dettati ortografici di vari autori, sul tema farfalle e bruchi, per la scuola primaria.

Come gli uccelli che cantano meglio hanno il piumaggio più semplice, così la più utile tra le farfalle ha un abito semplicissimo. E’ la farfalla del filugello, una farfalla che sa appena volare, che non sa mangiare perchè il suo apparato boccale non glielo consente, non sa far nulla, soltanto deporre le uova e poi morire. Ma da queste uova nasceranno centinaia di bacolini minuti che, mangiando una gran quantità di foglie di gelso, diverranno i preziosi bachi da seta.

La primavera era arrivata e tutto risplendeva di luci e di colori. Un bruco verde e peloso piangeva in mezzo a tanta allegria. Lo udì il vento: “Che cos’hai?”. Il bruco rispose: “Sono triste, perchè tutti hanno schifo di me, anche i bambini…”. Il vento andò lontano, rincorse la primavera: “Dolce fatina” chiamò, “c’è un animaletto infelice, mentre tutti sono allegri: il bruco…”. “E’ vero” disse la fatina, “Come ho potuto dimenticarmi di lui? Va’, digli  che esprima un desiderio. Sarà accontentato”. Il bruco allora osservò i fiori, guardò gli uccelli. “Ecco” disse “Voglio diventare anche per poco, un piccolo uccello dalle ali leggere e colorate come i petali dei fiori”. Fu preso da un freddo terribile e da un sonno profondo. Quando riaprì gli occhi, era un bellissimo insetto con le ali dai colori dell’arcobaleno. Volò sulle erbe e sui fiori con la leggerezza di una piuma: era nata la farfalla. (G. Vaj Pedotti)

La farfalla cavolaia gironzolò un poco sotto la foglia per trovare il punto più tenero. Stette un momento immobile come chi ha bisogno di riposare e quindi incominciò a punzecchiare la foglia. Ad ogni punzecchiatura piantava un ovetto giallino. Ne depose una ventina, poi si mise a volare sopra i cavoli. Cercò il rovescio di una foglia e vi piantò un’altra ventina di uova. Sotto una seconda ne piantò dieci; altre ne lasciò sull’orlo. Dopo una settimana al posto delle uova c’erano dei piccoli bruchi verdi, uguali, per colore, alle foglie. E alla distanza di quindici giorni i bruchi, cioè i figli della farfalla, erano molto cresciuti. Mangiavano senza riguardo nell’orlo e in mezzo alle foglie e sempre cercavano di andare verso il centro della pianta dove le foglie erano più tenere. (P. Boranga)

Abbiamo osservato nel prato molte farfalle: alcune hanno le ali nere vergate di rosso, altre sono bianche ornate di cerchi arancione, altre ancora sono azzurre e gialle. Tutte sono bellissime. Sul capo hanno due antenne: sono l’organo del tatto e dell’olfatto. Sotto il capo hanno una specie di tromba, un succhiatoio sottile come un capello arrotolato a spirale. Quando si avvicinano ad un fiore svolgono la tromba e la immergono nel cuore della corolla per succhiarvi una goccia di nettare. Le farfalle hanno una vita molto breve.

Una farfalla si posa sopra un fiore. E’ una bellissima farfalla e le sue ali hanno i più gai colori. Ma da lei nasceranno i bruchi che rovineranno tutto l’orto.

Era un modesto bruco che strisciava sopra una foglia di cavolo. Poi, un giorno, quel bruco non ci fu più. Ci fu, invece, una farfalla dalle ali variopinte.

E’ così bella con le sue ali variopinte! Ma, purtroppo, la farfalla deporrà tante piccole uova e da quelle uova nasceranno tanti bruchi che saranno la rovina delle piante.

La farfalla nasce da un piccolo uovo sotto forma di bruco (larva), che striscia sulle foglie o sul tronco o sul frutto di cui si nutre. Mangia voracemente per un certo periodo di tempo, quindi emette un filo con cui tesse una specie di bozzolo nel quale si chiude. Nel bozzolo avviene una prima trasformazione. Non si tratta più di un bruco, ma di un essere quasi coriaceo, immobile, chiamato ninfa. Dopo un certo periodo, la ninfa comincia a muoversi, rompe, col capo, l’involucro che l’avvolge ed esce fornita di ali, non più bruco, ma farfalla. Questa metamorfosi non si compie nell’identico modo per tutte le specie di farfalle; anche il bozzolo  può assumere diversi aspetti, ma, nelle sue grandi linee, la trasformazione segue questo processo.

Le farfalle si possono dividere in tre grandi gruppi: farfalle diurne, farfalle notturne e tignole. Fra le farfalle diurne, le più comuni sono le vanesse dalle ali vagamente variopinte e, fra queste, la cavolaia, flagello degli orti.

L’unica farfalla utile, anzi preziosa all’uomo che ne fa l’allevamento, è la farfalla del filugello chiamato anche baco da seta o bombice del gelso. Il baco cambia pelle cinque volte, nutrendosi di foglie di gelso. Ad un certo punto, smette di mangiare, si arrampica su un rametto ed emette dalla bocca un sottilissimo filo che è tutto di un pezzo e può raggiungere anche la lunghezza di circa mille metri. Con questo filo, il baco si tesse intorno al corpo un bozzolo di purissima seta. Dopo una ventina di giorni, l’animale inumidisce, con un liquido speciale, l’estremità del bozzolo e battendovi forte con il capo, riesce a praticarvi un foro, da cui uscirà farfalla.

Si tratta di una farfalla grossa e tozza che non può volare. Non ha neppure l’apparato boccale e quindi è condannata a morir di fame. Ma, prima di morire, la femmina depone centinaia di piccolissime uova da cui, a suo tempo, nasceranno i piccoli bruchi.

La farfalla scende su un fiore. Immerge ingordamente la testolina nella corolla; spinge il so succhiatoio fino in fondo e succhia il nettare. Approfittando di quella posizione, il fiore scuote sulla testa della farfalla il suo polline. Quando essa ha finito di succhiare il nettare, riprende il volo. Vola di qua e di là. Vede altri fiori simili a quello che ha visitato. Si getta sul primo che incontra. Mette la testolina nel calice. Intanto il polline di cui si era impolverata va a cadere sul nuovo fiore. (P. Bargellini)

La farfalla è un insetto, perciò presenta le stesse caratteristiche generali degli insetti. Il suo corpo brunastro, peloso e fragile, è diviso in capo, torace e addome. Sul capo si trovano due antenne, due grossi occhi composti e l’apparato boccale, costituito di una lunga e sottile proboscide avvolta a spirale come la una molla.

Quando la sera, d’estate, si tengono le finestre aperte, numerose farfalline volano in gran numero verso la sorgente luminosa. Le volano intorno, fino a che cadono esauste, morenti, nel lampadario, dove finiscono la loro breve vita. Sono le tignole. Alcune vengono dalle provviste alimentari: dalla farina, dalla pasta. Altre, di colore grigio dorato, veloci, ma non resistenti volatrici, sono l’incubo delle massaie. E con ragione: sono le tignole dei panni. Esse depositano nelle stoffe di lana, nelle pellicce, le loro uova, dalle quali nasceranno tanti piccoli, distruttori dei nostri indumenti.

Dall’uovo deposto dalla farfalla nasce un piccolissimo bruco. Poichè le uova sono centinaia e centinaia, tanti sono anche i bruchi, che divorano steli, foglie e gemme. Ogni giorno il bruco mangia il doppio del proprio peso; perciò nessuna meraviglia che debba più volte cambiare la pelle, se quella che ha addosso diventa ogni giorno più stretta. Quando il bruco è pienamente sviluppato, abbandona la pianta che lo nutriva e va in cerca di un luogo adatto. Qui si tesse un nido e vi si chiude dentro, oppure si libera semplicemente dell’ultima pelle, trasformandosi in crisalide. Ora è diventato un essere senza gambe, senza testa, fasciato da una pelle rigida e scolpita, che se ne sta immobile come una mummia. Ma dopo un certo numero di giorni questo essere muto, cieco, sordo e immobile incomincia ad agitarsi; la sua rigida scorza si spacca sul dorso; ed ecco venir fuori un essere brutto, raggrinzito, umido. A poco a poco, però, le sue ali si stendono, il corpo si affusola, appaiono i colori, l’insetto fa le prime prove vibrando le ali, e finalmente è perfetto e nitido, tutto nuovo, splendente, e quello che era un bruco strisciante ora vola e vive nell’aria la sua terza vita.

Quando i bruchi nascono, non c’è nessuno che provveda a nutrirli: ed essi stessi devono subito lavorare di mascelle per provvedere all’avvenire. Ma ci provvedono tanto bene che, se tutti i bruchi che nascono vivessero sempre fino a diventar farfalle e a deporre le uova a centinaia, e da queste uova nascessero e vivessero altri bruchi, dotati dello stesso formidabile appetito, potremmo dire addio a tutti i nostri alberi, ai fiori, agli ortaggi: i bruchi finirebbero ogni cosa. La terra resterebbe spoglia, veramente tutta brucata. Ecco perchè, forse, la natura ha disposto che la vira di un bruco sia piuttosto indifesa; non è certamente male, dunque, che di bruchi ne muoiano parecchi.

La farfalla è come un fiore vivo, un fiore volante, con due petali soli. Ama il verde dei giardini, dei prati, dei boschi. Se la gode a far l’altalena, su e giù; sotto la carezza del sole. Le sue ali sono ornate di vivi colori e coperte di una polvere fine. Il suo corpo è sottile, il capo piccino e le zampine esili come fili. (T. Fanelli)

Le tignole sono minuscole farfalline dalle ali frastagliate, più o meno colorate, in genere dannose. Parecchie di esse danneggiano il grano, la pasta, la farina; altre sono le famigerate tarme o tignole dei panni, che tutti conoscono, altre ancora sono la rovina dei meli, dei ciliegi e di altri alberi da frutto. Se nella mela, nella ciliegia, troviamo il verme, lo dobbiamo a queste minuscole farfalline che hanno precedentemente deposto un uovo nel calice di ogni fiore, così che il piccolo bruco ha trovato, al suo nascere, un dolce rifugio che è insieme, culla e cibo. (M. Menicucci)

La pieride cavolaia maggiore. Come è bella nella sua veste bianca con sfrangiature verdi e marroni sulle punte, con il corpicino elegante! Ma il povero cavolo come la teme! Questa farfalla si posa sulla pagina inferiore delle sue grandi foglie. Qui depone tante uova ben nascoste. Dopo pochi giorni, dalle uova nascono i bruchi. E che cosa fanno? Brucano la foglia, passano sulla pagina superiore e si mettono a divorare. In breve della bella foglia non ne restano che le nervature.

Chi, guardando le farfalle che volano leggere sui fiori, pensa agli eserciti di bruchi che hanno divorato quintali di foglie, migliaia di piante, centinaia di potenti tronchi d’albero, per soddisfare il loro insaziabile appetito? L’esercito dei bruchi si è trasformato in un esercito di farfalle. All’origine della minuscola tignola di pochi millimetri, come della più grande farfalla australiana, che ha un’apertura d’ali di quasi trenta centimetri, c’è sempre un bruco. (M. Menicucci)

Generalmente i bruchi sono voraci e talvolta questa voracità è veramente straordinaria. Il celebre naturalista Reaumur pesò alcuni bruchi della cavolaia, la bianca farfalla che predilige i cavoli, e diede loro brandelli di cavolo che pesavano il doppio del loro corpo. In meno di ventiquattro ore avevano consumato tutto. In questo tratto di tempo il loro peso era cresciuto di un decimo. Per fare un paragone, un uomo che pesi ottanta chili dovrebbe mangiare centosessanta chili di cibo in un giorno per mettersi alla pari con questi potenti mangiatori! (R. Scaringi)

Esce da un ciuffo d’erba che lo aveva nascosto durante il caldo. Attraversa il viale di sabbia con grandi ondulazioni, e per un momento si crede perduto nell’ombra lasciata dallo zoccolo del giardiniere. Giunto dove sono le fragole, si ferma, si riposa, alza il naso a destra e  a sinistra per annusare, poi riparte, e sotto le foglie sa oramai dove va. Che bel bruco grasso, velloso, impellicciato, bruno, punteggiato d’oro e con gli occhi neri! Guidato dall’olfatto, si dimena e si aggrotta come un sopracciglio folto. SI ferma sotto il rosaio; e con le sue papille sottili tasta la scorza ruvida, muove qua e là la testolina di cane appena nato e finalmente osa arrampicarsi. E questa volta sembra che divori faticosamente tutta la lunghezza del cammino in salita, inghiottendola. (G. Renard)

Colori delle farfalle
Questi insetti dovettero essere dapprima fiori; fiori portati così in alto dallo stelo che finirono per distaccarsene; oppure, sotto una carezza di luce, avvenne che il sogno dei fiori trovò modo di attuarsi, di prendere forma e volteggiare nell’aria. Le ali hanno, infatti, l’apparenza di grandi petali e ne riproducono i colori: dal rosso fuoco del tulipano all’azzurro del giacinto, dal giallo del ranuncolo al bianco del ciliegio, dal lilla dell’iris alla cupezza della mammola. E’ perchè la luce, quando colpisce un’ala di farfalla, non incontra una superficie liscia, ma un succedersi di minuscole lamine, di scudi minuscoli articolati sulla superficie dell’ala; e ciascuno di questi ha il suo modo di riflettere e diffondere la luce quasi come le sfaccettature di un diamante. Quella polvere dorata che ci resta sulle dita quando si tocca un’ala di farfalla, non è fatta che da un insieme di tali scudi, così lievi e delicati, ca non sopportare contatti che non siano quelli dell’aria e della luce.
(A. Anile)

Prime farfalle
Un picchio è nascosto tra i pioppi; con il suo becco appuntito, esso batte senza posa nella corteccia degli alberi. E’ questo il segno che è arrivata la primavera e l’uccello dalle belle piume di color porpora dà, in tal modo, il lieto annuncio alla formica. Nell’aria serena e luminosa i campi sembrano sorridere, mentre timida timida la violetta spunta sotto i cespugli e il salice piega le verdeggianti fronde sull’acqua del limpido fiume. Nel prato svolazzano intanto le prime farfalle. Un ragazzino le insegue con sfrenata allegria, nel desiderio di acchiapparle, e il suo volto si illumina di gioia, quando può ammirare la sua mano cosparsa di una polverina d’oro: è riuscito, finalmente, a prenderne una!
(V. Verdusio)

La farfalla
Si dice che le farfalle siano dannose. E che male può fare una variopinta farfallina che vola, leggiadra, di fiore in fiore, succhiando il nettare e beandosi di sole? Se si accontentasse di questo non farebbe male a nessuno. Ma la farfalla è un’ottima mamma e un giorno depone tante uova, piccole piccole, ma tante, tante. A primavera, saranno nati tanti bruchi, piccoli piccoli, ma tanti tanti, che in poco tempo divoreranno tutto ciò che capita sotto il loro instancabile apparato boccale.

Le farfalle
Se vi trovate, in primavera o d’estate, in campagna, vedrete farfalle di ogni colore e d’ogni grandezza volare sui fiori. Alcune volano in alto, altre si posano leggiadramente sui fiori e vi indugiano, infilando la oro tromba nel calice, a succhiarvi la gocciolina di nettare in esso contenuta. E quando il sole è tramontato, ecco miriadi di farfalline accorrere intorno alle sorgenti luminose e, qualche volta, in mezzo a loro c’è una grossa farfalla dal corpo pesante che sembra volare quasi a fatica. E’ una farfalla notturna.

Le farfalle
Hanno sulla fronte due corna fini, due antenne ora sfilate, a ciuffo, ora frastagliate a pennacchio. Hanno sotto la testa una tromba, una cannuccia sottile, come un capello arrotolato a spirale. Quando si avvicinano a un fiore, svolgono la tromba e la immergono in fondo alla corolla, per bervi una goccia di liquore melato. Oh, come sono belle!
(Fabre)

La farfallina del melo
Le farfalline deposero un piccolo uovo in ogni fiore del melo, poi morirono perchè le farfalle, quando hanno pensato ai piccini che debbono nascere, non hanno più nulla da fare. I fiori del melo perdettero i petali e pian piano si trasformarono in frutti. Ma in ognuna di quelle piccole mele che il sole coloriva e faceva diventare sempre più grosse, c’era un bacolino nato dall’uovo deposto dalle farfalline azzurre, un bacolino che aveva trovato la casa e insieme la polpa saporita da mangiare.

Le farfalle
Come sono belle! Ve ne sono con le ali vergate di rosso sopra un fondo granata; ve ne sono di un turchino vivo con dei cerchi neri; altre sono bianche e orlate d’aurora. Hanno sulla fronte due corna fini, due antenne ora sfilate a ciuffo, ora frastagliate a pennacchio.
(Fabre)

La farfallina
La farfallina scende su un fiore. Immerge ingordamente la testolina nella corolla; spinge il suo succhiatoio fino in fondo e succhia il nettare. Approfittando di quella posizione il fiore scuote sulla testa della farfalla il suo polline. Quando essa ha finito di succhiare il nettare, riprende il volo.
(P. Bargellini)

La farfalla
Quando la farfalla ha finito di succhiare il nettare, riprende il volo. Vola di qua vola di là. Vede altri fiori simili a quello che ha visitato. Si getta sul primo che incontra. Mette la testolina nel calice e intanto il polline, di cui si era precedentemente impolverata, va a cadere sul nuovo fiore.
(P. Bargellini)

Bruchi e farfalle
Chi, guardando le farfalle che volano leggere sui fiori, pensa agli eserciti di bruchi che hanno divorato quintali di foglie, migliaia di piante, centinaia di potenti tronchi d’albero, per soddisfare il loro insaziabile appetito? L’esercito di bruchi si è trasformato in un esercito di farfalle. All’origine della minuscola tignola di pochi millimetri, come della più grande farfalla australiana, che ha un’apertura d’ali di quasi trenta centimetri, c’è sempre un bruco.

Il bruco
Il bruco non ha che un dovere, non sente che un richiamo, non ha che un’occupazione: mangiare. Possiamo considerare il bruco come un tubo digerente che si muove. Nulla lo interessa se non quello che può soddisfare il suo appetito formidabile. E ingrassa. Soltanto quando è giunto al massimo della sua dimensione, quando il suo peso è aumentato anche fino a sedicimila volte quello originario, soltanto allora il cibo non lo interessa più.

Il bruco tessitore
Quando il bruco è arrivato al massimo della sua dimensione che la natura gli impone, ecco che il cibo non lo interessa più. Ne ha nausea. Diventa schifiltoso. Si sente tardo, pesante, obeso. E’ in attesa di qualcosa che non sa ancora definire, ma che egli sembra cercare con i movimenti pieni di ansia della sua testa oscillante. Poi, improvvisamente, si mette a secernere qualcosa che diventa rapidamente un filo, tanti fili uniti insieme, lunghi e luminosi e forti e resistenti, e dentro ci sono le immense quantità d’erba, di foglie, di legno che il bruco ha divorato durante il primo stadio della sua vita.

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dettati ortografici e letture LA FESTA DEL LAVORO – MESTIERI

Dettati ortografici e letture LA FESTA DEL LAVORO – MESTIERI: una raccolta di dettati ortografici e letture di autori vari per la scuola primaria

Importanza del lavoro

Ogni lavoro è importante, sia quello compiuto dalle braccia, sia quello compiuto dalla mente perchè in ogni uomo che lavora c’è sempre una mente che pensa e provvede, c’è sempre una persona che pensa, che fatica per sè, per i propri cari, per il bene dell’umanità.

Ogni luogo in cui vivi, porta l’impronta dell’operosità di chi ti ha preceduto perchè la storia del progresso è la storia del lavoro.

Come tu stesso puoi concludere, vedi allora come è importante il lavoro per la dignità della nostra vita individuale e sociale. Ed è per questo che la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro.

Tutti lavorano: nei campi, nelle officine, nei negozi, nelle scuole. Il lavoro è necessario all’uomo. Anche il bambino ha il suo lavoro: egli studia, aiuta la mamma nelle piccole faccende, si rende utile nella casa con lavoretti leggeri.

Il falegname adopera la sega, la pialla, il martello. E con il legno fabbrica le porte, le finestre, i mobili solidi e belli.

Il calzolaio batte la suola. Seduto al suo deschetto, egli taglia il cuoio e fabbrica gli scarponi per gli uomini e le scarpette per i bambini.

C’è un pezzo di stoffa: il sarto potrà trasformarla in un bel vestitino e per questo ha bisogno dell’ago, del filo, delle forbici e della macchina da cucire.

Ecco il muratore che costruisce la casa. Mette  i mattoni uno sull’altro, li tiene insieme con la calcina, e il muro viene su, diritto, solido, forte.

Guardati attorno: quante cose sono fatte di legno! Le porte, le finestre, le travi, i mobili… Il grande albero della foresta si è trasformato in un armadio, in un banco, per il lavoro del falegname.

Di ferro sono le chiavi, le serrature, i cardini su cui girano le porte. Di ferro sono le navi che solcano il mare e il chiodino per attaccare il quadretto.

Non lavorano soltanto i falegnami, i fabbri, i calzolai. Lavora anche chi scrive, chi pensa, chi studia. Lavorano il medico, il professore, l’impiegato. Chi lavora con le braccia, chi col cervello.

Il primo maggio si celebra la festa del lavoro in tutto il mondo. In questo giorno,le macchine cessano di rombare, i forni di ardere, i martelli di battere. L’uomo cessa, in tutto il mondo, la sua attività lavorativa.

Se non ci fosse il lavoro, noi dovremmo vivere ancora come l’uomo delle caverne. E’ per opera del lavoro umano che noi abbiamo le case, i vestiti, i mezzi di trasporto. Supponiamo, per un momento, che nessuno lavori più: dopo qualche tempo le case cadrebbero in rovina, gli uomini sarebbero coperti di stracci la terra non darebbe più che un frutto misero e insufficiente.

In tutto il mondo, il primo maggio, per ventiquattro ore, cessa il frastuono delle macchine, il fischio delle sirene, il ronzio affaccendato degli operai che vanno e tornano dal lavoro. Dopo la brevissima sosta, il lavoro riprenderà il suo ritmo incessante, dalla grande officina e dall’affollato stabilimento, alla modesta botteguccia dell’artigiano del  paese, e all’umilissimo bischetto del ciabattino, che ripara e rattoppa le scarpe. Ogni lavoro ha la sua importanza e la sua nobiltà, purchè venga accuratamente ed onestamente compiuto, non solo nell’interesse del singolo, ma anche a vantaggio dei nostri simili, della collettività. (da S. I. M.)

Anche lo studio è lavoro. Lavoro non è solamente quello che esce dalle mani del muratore, del calzolaio, dell’operaio: lavoro è tutto quanto è frutto dell’opera dell’uomo, tanto della mano quanto della mente. Anche voi, studiando, lavorate: il vostro lavoro è lo studio.  (P. Dazzi

Il lavoro è una veste che nutre voi e me, che edifica le vostre case e prepara i vostri letti, apre le strade, fabbrica i veicoli che le percorrono, stende i fili della corrente elettrica e del telefono; falcia l’erba, miete il grano, dispone i fiori nei giardini, illumina le nostre stanze, stampa i libri, dipinge i quadri, fotografa le nostre persone, scolpisce le statue, costruisce le navi e gli aeroplani; trasforma la creta in fine porcellana. (Gould)

Vi sono delle fabbriche in cui non si può interrompere il lavoro neanche la notte, come non si può interrompere in certe grandi officine meccaniche, nei forni dove si fonde la ghisa, nelle stazioni ferroviarie, nelle tipografie dei grandi giornali e così via. C’è quindi una massa di operai, di artigiani, di ferrovieri, di tipografi, che deve lavorare la notte… Di notte vegliano farmacisti e dottori, a turno, perchè siano pronti i soccorsi sanitari, se qualche malato ne ha bisogno; a turno lavorano, negli ospedali, anche ostretriche ed infermieri. Tutta questa gente compie un dovere sacro di lavoro e di assistenza. Ammiriamoli e siamo loro riconoscenti. (M. Serao)

Il lavoro umano ha mille aspetti e strumenti diversi. Accanto al lavoratore del braccio trovi il lavoratore della mente; quando il contadino si avvia per i campi, il minatore scende nelle viscere della terra; mentre l’operaio suda fra lo strepito delle macchine ed il fabbro batte il ferro sull’incudine, l’architetto disegna progetti di edifici e il chirurgo si curva sul malato disteso sul tavolo operatorio. Anche tu sei un lavoratore perchè con lo studio ti prepari ad essere di aiuto alla società.

Incontri il lavoro dell’uomo dovunque tu posi le mani, qualsiasi oggetto tu adoperi. La casa dove abiti, la strada che percorri, la scuola che frequenti, l’abito che indossi sono frutto del lavoro dell’uomo. Immagina che non ci sia più intorno a te nulla di ciò che ha fatto l’uomo. Vedresti intorno a te la foresta selvaggia, oppure la palude insidiosa, o il deserto solitario. Sentiresti il brivido del freddo, o il bruciore del sole, avresti il terrore delle belve selvagge.

Primo maggio: oggi il mondo è in festa. E’ una festa che affratella tutti gli uomini di tutte le nazioni del mondo e che fa pensare al più bello dei doveri della vita: quello del lavoro. In tutto il mondo oggi gli uomini sono fratelli nella gioia di questa festa,  come erano ieri e come lo saranno domani nella fatica dei muscoli e nello sforzo del pensiero.

Tutti gli uomini lavorano; chi lavora nei campi, chi nelle officine, chi nei negozi, chi negli uffici; chi lavora con il braccio, chi con la mente. Lavorare è necessario. Anche il bambino ha il suo lavoro: studia e si rende utile in casa con qualche servizietto. Il fannullone, invece, che non ha voglia di lavorare, vive del lavoro degli altri. Egli è come la pianta di edera che si aggrappa all’albero e ne succhia la vita per mezzo delle radici che gli affonda nel tronco. Per questo, forse, il grande albero morrà, ma con lui morrà anche la pianta infingarda.

L’elettricista. Arriva, bene accolto, l’elettricista. In cima a una scala, come il ragno che fa la tela, tende fili e fili; ogni tanto un isolatore, qua e là alcune valvole e poi anche qualche presa di corrente… (L. Bartelletti)

I pescatori. Di buon mattino, quando il primo sole rischiara gli scogli e la spiaggia, i pescatori tornano. Se cantano, vuol dire che la pesca è stata fortunata. Se non cantano, vuol dire che il rischioso lavoro di una notte è stato inutile. Le ultime ombre della notte sembrano allora ai poveri pescatori più oscure e cattive. (M. Comassi)

Il calzolaio. Non credo che nessun banco da lavoro sia così affollato e disordinato come un bischetto: nè così piccolo.  Lesine, punteruolo, trincetti, il vasetto della colla, ritagli di pelle, pezzetti di vetro; e fino negli estremi angoli, qualcosa da trovare,  per esempio il sego, nel quale di tanto in tanto si tuffa la frettolosa punta della lesina, per poi bucare meglio il cuoio. (G. Fanciulli)

Muratori. I manovali riempivano i cofani di calcina; infilavano le scale sorreggendosi con la mano di piolo in piolo, recando sull’omero i cofani e le pile di mattoni. I muratori raggiungevano i ponti spingendosi su per le scale; il sole ricominciava a cuocere il loro viso, le braccia, la nuca; grondavano sudore. (V. Pratolini)

Di notte. Mentre ciascuno di noi riposa tranquillamente in un letto che non avrebbe saputo costruire con le proprie mani, i fornai attendono a cuocergli il pane per la mattina dopo, telefonisti, scrittori e tipografi collaborano in vario modo a preparargli il giornale, e la guardia notturna cammina su e giù per impedire l’opera losca dei malandrini, e il pompiere veglia pronto a spegnere il fuoco devastatore, e marinai e ferrovieri guidano nella notte i veicoli che recano le lettere, giornali, derrate e il nutrimento del corpo e la gioia dell’animo.

Gli spazzini. E’ mattina presto in città. Il silenzio è quasi assoluto ma, ad un tratto, ecco comparire dal fondo della strada un grosso furgone tutto chiuso. Si arresta e, rapidi, scendono gli spazzini. Le loro mani, protette da grossi guanti di gomma, afferrano i carrelli e li spingono verso gli ingressi delle case. Inizia il loro lavoro: bidoni pieni che vanno verso il furgone pronto a ingoiare rumorosamente quintali di rifiuti, bidoni vuoti che tornano. Ogni giorno così, con tanta abilità, con tanta dignità.

Pescatori. Le paranze alzano le vele gialle pittorescamente decorate e lasciano il porto. In alto mare i pescatori calano le reti che galleggiano, perchè sostenute dai sugheri. Quando le ritirano sono pesanti. Le issano a bordo con fatica e nella barca, allora, è tutto un guizzare di pesci argentei, azzurrini, rosei. (G. Facco)

Il fabbro. Nell’officina il mantice soffia e palpita con ritmo incessante, come organo di vita. Il carbone arde, alita la fiamma e investe, il ferro rosseggia. Prigioniero di solide tenaglie il rovente metallo geme sull’incudine. Sopra di lui scendono celeri, ripetuti, i colpi del martello. L’abile, insistente picchiar del martello plasma forme nuove, rendendo ubbidiente la dura materia alle esigenze dell’arte. Dall’oscuro, sudato lavoro del fabbro, nascono mirabili opere. I colpi del martello, che risuonano a sera sull’incudine, sono canti di vita operosa, sono canti di vittoria. (A. Magnani)

L’orologiaio. Per le sue mani passano oro, argento, rubini minuscoli, ma non se ne accorge: per lui merita tanti riguardi il pataccone d’acciaio del ferroviere, quanto il microscopico orologino tempestato di brillanti della gran signora. L’importante è cercare il male e guarirlo, come sulla tavola operatoria sono uguali il principe e il povero, così per l’orologiaio meritano la stessa considerazione l’orologio da polso e quello da tasca, quello che scintilla sulla scrivania e quell’altro che alla parete scandisce i secondi col pendolo grave. Orologi di ogni dimensione sono lì davanti a lui e sembrano famiglie patriarcali riunite: il nonno, i genitori e la schiera garrula dei figli e dei nipotini. (D. Provenzal)

Il barbiere. La sua non è una bottega, ma uno “studio”, quasi… Nelle botteghe si compra, si vende, e qualche volta si fabbrica: qui nulla di ciò. Qui vedi giovani vestiti di bianco i quali si affettano a gettare un manto bianco alche sulle spalle dei clienti perchè sia tutto candido: e specchi, tavolette di marmo, acciai lucidi e tersi: nell’aria un vago sentore di profumi e di cipria. D’inverno l’ambiente è caldo, d’estate piacevolmente fresco: sifoni d’acqua olezzante sostituiscono, in piccolo, gli zampillo odorosi dei giardini del Gran Sultano. (D. Provenzal)

Il fornaio. Un delizioso odore di pane appena sfornato si spande per tutta la piazza del paese. Il fornaio ha lavorato varie ore della notte: ha impastato la farina ed ha sorvegliato la macchina impastatrice; ha tagliato dall’impasto grissini, panini, pagnotte, cornetti e li ha messi nel forno osservandone di tanto in tanto la cottura. Al mattino il pane è pronto per chi si reca al lavoro. Passano gli operai e comprano la grossa pagnotta odorosa; passano gli scolari e comperano il panino croccante… E finalmente il fornaio può andare a riposare. (O. Vergani)

Il postino. Con il sole o con la pioggia, chi è che non si ferma mai e va tutto il giorno, paziente, di porta in porta? Va con la neve, va con il fango, non ha paura del freddo, non ha paura del caldo. Pensa quante cose ti porta: la letterina d’auguri dei nonni, il pacchetto con il regalo della zia, le cartoline degli amici. E quante cose ancora ti porterà, con il volgere degli anni. E non ti dirà neanche il suo nome, non chiederà nemmeno che lo ringrazi; e ogni giorno camminerà per te, dall’alba al tramonto, con la sua grande borsa a tracolla, per tutta la vita… ( O. Vergani)

Contadini. Il contadino non si riposa mai, nemmeno quando la neve copre la sua terra. Ma la stagione dei lavori grandi è certamente quella che va da maggio ad ottobre e culmina con la mietitura. Dopo questa fatica il contadino un po’ si riposa, ma il campo chiama il vomere. Le prime nebbie di inizio novembre chiamano ad altri lavori. Il grano è nei sacchi allineati al muro, la dispensa odora di mele cotogne, di sorbe, di pere, di conserve. L’anno ricomincia, c’è nell’aria l’aria di un inizio. Ed è la semina: quella del grano, la più solenne dell’anno. (G. Titta Rosa)

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Recite per bambini e racconti sulla Festa del lavoro e i mestieri

Recite per bambini e racconti sulla Festa del lavoro  e i mestieri – una raccolta di testi di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

Tutti lavorano

Per non studiare le sue lezioni, per non fare i compiti, per non aiutare i grandi, Silvio è scappato via di casa, solo soletto, e corre come un capriolo via per i campi e per i boschi, mentre la sua povera mamma si affligge e lo cerca da tutte le parti.

Silvietto è felice di essere libero, di non far nulla, e parla con tutto ciò che gli sta intorno.

“Oh piccola ape, color dell’oro, dove corri così frettolosa?” chide Silvietto, “Fermati un po’; sii buona; scherza e ridi con me.”

“Non posso, piccino”, risponde l’ape color dell’oro, “Bisogna ch’io succhi il nettare dei fiori, per farne del miele e della cera”.

Silvietto, si da pensoso per un istante; poi ripiglia la corsa e dice all’asinello bigio macchiato di bianco, che pascola nel prato: “Pigliami in groppa, asinello grazioso, e fammi fare una bella trottata!”

“Non posso, bimbo caro” risponde l’asinello, “Ora che ho mangiato, il mio padrone mi carica di erbe e di frutta, e andremo insieme in città”.

Silvietto fa una smorfia di dispetto. Si china sul ruscello limpido, vivace, rapido e gli mormora: “Ruscelletto, ruscelletto mio, te ne prego: arrestati un po’ e divertiti con me che sono solo solo e mi annoio”.

“Non posso, piccino mio: devo correre verso il mulino di Tonio, per far girare la macina; se no, il grano non si cambia in farina”.

E Silvietto è stupito e indispettito. Ma come? Hanno tutti qualcosa da fare? Un dovere da compiere, un lavoro da eseguire?

Una povera vecchia appare da un bosco lontano; è curva sotto un fascio di legna secca e cammina adagio adagio, ansimando.

“Che cosa fate, cara vecchietta?”, domanda il bambino.

“Eh, figliolo mio, ho raccolto con grande stento questa legna in montagna; ora la porto in paese e la vendo al fornaio per un po’ di pane. Così potrò mangiare per qualche giorno.

“Datemi il vostro fascio, lo porterò io”, dice Silvietto a un tratto.

E passo passo la vecchia e il bimbo ritornano al villaggio.

M. Serao

Recite per bambini e racconti sulla Festa del lavoro  e i mestieri – Storia di un passerotto e di una formica

C’era un passerotto molto sfaccendato e prepotente. Un giorno trovò un chicco di grano. Stava per ingoiarlo, quando una formica gli disse: “Per piacere, passerotto, regalami quel chicco”

“Che discorsi!” esclamò il passero, “Ho trovato un chicco di grano e questa formica lo vuole. C’è della gente sfacciata a questo mondo!”

“Non lo voglio gratis”, disse la formica “Quest’estate vieni a trovarmi e, invece di un chicco, te ne darò cinque”.

Il passero ci pensò sopra per qualche minuto, poi disse: “Mi conviene. Vorrei solo sapere come farai”.

“Pianterò questo chicco in terra”, spiegò la formica, “A primavera spunterà una piantina. La piantina crescerà e metterà la spiga. Il sole la maturerà e, se tu conosci le spighe, e io so che le conosci, saprai che di chicchi ne contengono tanti. Così io potrò darti cinque granelli e il resto lo metterò in magazzino”.

“Mi fai sudare solo a sentirti parlare”, disse il passero sfaccendato, “Eccoti il chicco di grano ed arrivederci a quest’estate”.

Venne il mese di giugno e tutti i campi erano d’oro. Il passero si ricordò del granello che aveva dato in prestito e andò a trovare la formica.

Vide la spiga di grano, piena di chicchi, che dondolava al vento, davanti al formicaio.

“Questa è la mia spiga!” disse, “Ora la beccherò”

“Piano, piano!” replicò la formica, “Questa non è la tua spiga. Tuoi sono soltanto cinque granelli”.

“Chi è questa formica importuna?” gridò il passero, “Qui c’è una spiga nata da un chicco di grano che io trovai un giorno”.

“Ah, la pensi così?” disse la formica. Chiamò in aiuto le sue compagne, le quali dettero tutte addosso al passero che, con quelle formiche infuriate attorno, non trovò di meglio che volarsene via.

“Ho conosciuto, una volta, una formica sfacciata!” gridò da lontano.

“E io un passero prepotente e poltrone!” rispose la formica e, svelta svelta, si dette da fare per portare i chicchi nel formicaio, al sicuro dal becco del passero.

Ma, poichè era anche una formica onesta, i suoi cinque granelli glieli lasciò.

Recite per bambini e racconti sulla Festa del lavoro  e i mestieri – Il bambino e la formica

C’erano una volta un bambino e una formica. Disse il bambino: “Come sei piccola, formichina nera! Sta tutta sulla mia unghietta e io ti posso schiacciare col dito!”

“Non lo fare,” rispose la formichina “ammazzeresti una grande lavoratrice!”.

“Ma che sai fare tu di tanto importante?” domandò incuriosito il bimbo.

“Saresti capace di portare sulle tue spalle un grosso albero?”, chiese la formica.

“Non ancora” rispose il bimbo.

“Questa foglia che io porto nella mia tana pesa per me quanto un albero per te”.

“Oh!”, fece il bimbo.

“E saresti capace di trascinarti dietro un elefante per la coda?”

“Davvero no, non ci riuscirebbe nemmeno il mio papà!”

“Quel bruco morto, che io mi tiro nella mia dispensa, pesa per me quanto un elefante per te!”

“Uh!” disse il bimbo, “Meriti davvero una medaglia!”

“Io ho più che una medaglia,” rispose la formichina, “perchè in tutti i libri di scuola insegno ai bambini l’amore per il lavoro”.

Recite per bambini e racconti sulla Festa del lavoro  e i mestieri – L’amico

Un uomo era sempre sereno, sempre contento. Lavorava e cantava.

“Beato lui!” diceva la gente, “E’ sempre allegro”.

“E’ il mio amico che mi tiene allegro”, rispondeva l’uomo.

Non andava quasi mai all’osteria e a chi gli chiedeva il perchè, rispondeva: “Il mio amico mi tiene abbastanza compagnia”.

Raramente era malato e a chi se ne meravigliava, diceva:”Il mio amico mi tiene in salute”.

Sempre metteva avanti questo suo amico, che nessuno aveva mai visto.

Ma dov’è questo vostro amico?” chiedevano all’uomo.

“Come? Non lo vedete? Dalla mattina alla sera è con me!”

“Ma gli volete tanto bene?”

“Che volete! L’ho conosciuto da bambino e mi è stato subito simpatico. In sua compagnia sono stato sempre bene”.

“Ma chi è, dunque?”

“Non lo vedete? Siete proprio ciechi? E’ il lavoro.

(da Gira gira mondo, Vallecchi)

Il figlio dotto

Il figlio giunse dalla città a far visita al padre in campagna. Il padre gli disse: “Oggi si falcia: prendi il rastrello e vieni ad aiutarmi!”

Ma il figlio non aveva voglia di lavorare e rispose: “Io ho studiato le scienze e ho dimenticato tutte le parole dei contadini: che cos’è un rastrello?”

Non appena uscì in cortile, inciampò in un rastrello e il manico lo colpì in testa. Allora si ricordò che cos’era un rastrello, si premette una mano sulla fronte e disse:”Chi è quell’imbecille che ha lasciato qui il rastrello?”

L. Tolstoj

Recite per bambini e racconti sulla Festa del lavoro  e i mestieri

Lavori in fattoria e ciclo dell’anno

Gennaio.

Il pastore è ora molto occupato perchè cominciano ad arrivare gli agnellini e deve badare a loro ed alle loro madri.

All’aperto, quando è bel tempo, gli uomini tagliano le siepi, potano gli alberi da frutta e puliscono i fossati.

Forse le patate sono state accatastate e ora il contadino vuole venderne un po’: così bisogna aprire la catasta e suddividere le patate secondo la grandezza.Poi vengono messe nei sacchi, pesate e mandate al mercato o dal compratore.

C’è molto più lavoro con gli animali, d’inverno, perchè bisogna portare loro il cibo e portar fuori il letame col carro (molto diverso da quando erano all’aperto).

Questo è anche il momento di revisionare le macchine, aggiustare gli attrezzi, riparare steccati e cancelli, le costruzioni, e fare tutte quelle manutenzioni che non si ha tempo di fare durante l’estate.

Febbraio

Il lavoro di questo mese è molto simile a quello di gennaio. Se non piove molto, forse, è possibile coltivare un po’ verso la fine del mese.

Il terreno deve essere preparato per i nuovi prodotti.

Il contadino ha tanti lavori diversi da fare durante l’inverno. Oltre ad organizzare tutto il lavoro della fattoria, deve decidere che cosa far crescere e dove, e quali sementi comprare.

E’ anche molto importante che egli fatta tutto il suo lavoro d’ufficio. Ha tante carte da riempire per l’amministrazione e le tasse.

Marzo

In marzo è freddo, ma la primavera non è molto lontana.

Il frumento invernale comincia appena a mostrarsi attraverso il terreno, ma la superficie della terra si è fatta un po’ troppo compata e bisogna smuoverla. A questo scopo il contadino manda i suoi uomini a smuovere un po’ il terreno con gli erpici, attrezzi che hanno tantissime piccole punte. Gli erpici vengono trascinati sopra le piante o con i trattori o con i cavalli, ne sradicano alcune, senza tuttavia danneggiare il raccolto e al tempo stesso estirpano le erbacce.

Se ora il terreno è a blocchi, si usa il rullo, purchè il tempo sia asciutto.

Se il tempo è buono, il campo delle patate può esser preparato, anche se per la semina sarebbe ancora un po’ presto. Si usa un attrezzo che è come un doppio aratro. e che quando viene spinto attraverso il terreno, butta la terra sui due lati facendo un solco profondo. Questo solco è necessario per piantare le patate. Si fa poi passare il doppio aratro sui bordi del solco e così le patate vengono ricoperte. Il gelo uccide le patate, perciò devono essere piantate in modo che quando i germogli sbucano dal suolo non ci sia più pericolo di gelate.

I contadini amano un marzo asciutto.

Verso la fine del mese possono essere seminati avena, orzo e frumento primaverile.

Aprile

E’ un mese delizioso. Nella natura tutto comincia ad apparire nuovamente fresco.

Nella fattoria i campi sono di varie sfumature di verse, a seconda dei prodotti che vi stanno crescendo, o di marrone, dove la terra è ancora nuda.

Questo è un grande mese per seminare.

La seminatrice è probabilmente l’attrezzo più usato di questo mese. Essa sparge i semi di barbabietola da zucchero, di foraggio, di rapa, di verza e di fagioli nei vari campi.

Alcuni prodotti, come i cavoletti, vengono prima seminati in piccole cassette o terrari, e poi trapiantati.

Le mucche possono uscire dalle stalle per un’ora o due al giorno, ma non devono restare fuori troppo a lungo perchè altrimenti mangerebbero troppa erba fresca e si ammalerebbero.

Agli agnelli viene tosata la coda per evitare che si sporchino e si infestino di mosche.

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Tutorial fiori in feltro

Tutorial fiori in feltro – Un tutorial fotografico per imparare a realizzare fiori di feltro con la tecnica dell’infeltrimento con acqua e sapone. Non si tratta di un fiore in particolare, ma di “un’idea di fiore” che si costruisce, come avviene davvero anche in natura, con la luce ed  il calore che insieme portano alla formazione prima del bocciolo, e poi del fiore.

Con questi fiori possiamo realizzare fermacapelli, spille per giacche, collane, braccialetti, segnalibri, ferma tende, cinture, coroncine da principessa per le bimbe ecc… o anche semplicemente fiori sullo stelo per il tavolo delle stagioni.

Tutorial fiori in feltro
Tutorial fiori in feltro

Anche a prescindere  dal valore che può avere l’oggetto finito, e ci sono veri artisti del feltro,  penso che la manualità creativa che porta a realizzare piccole cose non in serie sia anche per gli adulti  un’importante esperienza sensoriale e meditativa, e per questo il tutorial punta a creare una situazione da risolvere solo nel momento non prevedibile dell’apertura del bocciolo: dipenderà dai colori scelti, dalla grandezza e dalla forma  assunta dalla lana nel bocciolo, dallo spessore, dai bordi regolari o irregolari,  dal vostro modellare e tirare il feltro in un modo o nell’altro, quale fiore avrete creato.

Considerare solo il  tempo che richiede realizzare un fiorellino così, può farci capire quale ne sia il vero valore per chi si è cimentato.

Materiale occorrente:

– lana cardata colorata verde, gialla ed in altri colori a scelta

– sapone di marsiglia meglio se all’olio d’oliva (ma si può usare anche detersivo per piatti) e acqua bollente

– una stuoietta (tipo quelle da sushi, ma si può usare anche un pezzo di arella rotta o simili, o in alternativa anche un pezzo di plastica a bolle) e un asciugamano

– mattarello

– una matita

– eventualmente fil di ferro, elastico per capelli, spilla, ecc..

– ago e filo per assemblare fiori e foglie, e altri eventuali elementi

Come si fa:

Mettere sulla stuoia delle nuvolette di lana asciutta nei colori che preferite (io ho scelto verde, rosso, arancione e giallo). La nuvoletta può essere di qualsiasi dimensione, e tenete presente che con l’infeltrimento diventerà molto più piccola; la mia era all’inizio circa 20 cm, ed al termine circa 11cm:

Cominciate a massaggiare coi polpastrelli, con movimenti circolari, bagnando le mani con l’acqua calda ed insaponandole più volte:

Tutorial fiori in feltro

Ripete da entrambe le facce, rivoltando la nuvoletta più volte; questo lavoro può richiedere 3 minuti circa:

Ora arriva la fase della follatura, che può richiedere 15 – 20 minuti (tenendo presente che più si lavora, più il feltro sarà di buona qualità.

Alternativamente facciamo le seguenti operazioni, e durante ognuna di questa operazioni spostiamo la nuvoletta in ogni senso (vedrete infatti come la lana “si accorcia” sempre nel senso in cui la arrotoliamo, quindi se variamo i sensi, avremo un feltro omogeneo):

rulliamo la lana nella stuoia, premendo, prima con leggerezza per non spostare i colori, poi via via sempre più forte

Tutorial fiori in feltro

premiamo sulla stuoia ruotando il mattarello, sempre prima con leggerezza per non spostare i colori, poi via via sempre più forte

usiamo come mattarello una matita, avvolgiamo la nuvoletta e ruotiamo premendo con forza.

E’ anche importante, di quando in quando, tirare la nuvoletta lungo i bordi, per ottenere un feltro più compatto, prezioso e sottile:

Tutorial fiori in feltro

Questo è il mio fiore dopo tutti i maltrattamenti subiti:

Ora possiamo accartocciare la nuvoletta come a formare un germoglio, poi la ruotiamo tra le mani e premendo leggermente, rigirandola molto velocemente (attenzione a non esagerare, altrimenti vi sarà impossibile aprirlo…):

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Festa della mamma – tutorial – Libretto d’auguri illustrato con tisane, tè, sale grosso e collage…

Festa della mamma – tutorial- Libretto d’auguri illustrato con tisane, tè, sale grosso e collage… In realtà è quasi un libro tattile e non ha molto senso come ebook, ma lo condivido volentieri sperando possa essere di ispirazione per inventare lavoretti simili coi vostri bambini.

Si tratta della poesia “Alla mamma” di Luisa Nason, illustrata con tecniche varie:

Alla mamma

Mamma, per la tua festa

io ti offro

una cesta di baci

e un cestino di stelle.

Ti offro un cuscino di fiori

su cui posare la testa

quando sei stanca;

una fontana di perle lucenti

color della luna,

una ghirlanda di rose

e una montagna

di cose gentili

un cuore tanto piccino

e un amore grande così:

mamma per questo dì. ( L. Nason)

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Materiale occorrente:

– carta da acquarello spessa, di buona qualità, tagliata in otto foglietti (i miei misurano circa 17x17cm)

– un assortimento di tè o tisane

– sale grosso

– pennello

– vecchie riviste da ritagliare

– carta vetrata gialla e nera, cartoncino argento, carta stagnola (o in alternativa quello che avete in casa)

– foratrice per la carta

– pennarello indelebile nero

– colla da carta ed eventualmente colla a caldo

– taglierino e righello

– forbici

Preparazione:

tagliamo gli otto foglietti di carta da acquarello (se usate un coltello dentellato, i bordi risulteranno più “vissuti” e daranno un bell’effetto), poi disponiamo le tazzine da tè, versiamo poca acqua bollente in ognuna e immergiamo le bustine per ottenere tisane e tè di diverso colore, molto concentrate.

01

Col pennello usiamo le tisane come faremmo con gli acquarelli, colorando tutti i foglietti su entrambe le facce (prima tutte da una parte, poi si torna alla prima, che nel frattempo si sarà un po’ asciugata, per dipingere il retro):

02

Se vogliamo sperimentare un “effetto speciale” possiamo spargere su alcune pagine ancora bagnate del sale grosso:

03
04

Terminato il lavoro, tisane e pennello non servono più; quindi liberiamo il tavolo e mettiamo i foglietti ad asciugare.

05

Abbiamo tutto il tempo per sfogliare le riviste che abbiamo a disposizione e ritagliare innanzitutto un buon assortimento di lettere dell’alfabeto, che raccoglieremo in ordine sul tavolo; poi, divisi ognuno in un piattino diverso:

– bocche

– pezzetti di giallo

– fiori

– dolci e torte (o altre cose “gentili”)

– pezzetti di rosa

– pezzetti di rosso

Come si fa

Pagina 1 – fronte

Realizziamo la copertina del nostro libretto d’auguri, con la prima parte della poesia: “Mamma per la tua festa” :

Festa della mamma - ebook - Libretto d'auguri illustrato con tisane, tè, sale grosso e collage...

Pagina 1 – retro

testo: “io ti offro una cesta di baci”.

Pagina 2 – fronte

ritagliamo un cestino stilizzato nella carta vetrata gialla, decoriamo e incolliamo sulla pagina. Aggiungiamo le bocche

Pagina 2 – retro

testo: “e un cestino di stelle”.

Pagina 3 – fronte

Disegniamo tante stelline sul retro di un foglio di carta vetrata (o carta) nera e ritagliamole col taglierino.

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Incolliamo sulla pagina i pezzetti gialli, quindi appoggiamo la carta vetrata senza incollarla, in modo che resti sfogliabile  come una pagina in più:

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Festa della mamma - ebook - Libretto d'auguri illustrato con tisane, tè, sale grosso e collage...
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Poesie e filastrocche: Maggio

Poesie e filastrocche: Maggio. Una raccolta di poesie e filastrocche, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

Maggio

Andiamo a cogliere fiori, sui prato lungo i rivi

e di tanti colori, sceglieremo i più vivi

per far mazzi e ghirlande, freschissimo tesoro

ora che maggio spande, il suo sorriso d’oro.

Maggiolata

Maggio risveglia i nidi,

maggio risveglia i cuori;

porta le ortiche e i fiori,

i serpi e l’usignol.

Schiamazzano i fanciulli

in terra, in ciel gli augelli,

le donne han nei capelli

rose, negli occhi il sol.

Tra colli, prati e monti,

di fior tutto è una trama;

canta, germoglia ed ama

l’acqua, la terra, il ciel.

G. Carducci

Maggio

Sotto l’ombra di un bel faggio,

ci ci canta il cardellino;

con un canto tenerino

dice: “Benvenuto maggio”.

I. Nieri

Maggio

Bimbi, è tornato maggio,

i prati gli fan festa:

si mettono una vesta

di fiorellini azzurri

per salutarlo al suo passaggio.

A. Albieri

Canzoncina di maggio

“Dolce maggio, maggio d’oro”

canta il coro

degli snelli

passeretti e dei fringuelli

fra le fronde.

“Maggio, maggio benedetto!”

su dal cielo,

da ogni tetto,

gaio il coro

delle rondini risponde.

U. Ghiron

Maggio

Il più bello è certo il maggio

che ha per manto un biondo raggio

ed ha fiori intorno al crine:

gigli e rose porporine.

D. Vignali

Maggio

Una rosa rampicante

è arrivata in cima a un faggio

vuole andare in paradiso

perchè è maggio.

S. Plona

Rosa di maggio

C’era una rosa dentro un giardino;

un’ape venne di buon mattino:

prese il suo miele e se ne andò.

C’era una rosa dentro un giardino;

venne ronzando un maggiolino:

mangiò una foglia e se ne andò.

C’era una rosa dentro un giardino;

venne cantando un bel bambino:

colse la rosa e se ne andò.

Ma non lo punse con la sua spina,

la rosa bianca, la rosellina.

S. Plona

Invito

Si vede che maggio è tornato:

mammine, stendete il bucato.

Il cielo fratello ci parla,

la luce, fa bene a guardarla.

Mettete una rosa al balcone:

la casa sarà rallegrata,

la mensa sarà profumata,

le cose saranno più buone,

più belle… provate, mammine,

uscite coi bimbi sull’aie!

Luisa Nason

Maggio ridente

Maggio, con la tua veste

ricamata di fiori

t’ha inventato splendori

la mattina celeste.

Dal campo che s’indora

e il nuovo grano promette,

l’allodola sale alle vette,

campanellina dell’aurora…

Della tua fresca falciata

odora ogni sentiero:

anche il viottolo più nero

ti fa vedere una nidiata.

L. Carpanini

Maggio benedetto

Per le tue rose

candide e porporine

e per le roselline

che s’apron rugiadose

nella siepe che va lungo la via,

sii benedetto , o mese d’allegria!

Per l’operoso stuolo

delle api, che gli umori

raccolgono dai fiori,

e pel dolce usignolo

ch’empie i boschi di grata melodia,

sìì benedetto, o mese d’allegria!

Per tutta la dolcezza

che c’infondi nel cuore,

maggio, che in ogni fiore

dischiudi una carezza

ed un miracolo sei di cortesia,

sìì benedetto, o mese d’allegria!

A. Enriquez

Un quadretto

Un bimbo, un usignolo, due farfalle,

ed un ruscello che gorgoglia lieve:

sul ponte un uomo con la falce a spalla,

sotto, in basso, una rondine che beve.

Nella grande distesa, un bioccolo di neve;

e passa e muore per la quieta valle

un suono di campana, arguto e breve.

D. Borra

Tempo di falciare

Il trifoglio ha già messo il fiocco rosso:

è tempo di falciare.

Sui prati caldi è un gran ronzare d’api,

e giù negli aspri fossi

vanno le bisce in cerca di frescura.

Il cielo, dopo l’alba

limpida e fresca come una sorgente,

s’ammanta in bianco velo;

e si scopre soltanto quando è sera

per lasciar che le stelle

– occhi lucenti – veglino sul mondo.

Fanciulli Pucci

Bella stagione

I merli, i capineri, gli usignoli

empion l’aria di gridi, canti e voli.

Che piacere sentirli, ed a vederli,

i capineri, gli usignoli, i merli!

Maggiolini, libellule, api d’oro

ondeggiano, più lievi, in mezzo a loro.

Uccelli grandi, insetti piccolini:

libellule, api d’oro, maggiolini.

Ma una bambina canta in mezzo ai pini,

e l’ascoltano le api e i maggiolini.

Si ferman tra le foglie sciami e stuoli

e tacciono i merli e gli usignoli.

M. Dandolo

Il roseto

Fresche rose

odorose

incoronano re magggio

di splendori porporini.

sotto i cieli mattutini.

Ma più lieto

è il roseto

che la luna a notte imbianca;

goccia a goccia la rugiada

dentro i fiori si fa strada…

Vi s’incanta,

dalla pianta

sua segreta, l’usignolo,

e v’intona una strofetta:

la più bella che sia detta.

L. Carpanini

E’ nata una rosa

Voi ricordate, quando l’ho presa,

bimbe, la povera piantina:

era uno stecco, con solo appena

qualche foglia tra spina e spina.

L’ho collocata sul davanzale

della finestra che ha sempre il sole,

sono stata attenta a non farle male,

e l’ho guardata, sì, con amore.

Un sorso d’acqua tutte le sere,

e tutti i giorni la luce del cielo

e voi potete adesso vedere

quel ch’essa ha fatto di ogni suo stelo.

Grande si è fatta, robusta e bella,

si è rivestita di fresco fogliame,

e infine ha acceso la sua fiammella

di gioia, in cima al più alto stame.

D. Valeri

Maggio

Quando vien di maggio il mese,

il bel mese delle rose,

scampanellano festose

le campane delle chiese.

E la gente, verso sera,

entra in chiesa, umile e pia,

per i canti e la preghiera

del bel mese di Maria

L. Ambrosini

Maggio

Il grano granisce nei campi;

le nubi sono armate di lampi;

la roggia è piena

di acqua spensierata e serena.

Metton fiori i balconi,

il bucato fa bandiera;

dolce fanciulla, la sera

s’ingioiella di costellazioni.

Il giorno è un lungo mattino,

un vitello è nella stalla;

sulle aie si balla

dietro il suono d’un pellegrino.

E il cimitero, poverino,

è verde come un giardino.

Renzo Pezzani

Maggio

Maggio, sempre cortese,

è il mese delle rose:

porta dolci sorprese

e promesse festose.

Passa ovunque gradita

un’aria profumata:

ride, paga di vita,

ogni cosa creata.

M. R. Messina

Canto mattinale

Al chiaro sol di maggio

il passero trillò spiccando il volo;

l’allodola un “a solo”

dolcissima intonò; e il fresco canto

nel cielo risuonò, pieno d’incanto:

“Sei bella, vita, che ci rechi il sole,

primavera che porti le viole,

amor da cui germoglian mille nuove

piccole vite,

amor che le famiglie tieni unite!

Benedetto sia il sole e la natura

e l’aria fresca e pura;

l’olmo paterno che sostiene il nido,

il gorgheggio ed il trillo

e la canzon monotona del grillo,

i chicchi, i vermiciattoli e le larve

che ci sostentano!”. Disse, e poi scomparve.

Hedda

Maggio

Fuori da tutti i roveti,

fuori da tutti i cespugli,

sulle acque vive e sugli

alberi dei frutteti,

sulle terrazze allegre

di rose e di fanciulle,

sui bianchi pioppi e sulle

cime dell’elci nere,

maggio agli occhi ragiona

lieto, e bisbiglia ai cuori,

maggio, la grande intona

sinfonia dei colori.

Enzo Panzacchi

Maggio

Maggio: fragranza di mille rose

sereni incanti d’albe e tramonti,

voli e gorgheggi negli orizzonti,

danze amorose

d’api sui fiori. Il ciel sorride

a questa vita fulgente e nuova,

la rondinella gaia ritrova

il nido e stride

piena di vita. Oh, dolce amore!

Tutto è bellezza, fascino, pace;

scende la calma, santa e verace

in ogni cuore.

Maggio è tornato pien di promesse

ed ha per tutti luce e sorrisi:

nei campi s’alza, fra i fiordalisi,

copiosa messe.

M. Boletti Bonardi

Maggio

Sul mare, ad oriente,

son molte vele bianche

immote e come stanche

cui bacia il sol morente.

Un volo di colombi

trepidi nell’azzurro

s’alza con un sussurro

breve, poi par che piombi.

E sale dai gradini

a ondate vaporose

l’olezzo delle rose,

l’odor dei gelsomini.

Odi? Là dal villaggio

parton voci di festa.

Oh, ridi, anima mesta.

E’ maggio! E’ maggio! E’ maggio!

Butti

Notte di maggio

Notte di maggio. Lenta

la luna in mezzo al cielo

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Dettati ortografici MAGGIO

Dettati ortografici MAGGIO – Una collezione di dettati ortografici sul mese di maggio, di autori vari, per la scuola primaria.

Maggio, bel maggio, maggio amor dei fiori! Ogni pianta, a maggio, ha il suo fiore, ed ogni fiore farà il seme e il seme darà la vita a una nuova pianta.

Maggio è forse, il più bel mese dell’anno. Tutte le piante sono in fiore, qualche albero già prepara il suo frutto. Il grano ha messo il suo fiorellino. Il cielo è quasi sempre azzurro, la temperatura è mite, il sole splende e manda i suoi raggi a riscaldare la terra.

Quante rose a maggio! Rose semplici con cinque petali,  rosi grandi, doppie, rose rosse, rosa, bianche, gialle. Rose nei cespugli, arrampicate sui cancelli, rose nei giardini e sulle siepi.

Sopra il muretto del giardino fa capolino una rosa. E’ una rosa rossa, profumata, che si dondola nell’arietta tiepida. Bella rosa,  tu sei la regina di maggio!

Il grano ha fatto la spiga. E’ ancora una spiga verse, senza granelli, ma presto diverrà piena, pesante e sotto il sole caldo sarà tutta d’oro. E’ il pane di domani.

Fra il grano verde c’è tutto uno sfarfallio di rosso: sono i rosolacci che crescono fra le spighe. E fra i rosolacci c’è anche qualche macchia azzurra: sono i fordalisi che hanno il colore del cielo di maggio.

Fra i rami del ciliegio già rosseggiano i rossi frutti che sembrano tanti cuoricini appesi ai rami. Le ciliege sono buone, piacciono ai bambini, ma piacciono anche ai passeri che vanno a beccarle, golosamente.

Le rose sono sbocciate. Fioriscono sulla siepe, sui cespugli, sui muri. La rosa è la regina di maggio. Tutta l’aria è piena del profumo delle rose.

Ancora una! Ancora un’altra! Invincibile tentazione… La ciliegia ride scaltra: mangia, mangiami, ghiottone!

Le rose fioriscono sulle siepi, nei giardini, nei vasi che si tengono sui davanzali. Sono rose rosse dai petali di velluto, rose di color rosa come le guance dei bambini, rose bianche come la cera, che stanno bene sulla tavola apparecchiata.

Maggio è il mese delle rose e ogni pianta di rosa mette il suo bocciolino e fa sbocciare il suo fiore profumato.

Maggio è il mese più bello dell’anno. La campagna è piena di fiori, le spighe diventano dorate, il  cielo è azzurro e solo qualche nuvolone bianco, talvolta, vi naviga lento.

Sulla siepe sbocciano le rose; gli uccellini cantano armoniosamente e afferrano al volo fiocchi di bambagia e di lanuggine per fare il nido più morbido e caldo.

 Com’è bello il mese di maggio! Quanti fiori, quante rose! Si sente una gran gioia nel cuore, un gran bisogno di correre e di saltare all’aperto, di respirare l’aria pura a pieni polmoni. (G. Ugolini)

Maggio è il mese più bello dell’anno: la campagna è piena di fiori, le spighe sembrano  un mare verde, il cielo è azzurro e il sole caldo, ma non ardente. Sulla siepe sbocciano le rose; gli uccellini cantano armoniosamente e afferrano, a volo, fiocchi di bambagia per fare il nido più morbido e più caldo. (G. Vaj Pedotti)

Dai folti e verdi cespugli, le rose mandano il loro intenso profumo nell’aria scossa dai dolci rintocchi delle campane. Trionfo di giovinezza e di colori, di fiori e di sole. I ciliegi piegano i loro rami gremiti di frutti vermigli; i bambini, chini sui libri per l’ultima fatica,  guardano invidiosi i garruli voli delle rondini e le danze delle farfalle in pieno sole. Di maggio la gioia canta anche tra le ombre notturne: sotto il cielo inghirlandato di stelle, l’aria è densa di molti profumi e di armoniosi pigolii. L’albero del melo, ultimo a fiorire nell’orto, si ingemma, tra le corolle bianche venate di rosso, di vivide lucciole. (L. Rini Lombardini)

Maggio è il mese in cui più attivo e quasi febbrile si fa il lavoro: nel campo continuano le sarchiature e si iniziano le rincalzature e i trapianti, mentre nei prati comincia la falciatura delle erbe foraggere; si vedono vigne ordinate, orti sistemati con arte e pazienza. Il grano è ormai alto e in qualche luogo si comincia già a vedere la spiga e si odono i canti dei contadini al lavoro: è la primavera che fa cantare gli uomini mettendo loro la gioia nel cuore.

A maggio l’orticello è una bellezza. L’insalatina ha disteso il suo tappeto di un verde tenero. Le cipolline, a due a due, fanno compagni alle piante che ingrossano sottoterra. I piselli dall’alto della pianta mostrano i baccelli già maturi che si nascondono tra le foglie. Il prezzemolo, la salvia, il basilico confondono i loro odori: e su per il muricciolo le piante dei fagioli a fiori bianchi e rossi. Intanto in un angolo, tra le foglie, le fragole sono già mezzo rosseggianti. Una capinera sulla cima di un gran pesco canta ai piccini la canzone di maggio. (Bollini)

A maggio i giardini sono tutti in fiore, sono tutti una festa di forme, di colori, di profumi. Le rose sono le grandi regine: rose rosse, bianche, gialle; rose dai petali vellutati, rose ancora in bocciolo, rose tutte fiorite, che piano si sfogliano, esalano nell’aria il loro profumo e, un poco superbe, si difendono con le spine. I giacinti bianchi, azzurri, rosei, color lilla levano gli steli robusti e portano fiori fitti fitti. Gli anemoni hanno tinte così vivaci che tutta l’aiuola sembra un invito alla gaiezza. Sul muro, dove cresce rampicante, già odora il delicato gelsomino e i gigli sono già alti, già mostrano al sommo i boccioli duri, ancora un poco verdastri, da cui presto sbocceranno i fiori dal purissimo candido colore.

Non c’è rosa che a maggio non sbocci: rose grandissime nei giardini, fortemente profumate, semplici rose di siepe che subito si sfogliano. Ce ne sono di tanti colori, dal rosso così cupo che sembra quasi nero, al bianco così candido che sembra neve. E tra questi due colori, tutte le tinte, dal rosa camicino al giallo zafferano, dal rosso violento, al bianco cereo. Rose nei giardini, nelle siepi, nei cespugli, rose ad alberello, a spalliera, rose rampicanti che arrivano sul tetto. E profumi d’ogni intensità. (M. Menicucci)

E’ bello sostare sul prato di maggio. Il profumo dell’erba novella e dei fiori freschi ti riempiono di fragranza: la vista delle pecore mansuete che brucano e il pastore che zufola o intaglia ti allieta e ti fa amare la vita. Bisogna sostare sul prato di maggio per temprarsi le membra e per rinfrancarsi l’anima. Questo è il mese più adatto. Beato chi se lo può godere sui prati fioriti e festosi. (G. Fanciulli)

Era il mese di maggio. Ed era così sull’imbrunire. Il vecchio pastore, sdraiato sull’erba, guardava le sue capre, tutte raccolte entro il cerchio di pietroni che, là, a mezza valle, servivano per l’addiaccio dei greggi migranti. Alcune dormivano già; altre, accosciate, volgevano il capo, tendevano il muso pigramente di qua e di là, a fiutare gli odori della sera; poche erano ancora in piedi, ma tranquille, mansuete, e come attonite nell’incantata immobilità dell’aria azzurra, venata d’oro. Il cane spinone, fatto il suo ultimo giro, veniva ora ad accucciarsi ai piedi del padrone, fissandolo coi suoi caldi occhi d’ambra e d’amore.

E’ spiovuto. La natura è tutta fresca, raggiante. La terra sembra assaporare con voluttà l’acqua che le dà la vita. Si direbbe che la pioggia ha rinfrescato anche la gola degli uccelli. Il loro canto è più puro, più vivo: tutto uno squillo. Vibra a meraviglia nell’aria, divenuta anch’essa tutta sonora. Gli usignoli, i fringuelli, i merli, i tordi, i rigogoli, i reattini cantano a gara, come pazzi di gioia. Lo strillo di un’oca, stridulo come trombetta, accresce, per contrasto, l’incanto. Innumerevoli meli fioriti appaiono, di lontano, sfere di neve. I ciliegi, candidi anch’essi, scattano su in piramidi o si spiegano in ventagli di fiori. A volte, gli uccelli sembrano come intesi a produrre quegli effetti d’orchestra, in cui tutti gli strumenti si confondono in una massa di armonia. (T. Gautier)

Al crepuscolo appaiono i pipistrelli, razziatori di insetti notturni dal volo rapido, fulmineo. Il grillo tenta i suoi primi accordi che dureranno intensi e continui tutta la notte. I ranocchi iniziano i loro notturni richiami mentre la lucciola, accesa la sua lampada,  perlustra le rive in cerca di lumache. L’aria si fa fresca: la rugiada scende a ristorare animali e vegetali; le stelle guardano dagli alti silenzi del cielo. E’ la notte. (P. Segnali)

In maggio si fa il primo taglio dell’erba per ottenere il fieno maggengo. L’erba dei prati è alta e basta un soffio di vento perchè si pieghi, scompigliandosi. Farfalle e api volano di fiore in fiore in cerca di nettare. Poi un mattino il contadino falcia il prato. In pianura, dove i prati sono vasti, si adopera la falciatrice, una macchina; in collina e sulle montagne, nelle zone non troppo alte, coltivate, dove i prati sono irregolari, talvolta su pendii ripidi, il contadino adopera la falce. Ogni tanto l’affila… L’erba viene recisa, stride, cade e vien lasciata seccare. Cadono anche i fiori, grandi e piccini e, seccando, perdono i loro bei colori, si fanno spenti, quasi grigi. L’erba diventa fieno e quando il fieno è ben asciutto, viene ammucchiato con i rastrelli e raccolto sui carri.

A maggio la spiga è già formata; la piantina si alza esile e diritta con le foglie strette, verdi. E’ così dritta perchè i chicchi non sono ancora maturi. Osserviamoli: sono molli, bianchicci, lattiginosi. Ci penserà la terra con i suoi umori che le radici della piantina succhiano continuamente a renderli grossi, gonfi, turgidi, e il sole, che si fa sempre più caldo, a renderli dorati. Allora, nel mese di giugno, la spiga non potrà più tenersi diritta, si curverà, contenta, per il peso dei chicchi.

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Lavoretto per la festa della mamma – fiore di feltro

Lavoretto per la festa della mamma – fiore di feltro. Avevo già descritto la tecnica di produzione dei fiori di feltro per gli adulti, ma si tratta di  un procedimento troppo impegnativo proposto ai bambini.

Qui vediamo come è semplice, con pochi accorgimenti aggiuntivi, far fare questa bella esperienza anche ai bambini più piccoli.

Lavoretto per la festa della mamma - fiore di feltro

E’ un’attività che consiglio davvero, per esperienza: è molto ricca dal punto di vista sensoriale, avvicina al mondo della natura, porta calma e concentrazione (anche per il massaggio dei polpastrelli che la lana ci ricambia mentre la massaggiamo, ma non solo) e, siccome la bellezza della lana (anche senza essere lavorata) è garanzia di successo, porta tutti i bambini a sentirsi “bravissimi” e in questo caso davvero orgogliosi di poter fare alla mamma un così bel regalo…

Il fiore che propongo oggi non è un fiore in particolare, ma “un’idea di fiore” che si costruisce, come avviene davvero anche in natura, con la luce ed il calore che insieme portano alla formazione prima del bocciolo, e poi del fiore.

Materiale occorrente:

– lana cardata colorata verde, gialla ed in altri colori a scelta

– sapone di marsiglia meglio se all’olio d’oliva (ma si può usare anche detersivo per piatti) e acqua calda

– una stuoietta (tipo quelle da sushi, ma si può usare anche un pezzo di arella rotta o simili, o in alternativa anche un pezzo di plastica a bolle) e un asciugamano

– mattarello

– una matita

– fil di ferro per lo stelo del fiore

– un secondo asciugamano a disposizione di ogni bambino, se la sensazione del sapone sulle mani è fastidiosa.

Tenere la stuoietta sopra l’asciugamano è un buon trucco per evitare di bagnare troppo la lana, perchè ai bambini piace esagerare con l’acqua e con la schiuma, e con la stuoietta l’eccesso viene filtrato lasciando asciutta la superficie di lavoro.

E’ importante stare a fianco del bambino per passargli il materiale quando ha le mani insaponate, e per intervenire se ne ha bisogno.

Il materiale deve essere disposto ordinatamente: la lana distante dall’acqua, la stuoietta davanti al bambino, il sapone e l’acqua a destra (se il bimbo non è mancino), quello che non serve lontano e quello che serve vicino…

Suggerimenti per il laboratorio

Mettiamoci a fianco del bambino, e facciamo anche noi un fiore con lui, così non saranno necessarie troppe spiegazioni verbali.

Per prima cosa prendiamo un ciuffo di lana verde, apriamolo tra le mani e facendone fiocchetti leggeri posiamolo sulla nostra stuioia. Diamo al bambino la sua lana verde, e lui farà la stessa cosa.

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Versiamo dell’acqua calda nella ciotola del sapone, controlliamo che non scotti, e mostriamo sul nostro fiore come dobbiamo fare:

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Immergiamo i polpastrelli nell’acqua, strofiniamoli sulla saponetta, e massaggiamo la lana con movimenti circolari leggeri… il bambino farà la stessa cosa.

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Se qualcosa non va evitiamo il più possibile di toccare il suo fiore, e cerchiamo invece di correggere gli eventuali errori mostrandoli sul nostro. Se invece è stanco, chiediamo sempre il permesso di toccare il suo fiore, prima di aiutarlo…

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Dopo che la nuvoletta di lana risulta bagnata e massaggiata da entrambi i lati, cominciamo a passare al bambini i vari strumenti che servono alla follatura, mostrando prima velocemente sul nostro fiore come usarli:

– col mattarello si ruota e si preme sulla lana;

– si arrotola la stuoietta intorno alla lana e prima si ruota sull’asciugamano, poi tra le mani:

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Esperimenti scientifici per bambini – Labirinti per germogli: il fototropismo

Esperimenti scientifici per bambini – Labirinti per germogli: il fototropismo

Anche se l’accrescimento può essere soggetto a diversi fattori ambientali, l’orientamento della pianta è guidato da tre fattori principali che sono il fototropismo, il gravitropismo e il tigmotropismo:

esperimento-fototropismo

il fototropismo, o crescita verso la luce, assicura che le foglie ricevano una quantità ottimale di luce per la fotosintesi;

il gravitropismo, o crescita in risposta alla gravità, permette alle radici di crescere nel suolo verso il basso e ai fusti di crescere verso l’alto, lontano dal suolo;

il tigmotropismo, o crescita a seguito di contatto, permette alle radici di crescere attorno agli ostacoli ed permette alle piante rampicanti di avvolgersi attorno alle strutture di supporto.

Il fototropismo è mediato dall’auxina (un ormone vegetale della crescita). L’auxina si forma nell’apice e poi scende distribuendosi uniformemente in tutte le cellule della pianta, ma se l’illuminazione non proviene dall’alto, l’auxina anziché distribuirsi uniformemente si sposta verso il lato non illuminato. L’accumulo di questo ormone determinerà crescita maggiore nel lato in ombra, con conseguente piegamento verso la luce.

Il fototropismo è stato descritto per la prima volta da Darwin, ed è stato osservato anche nel plancton acquatico.

Esperimenti scientifici per bambini – Labirinti per germogli: il fototropismo

 Materiale necessario per costruire il labirinto:

– una scatola di cartone con coperchio, possibilmente di colore scuro

– ritagli di cartone, possibilmente di colore scuro

Piantine:

l’esperimento riesce particolarmente bene utilizzando patate, patate dolci o cipolle germogliate che possono essere messe in un vaso di terriccio ben bagnato, oppure sospese in un vaso d’acqua con degli stecchini di legno:

photo credit http://amicidellortodue.blogspot.it/

oppure piantando un seme di fagiolo in un vasetto con un po’ di terriccio ben bagnato:

photo credit: http://lalica.wordpress.com/

Se usiamo il vaso con terriccio, sia per la semina, sia per patate e cipolle germogliate, occorrerà  di tanto in tanto innaffiare, e anche se usiamo il vaso d’acqua dovremo controllare se serve aggiungerne.

Con le patate e le cipolle si può anche provare a metterle nella scatola così, senza acqua né terriccio: contengono in effetti acqua e nutrienti che per un po’ possono assicurare la crescita del germoglio anche in assenza di terra ed acqua. Se scegliete questa soluzione, il processo di sviluppo della pianta potrebbe essere un po’ più lento, ma vi sarà possibile sigillare meglio il coperchio alla scatola.

Esperimenti scientifici per bambini – Labirinti per germogli: il fototropismo

Obiettivi dell’esperimento:

dimostrare l’effetto della luce sulla crescita delle piante.

Esperimenti scientifici per bambini – Labirinti per germogli: il fototropismo

Tempi:

occorreranno circa due settimane dall’esperimento, per poter osservare i risultati. Di più se rinunciate a terriccio ed acqua.

Per preparare i bambini possiamo, nei giorni precedenti, invitarli ad osservare le piante sul davanzale della finestra. Cosa possiamo dire della loro crescita?  Che le piante non crescono verso la stanza, ma verso l’esterno della casa. Perchè? Perchè le piante si rivolgono alla luce del sole. Possiamo anche uscire all’aperto ed osservare e confrontare la crescita delle piante che incontriamo.

Esperimenti scientifici per bambini – Labirinti per germogli: il fototropismo

Preparazione della scatola

La scatola può essere preparata in diversi modi, l’importante è che presenti un solo foro in alto per l’ingresso della luce e che i cartoni divisori siano alternati in modo tale da non impedire alla luce di seguire un certo percorso verso la pianta, ed alla pianta di crescere verso il foro, una volta che la scatola sarà chiusa.

I cartoni divisori devono avere esattamente la stessa altezza di quella della scatola, in modo tale da toccare il coperchio, quando la scatola verrà chiusa. Potete farne quanti ne volete. Possono essere di lunghezza diversa, oppure posso essere tutti lunghi come la lunghezza della scatola, e si possono praticare fori (finistrelle di circa 3×3 cm) a distanze diverse per il passaggio della luce.

Alcuni esempi:

http://www.asc-csa.gc.ca/

photo credit: http://www.epa.gov/

photo credit: http://www.imsa.edu

photo credit: http://kitchenpantryscientist.com/
 
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Dettati ortografici GLI UCCELLI

Dettati ortografici GLI UCCELLI – Una collezione di dettati ortografici sugli uccelli, di autori vari, per la scuola primaria.

Uccelli

Piove, adagio adagio, poco poco. C’è bisogno di fango per fare i nidi. Ci sarà? Tutti gli uccellini a due a due sotto l’ombrello delle frasche ascoltano la pioggia che dice loro: “Sì. Sì”. Il giorno dopo, come sfolgora il sole, gli sposini lavorano tutti a farsi una casettina; la tottavilla, il migliarino, l’ortolano, i beccafichi, le peppole; fra l’erba spagna, sui rami, dentro le siepi, sotto le tegole; chi taglia, chi mura, chi impasta, chi cuce, chi scava, chi intreccia. Bisogna far presto perchè domani è domenica. (F. Tombari)

Uccelli

L’aria è piena di frulli d’ali, di canti, di strida, di misteriosi bisbigli. Sono tornati gli uccelli e nelle loro fragili e belle casette, nuove vite pigolano in attesa del cibo. E’ tornata la cincia che libera l’oliveto dalle uova delle mosche olearie; è tornata la capinera gentile il cui canto ricorda quello dell’usignolo; l’allodola mattiniera, il pettirosso vivace, la rondine che stride e saetta nel cielo, senza posa. Siano benedette queste piccole creature che lavorano senza posa alla distruzione dei nemici dei campi e dei raccolti.

Uccelli

Verso la fine di marzo la prima rondine giunse sotto il tetto. Si aggrappò al nido, sbattè più volte le ali, poi riprese a volare nel cielo disegnando nell’aria ampi cerchi. Passò sul melo dell’orto, e subito dai piccoli rametti brulli sbucarono alcune gemme. In un baleno, dai cartoccetti che bucavano l’aria come dentini, si svolsero i bianchi fiori i il melo sembrò a tutti una bella nuvola caduta dal cielo nell’orto. La rondine passò a volo sul pesco, e anche il pesco si ingemmò. Giunse perfino sul mandorlo, là verso la collina, e col suo grido acuto la rondine lo risvegliò. Poi sfiorò i prati e l’erba incominciò a tremare nell’aria col suo filo di un verde tenero; sfiorò le prode, e l’acqua dei ruscelli incominciò a scorrere tra i sassi; e le viole, sotto le larghe foglie, si destarono come per incanto, spandendo nell’aria il loro delicato profumo. Volava, volava, la rondine, e cinguettava felice. (C. Bucci)

Uccelli

Quando il cielo diventa sereno e azzurro e, scivolando su un raggio tiepido di sole, arriva primavera, ritornano nel nostro cielo le rondini.  In largo stormo gli eleganti uccelli volano sul mare; poi, in piccoli gruppi, prendono la via di casa, la via del vecchio nido. Qualcuna, ansiosa, sopravanza il gruppo, arriva prima. Eccola là, sul filo, petto bianco, dorso nero. Si guarda attorno, osserva tutto. Poi, arrivano tutte, e i cornicioni, i fili dell’elettricità, i tetti sono pieni dei piccoli uccelli bianchi e neri. (G. Valle)

Sulla facciata rustica, per tutte le cornici, lungo il gocciolatoio, sopra gli architravi, sotto i davanzali delle finestre, sotto le lastre dei balconi, dovunque, le rondini avevano nidificato. I nidi di creta, innumerevoli, vecchi e nuovi, agglomerati come le cellette di un alveare, lasciavano pochi intervalli liberi tra loro. Benchè chiusa e disabitata, la casa viveva. Viveva di una vita irrequieta, allegra e tenera. Le rondini fedeli l’avvolgevano dei loro voli, delle loro grida, dei loro luccichii senza posa. (G. D’Annunzio)

Quando la rondine vuol rassettare il suo vecchio nido, non cerca nè trucioli nè pagliuzze, come fanno gli altri uccelli, ma adopera fango e con bravura lo accomoda col becco. Vola là dove scorre il ruscello. Vi si piana sopra con le ali in alto, battendole rapidamente. Tiene a fior d’acqua il petto per bagnarsene le piume, poi spruzza l’acquerugiola sulla polvere e ne fa una tenace poltiglia. E di questa poltiglia col suo becco, o si fabbrica o si accomoda il nido. (Taverna)

Uccelli

E’ primavera, è il tempo degli uccellini. Allegri, felici, già ghiotti di ciliegie, litigiosi, stanno in cinquanta su un ramo come tanti piccoli gnomi, fuggono col vento, spensierati, da un albero a un tetto, dal pagliaio al campanile, rubano a man bassa; un chiasso, un cinguettio, una baraonda. Le passerette, pettegole, con un vestitino corto che le copre sì e no, non vanno mai d’accordo, si intrufolano da per tutto, fanno a chi arriva prima sul fiume a vedere il martin pescatore. (F. Tombari)

Uccelli

Il sole nasce, gli uccelli si sparpagliano. Cercano il loro pascolo, chi le bacche, chi i vermiciattoli, chi i semi, a frotte. Si cibano, si azzuffano, amano, saltellano qua e là: infine spiccano il volo e dall’aria agili coronano con un batter d’ala e un gorgheggio la loro piccola fatica. (G. Pascoli)

Uccelli

Dorati uccelli, dall’acuta voce, liberi per il bosco solitario in cima ai rami di pino confusamente si lamentano; e chi comincia, chi indugia, chi lancia il suo richiamo verso i monti: e l’eco che non tace, amica dei deserti, lo ripete dal fondo delle valli. (Lirici Greci)

Uccelli

Gli uccelli, oltre a rallegrare col loro canto, sono preziosi per l’agricoltura perchè distruggono gli insetti. Se possiamo raccogliere i saporiti ortaggi, se possiamo assaporare la squisita frutta, se riempiamo di grano i nostri granai, lo dobbiamo, in gran parte, a questi preziosi amici dell’agricoltore.

La rondine è tornata. Ha fatto sentire il suo grido e si è messa a volare in tondo sul tetto. Ha veduto il suo nido e vi è volata dentro come una piccola freccia nera. Poi è tornata a volare, ma il suo grido era più lieto e festoso. Avevo ritrovato la sua casetta. E presto, in quella casetta, ci sarebbero stati i rondinini.

Uccelli

A introdurre i suoni più belli nel mondo primaverile, accanto al ronzio e alle musiche varie degli insetti, sono gli uccelli con il loro concerto canoro. Basta ricordare che la primavera è la stagione in cui gli uccelli fanno il nido! Essi sono le creature della gioia: la scienza non ha trovato una spiegazione del loro canto che sembra superfluo; ma chi saprebbe immaginare gli uccelli senza più le loro melodie? F. Molinelli

La rondinella ci porta il primo saluto della primavera e ci ricorda la passata malinconia dell’autunno. Essa, fidando in noi, appende il nido ai tetti e ai portici delle nostre case, ritornando ogni anno nello stesso giorno e quasi nella stessa ora. P. Mantegazza

In marzo tornano le rondini. Vengono dai paesi caldi dove hanno passato l’inverno. Se ne andarono verso la fine di settembre, non tanto perchè avessero paura del freddo, ma specialmente perchè essendo uccelli insettivori, durante il freddo non avrebbero trovato di che nutrirsi. Tornano adesso perchè gli insetti cominciano a rinascere. Questi erano morti ai primi freddi, ma avevano lasciato le loro uova o le loro crisalidi ben nascoste e riparate sotto la corteccia degli alberi. E. Fabre

Uccelli

L’uomo non potrebbe difendersi da solo dalle distruzioni causate dagli insetti. Ma gli uccelli lo aiutano validamente, divorando le larve nascoste sotto i tronchi o striscianti sopra le foglie, cibandosi degli insetti che volano nell’aria, nutrendosi di bruchi, di farfalline, di tignole. Gli uccelli non sono soltanto piacevoli a vedersi e ad ascoltarsi, ma sono anche i preziosi amici dell’agricoltore.

Uccelli

Gli uccellini non sono soltanto graziose creature che ci rallegrano col loro canto. Essi sono anche i preziosi amici dell’agricoltore perchè divorano gli insetti e le larve, salvando così la vegetazione. Rispetta, dunque, gli uccellini. Non chiuderli in gabbia, non catturarli, non distruggere i loro nidi. Anche gli uccelli sono creature che soffrono e godono e, oltretutto, salvaguardano le campagne e la vegetazione.

Uccelli

Gli uccelli insettivori si dividono il campo di caccia: chi va nei prati, chi nei boschi e nei verzieri; fanno una guerra continua ai bruchi che distruggerebbero i nostri raccolti. Più abili di noi, di vista più acuta, più pazienti e senza altra occupazione che quella, gli uccelli fanno un lavoro che a noi sarebbe assolutamente impossibile. (E. Fabre)

Uccelli

In ogni nido c’è una piccola famiglia. C’è il babbo, c’è la mamma, ci sono i figlioletti, tutti uniti da un tenerissimo amore. Se tu distruggi un nido, metti il dolore dov’era la gioia, la disperazione dove non c’era che allegria e amore. Rispetta i nidi come vorresti che fosse rispettata la tua casetta.

Il passero è dappertutto e sempre. Vola e saltella, bruno e chiacchierone, tra le foglie verdi degli alberi, nella buona stagione; sui rami brulli e secchi nell’inverno: cinguetta sui fili del telegrafo, sulle gronde, sui davanzali; becca grani, briciole di pane, insetti… E’ graziosissimo, quantunque non sia bello come la rondine e non canti come l’usignolo. (Bianchi e Giaroli)

Uccelli

Piove adagio adagio, poco poco. C’è bisogno di fango per fare i nidi. Ci sarà? Tutti gli uccelletti, a due a due sotto le ombre delle frasche, ascoltano la pioggia che dice loro sì, sì… Il giorno dopo, come sfolgora il sole, lavorano tutti a farsi una casettina. Chi taglia, chi mura, chi impasta, chi cuoce, chi scova, chi intreccia. (F. Tombari)

Uccelli

Ogni uccellino cerca un posto sicuro per fabbricare il suo nido. IL fringuello lo intreccia sui rami dei ciliegi e delle querce. L’allodola lo nasconde tra le zolle dei campi. Il corvo lo sospende ai rami del pioppo. La rondine lo nasconde sotto le grondaie o sotto le travi di casa. Quando gli uccellini fanno il nido, mille piccole cose vengono utilizzate: pagliuzze, crini, foglie secche, muschi, piccoli fili di lana. (V. Gaiba)

Sono tornate le rondini. Hanno attraversato mari e monti pur di tornare al loro nido. E ora che lo hanno ritrovato, cinguettano felici, lo riparano, lo imbottiscono, perchè fra poco nasceranno i rondinini.

Ecco mamma rondine che ritorna con un insetto e tutti i piccini spalancano il becco e gridano perchè lo vorrebbero per sè. Che piccini affamati! Non sono mai sazi. E mamma rondine vola, vola, torna e ritorna al nido per saziare quei rondinini che aspettano, con il beccuccio aperto. Poi si rimettono giù buoni, buoni, con gli occhietti chiusi, ad aspettare che la mammina torni ancora.

In marzo tornano le rondini. Arrivano dai paesi caldi dove hanno passato l’inverno. Se ne andarono verso la fine di settembre, non tanto perchè avessero paura del freddo, ma perchè, essendo uccelli insettivori, durante l’inverno non avrebbero avuto di che nutrirsi. (E. Fabre)

In un giorno di primavera, si è sentito un lieto garrito nell’aria. Erano le rondini che tornavano. Hanno ritrovato il vecchio nido. Con un grido di gioia sono volate dentro a ripararlo, a farlo tutto morbido e caldo. Rispetta le rondinelle. Sono la benedizione delle case che le ospitano.

San Benedetto, la rondine sotto il tetto. Ha attraversato mari e monti per tornare al suo nido e, ora che lo ha ritrovato, garrisce di gioia. Come il viaggiatore che ritorna alla sua casa, così la rondine fa festa quando ritrova il suo nido e di dà da fare per ripararlo, per accomodare i danni causati dalle intemperie, per renderlo morbido e tiepido. Mamma rondine pensa ai rondinini che fra poco cinguetteranno nel nido appeso sotto la gronda.

San Benedetto, la rondine sotto il tetto. Forse è una rondine sola; è arrivata prima delle altre per vedere se il tempo si è veramente rimesso al bello e se l’inverno è andato via. Ma spesso è ancora freddo; la primavera sembra lontana e la povera rondine, con le penne arruffate dal vento, col corpicino tremante, si sente smarrita, sola, affamata. Povera rondinella, arrivata troppo presto!

Esistono molte varietà di rondini, tra cui il balestruccio, che ha il dorso nero violetto e le parti inferiori e la coda bianche; la rondinella comune che è nera, col petto castano e la coda con macchie bianche; il rondone, che è tutto nero, salvo una macchia bianca sulla gola. Soltanto la rondinella e il balestruccio fanno il nido sotto la gronda; alcune specie di rondine lo fanno sulle rive scoscese dei fiumi e nei buchi delle altre muraglie. Il trillo della rondine si chiama garrito.

Uccelli

Ogni uccello, in primavera, fa il suo nido. L’uccellino canoro lo intreccia tra i rami degli alberi, la rondine lo costruisce sotto la gronda, l’aquila in un crepaccio della montagna dove vive, il passero sotto il tegolo o in un buco del muro. E, in ogni nido, nasceranno i piccini.

Con la primavera, ecco la fedele rondine che torna al suo nido lasciato sotto la gronda. Osserviamole nel volo: hanno ali lunghe, fortissime, che permettono loro di attraversare il mare, talvolta senza sostare nemmeno un momento. Ammiriamo l’infallibile istinto di questo uccello, che gli fa ritrovare non soltanto la località che ha lasciato, ma perfino il tetto, il nido.

Uccelli

Perchè gli uccelli migrano? Vi sono le anatre selvatiche che, pur di depositare le uova nelle zone dove sono nate, non esitano ad arrivare perfino al circolo polare, dove nidificano. Per ciò che riguarda la rondine, poichè questo uccello è insettivoro, non troverebbe durante la cattiva stagione di che nutrirsi, perchè gli insetti muoiono o sono nascosti. E’ per questo che la rondine emigra verso le terre calde, dove il cibo non manca, per ritornare a deporre le uova sotto i nostri tetti, al ritorno della buona stagione.

Il becco della rondine è largo e corto. La rondine si nutre di insetti e li cattura a volo. Il suo becco, che è di grande apertura, facilita appunto questa cattura. Invece il becco degli uccelli granivori è forte e a punta, adatto a beccare i grani. Il becco dei rapaci, che si nutrono di piccole prede vive, è forte, adunco, e adatto a lacerare la carne. Il becco dei palmipedi è fatto a cucchiaio, e lascia sfuggire l’acqua per trattenere solo il cibo.

Uccelli

Le zampe degli uccelli che sono grandi volatori, come le rondini, sono rattrappite, ottime per aggrapparsi, ma quasi inadatte a posarsi sul terreno. Infatti, se la rondine cade sul terreno, riprende il volo con grande difficoltà. La zampa dei gallinacei, invece, e dei corridori come lo struzzo, è larga, schiacciata, atta a posarsi sul terreno; nei polli è munita di unghielli per razzolare; nello struzzo, di callosità. La zampa dei rampicanti (pappagallo, picchio, cuculo) ha due dita anteriori e due posteriori atte ad arrampicarsi sul tronco degli alberi. Quella dei rapaci è armata di artigli formidabili con cui l’uccello afferra la preda, la dilania e la porta al nido. Nei palmipedi le zampe hanno le dita unite da una membrana che le trasforma in ottimi remi.

La rondine fabbrica il nido con fango, cementandolo sotto le gronde. Sembra quasi che abbia imparato a costruirlo dall’uomo, sotto la cui casa nidifica. Gli altri uccelli lo costruiscono in maniera ben diversa. I cantori, che sono quelli che fabbricano il nido più perfetto, lo fanno di ramoscelli intrecciati e lo imbottiscono di lanuggine e di piccole penne. I rapaci lo fabbricano in maniera rudimentale negli anfratti delle rocce dove vivono; il passero lo da sotto i tegoli, nei buchi del muro.

Uccelli

Gli uccelli depongono un numero variabile di uova, che hanno un guscio generalmente colorato o macchiato, e da queste uova, dopo un periodo di incubazione, nascono i piccoli, implumi, inadatti a nutrirsi da soli. I genitori li imboccano ed è per questo che gli uccelli sono dei formidabili distruttori di insetti. Si è potuto calcolare che la cincia distrugge fino a trecentomila fra insetti e larve ad ogni stagione.

Uccelli

Gi uccelli sono la gioia della campagna, sono i figli della terra e la terra li nutre senza che essi si affannino a seminare e a mietere; non c’è zolla che neghi loro una gemma, un fiore, una buccia di frutto! Il danno che danno ai tuoi campi lo ripagano; tu non sai quanti insetti nocivi essi distruggono, se ti rubano un chicco te ne salvano cento, (F. Lanza)

La rondine ha il mantello di piume nero e bianco, il becco corto e largo, le zampe adatte per aggrapparsi, la coda biforcuta.  Ci sono parecchie specie di rondini: la rondinella comune, il balestruccio, il balestruccio selvatico che nidifica sulle sponde dei fiumi, il rondone che è il più grosso della specie. Il grido della rondine si chiama garrito.

Il nido che la rondine costruisce sotto la gronda è fatto di terra impastata d’acqua, come se il simpatico uccello volesse imitare le case degli uomini presso le quali vive. Dentro, è imbottito di lanuggine che la rondine carpisce all’aria o alle piante.

Il corpo della rondine è snello, robusto, con ali molto sviluppate. Le remiganti  sono penne lunghe e forti perchè le rondini dovono fare lunghi viaggi, attraversare il mare e spesso anche territori deserti per recarsi nei paesi caldi. La rondine ha un manifesto istinto d’orientamento. Quindi, in primavera torna da noi, e non soltanto conosce la località, ma addirittura il nido che si affretta a restaurare e a preparare per la nuova covata.

Il becco della rondine è larghissimo e corto: adatto cioè alla caccia degli insetti di cui la rondine si nutre volando. Vola a becco spalancato così che gli insetti che essa insegue, si invischiano e vengono catturati. E, appunto perchè si nutre di insetti, finita la buona stagione, se ne va.  Gli insetti, al sopraggiungere del freddo, muoiono o si rintanano; quindi, la rondine non avrebbe più il cibo che le è necessario. La rondine è un animale utile,  come tutti gli animali insettivori, considerando il danno prodotto dagli insetti alla coltivazione.

La rondine è tornata da lontano, ha girato sopra la città, ha riconosciuto la casa, il tetto, il nido. Ed ora eccola tutta affaccendata a preparare la casetta per i rondinini che verranno.

Sono arrivate le rondinelle. Hanno attraversato mari e monti per tornare al loro nido. Benvenute, rondinelle, che arrivate da tanto lontano!

“Ecco mamma rondine che ritorna! Che cosa hai portato, mammina?”. I rondinini aspettano nel nido col becco spalancato.

La rondine vuole riassettare il vecchio nido. Non cerca fuscelli come gli altri uccellini, ma adopera fango e con bravura lo impasta col becco.  Poi fa il nido morbido e caldo.

San Benedetto, la rondine è sul tetto. Forse è una rondine sola quella che è arrivata prima della altre per vedere se il tempo si è rimesso al bello. Ma presto verranno anche le altre.

La rondine vola sempre: mangia volando, si bagna volando e qualche volta  nutre i suoi piccoli volando. L’aria è il suo dominio.

Rispetta le rondinelle. Sono la benedizione della casa. Sono tornate da tanto lontano per venire ad abitare il vecchio nido. Fra poco nel vecchio nido pigoleranno i rondinini.

Un bel giorno di primavera si è sentito un grido nell’aria. Era la rondine che tornava. Ha riconosciuto il vecchio nido e con un grido di gioia vi è entrata dentro, per rassettarlo.

Le rondini gridano in alto, nel cielo sereno. I bambini le guardano e dicono: “Sono tornate le rondini. E’ primavera”.

Uccelli

Dopo che la primavera ha spiegato tutti i suoi fascini, di campo in campo, allora si fabbricano ovunque i nidi: nidi tra le erbe, nidi sugli alberi, nidi su spacchi di scogli, in fessure di mura, sotto travi, sotto cornici di case: nidi e nidi dappertutto. Guai se questi asili di nascituri fossero costruiti su alberi nudi, o in siepi senza foglie, o in cantucci senza muschio. Sarebbero esposti alla vista di molti nemici. Si nascondono invece tra ripari abbassati che li nascondono dalle insidie. Ve ne sono con pareti cementate di argilla, rivestiti di licheni, tessuti con fili, steli, fuscelli, con l’interno tappezzato di molli foglie, di fiori, di lana, di crini. Le averle e le capinere li fabbricano con rametti di scope, i tordi vi mettono intonachi di legno fradicio, i beccafichi e i canapini vi intrecciano sottili gramigne miste a tele di ragno, a semi di pioppo, a lanugini. I falchi rapaci, vi ammassano penne di vittime; i pacifici storni penne di polli e di anatre, raccolte nei cortili, nei campi; i cardellini setole di maiali; i passeri crini, paglia, stoppa, cenci, brandelli di carta. (P. Lioy)

Il merlo. Col suo abito da cerimoniere, il becco dorato, l’occhio fisso che pare non veda e vede benissimo; con la sua coda alzata, la voce amplificata e ripercossa dall’eco dei macchioni dei quali fa la sua rocca; ora di corsa sul terreno, ora in volo a freccia, ora immerso nelle sue alcove di rovi, in interminabili meditazioni; coi suoi gridi vari, ciascuno dei quali corrisponde a un sentimento o a un atto, il “pitt pitt”  di quando va a dormire, il “cac cac cac” dell’angoscia per un pericolo che corre il nido, lo stridulo e rapido “ki ki ki” che manda quando fugge via; infine col suo canto, col suo vero canto che ritengo il più completo e il più musicale di tutti i canti degli uccelli che fischiano, sempre lui si profila sullo schermo della mia memoria, quando essa torna indietro verso gli anni in cui passavo le vacanze pasquali in campagna. (M. Roland)

Uccelli

La nebbia si diradava, apparivano profili di boschi neri sull’azzurro pallido dell’orizzonte; poi tutto fu sereno, come se mani invisibili tirassero di qua e di là i veli del maltempo e un grande arcobaleno di sette vivi colori e un altro più piccolo e più scialbo s’incurvarono sul paesaggio. Grandi ranuncoli gialli, umidi come di rugiada, brillarono nei prati argentei, e le prime stelle apparse al cadere della sera sorrisero ai fiori: il cielo e la terra parevano due specchi che si riflettessero. Un usignolo cantò sull’albero solitario ancora soffuso di fumo, tutta la frescura della sera, tutta l’armonia delle lontananze serene; e il sorriso delle stelle ai fiori, e il sorriso dei fiori alle stelle, e tutta la malinconia dei poveri che vivono aspettando l’avanzo della mensa dei ricchi, e i dolori lontani e le speranze, e il passato, l’amore, il delitto; il rimorso, la preghiera, il cantico del pellegrino che va e va e non sa dove passerà la notte, e la solitudine verde, la voce del fiume e degli ontani laggiù, il riso e il pianto di tutto il mondo, tremavano e vibravano delle note dell’usignolo, sopra l’albero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente il cielo e la punta dell’ultima foglia ficcata dentro una stella. (G. Deledda)

Uccelli

Ciascun nido ha una sua costruzione ed una sua sapienza d’amore. Nidi di allodole cui pochi fuscelli bastano nel solco delle messi; nidi di pettirossi nei cespugli intessuti di fili d’erba e rivestiti internamente di borragine e di licheni; nidi di stiaccini e di fringuelli nell’intrico delle siepi; nidi sugli olmi, sulle querce, in cima agli alti pioppi che fiancheggiano i fiumi; nidi di passeri solitari nei crepacci di rocce odoranti di fiori selvaggi. Nei casi dove il nido non riesca del tutto ad occultare le uova, queste hanno colore mimetico, cioè con la stessa tinta delle cose che sono loro attorno e però da queste non facilmente distinguibili. (A. Anile)

Uova

Tutti gli uccelli producono uova. L’uovo ha forma tondeggiante ed è rivestito di un guscio rigido e resistente. Aderente al guscio c’è una pellicola elastica , che forma sul fondo una camera d’aria. Il guscio racchiude le parti nutrienti dell’uovo: l’albume e il tuorlo.

Quando gli uccelli covano le loro uova, nell’interno si sviluppa un piccolo che si nutre appunto del tuorlo e dell’albume. Quando il piccolo è formato, rompe il guscio ed inizia la sua vita all’aria aperta.

Ci sono piccoli capaci subito di muoversi e di nutrirsi (i pulcini), altri che nascono senza piume ed hanno bisogno di essere imbeccati dai genitori  (passerotti, rondini, …)

Penne e piume

Il corpo degli uccelli è protetto da un manto fitto, morbido, caldo, di piume fatte a fiocchetto. Le ali e la coda sono munite di penne. Quelle che stanno al bordo delle ali sono dette remiganti, quelle della coda timoniere. Le penne sono lunghe, robuste, rigide, sostenute da una specie di bastoncino detto calamo, piantato nella pelle.

Becchi di uccelli

Molti uccelli sono granivori o insettivori: la natura ha dato loro un becco adatto al cibo di cui si nutrono. Gli uccelli granivori hanno becchi non troppo lunghi, larghi alla base, appuntiti, duri e taglienti: con essi frantumano i grani. Gli uccelli insettivori hanno becchi molto larghi, teneri, appiccicosi, capaci di afferrare e inghiottire anche grossi insetti.

La rondine

La rondine vive in campagna e in città: cerca le grondaie per costruirvi il nido ed ama l’acqua del fiume, del lago e dello stagno. Infatti sa che, alla superficie dell’acqua, si cacciano in abbondanza gli insetti, che sono il suo cibo preferito.

Ha le ali aguzze e lunghe, la coda biforcuta. Le piume sono di color turchino carico sul dorso e bianche sul petto.

E’ un uccello che ama il caldo; perciò, appena l’estate lascia il passo all’autunno umido e freddo, la rondine se ne va in Africa, dove l’attende il sole. Per questo si dice che è un uccello migratore.

Il nido della rondine assomiglia ad una mezza scodella. E’ costruito con pezzetti di fango appiccicati l’uno all’altro con la saliva e rafforzato con erbe, pagliuzze e piume.

La gallina

E’ un uccello molto utile, dell’ordine dei galliformi, che popola le aie ed i cortili. L’uomo le costruisce una casetta, il pollaio. Il suo corpo è piuttosto grosso e pesante; le ali, corte e deboli, le permettono solo voli brevi. Il capo è ornato di piccoli barbigli e di una cresta rossa e corta. Gli occhi sono tondi. Il becco è rigido, capace di rompere i semi duri. Le zampe sono ricoperte di scaglie giallastre. Sono robuste, armate di unghie e adatte a razzolare.

La gallina offre all’uomo carne fine e nutriente e uova. E’ una mamma (chioccia) affettuosa; per tre settimane cova pazientemente quindici – venti uova, che si schiudono liberando i pulcini. Essi, appena sgusciati, sono già coperti di piumino e molto vispi.

L’oca

E’ un uccello palmipede perchè ha le dita delle zampe riunite da una pelle dura e membranosa che le serve per nuotare negli stagni. Le zampe sono poste molto indietro rispetto al resto del corpo e ciò dà all’oca un’andatura goffa. Essendo un uccello acquatico ha le penne e le piume cosparse di un grasso oleoso, grazie al quale il suo corpo non si bagna. Pesca il suo nutrimento servendosi del becco largo e schiacciato, che lascia uscire l’acqua dai margini dentellati. Sono uccelli palmipedi il cigno, l’anitra, il gabbiano, il pellicano.

Il cuculo

E’ un uccello diffidente e astuto, molto accorto; vive evitando anche di farsi vedere nelle vicinanze delle nostre case. Il suo verso, il caratteristico cucù, ci giunge spesso all’orecchio nelle sere di primavera, mentre l’uccello è nascosto in mezzo al fogliame. Ottimo volatore, il cuculo percorre lunghissime distanze emigrando nella cattiva stagione verso le terre calde, per poi ritornare da noi agli inizi di primavera.

Il picchio

E’ un uccello rampicante adatto alla vita sui tronchi degli alberi; vi si arrampica e vi si aggrappa mediante le quattro dita del piede, della quali due sono rivolte in avanti e due indietro. Ha il becco lungo e diritto, con il quale picchia contro la scorza degli alberi. Mediante il suono prodotto dal legno, il picchio sente se il tronco è cavo o pieno; nel caso sia cavo, l’uccello pratica col becco un foro nella corteccia, e con la lingua lunga e viscida, prende gli insetti e le larve che vi dimorano.

Le voci degli uccelli

Il colombo tuba. La civetta squittisce, chiurla, stride. L’anitra schiamazza. La cornacchia gracchia e crocida. La gallina chioccia e crocchia. La gazza gracchia. Il merlo zufola, zirla, chioccola. La passera pigola, garrisce, cinguetta. La rondine stride e garrisce. L’usignolo gorgheggia. La pernice stride.

L’aquila

E’ la dominatrice dell’aria. Abita le più alte montagne, nidifica su rocce scoscese e alimenta i suoi aquilotti con la carne degli animali (conigli, lepri, agnelli) dei quali va in cerca di giorno volando, e sui quali si abbatte non appena li ha scorti, afferrandoli con gli artigli e sollevandosi a grandi altezze per portarli poi al nido o in altro luogo sicuro.

Ha il becco tagliente e forte, detto rostro; unghie robuste e adunche, dette artigli, atte a dilaniare la preda.

Anche la civetta, il barbagianni e il gufo sono uccelli rapaci ma notturni, perchè volano solo di notte dando la caccia a topi, vipere e altri animali dannosi.

Questi uccelli rapaci notturni sono rivestiti di un piumaggio adatto alle loro abitudini di predoni delle tenebre: colori scuri, piume foltissime, morbide e vellutate che rendono il volo assolutamente silenzioso. Il loro corpo è grosso e rotondo, con gli occhi dalla grande iride colorata di giallo o rosso. Un largo cerchio di penne chiare circonda gli enormi occhi quasi a guisa di occhiali, dando loro un aspetto del tutto singolare.

Grossi rapaci sono pure il falco, la poiana, lo sparviero, l’avvoltoio e il girifalco.

Il passero

In Italia è uno degli uccelli più comuni. Vive presso le case e nidifica generalmente sui tetti. Ha un becco conico robusto, le zampe con quattro dita e la coda tronca. Si nutre di semi: è un granivoro vorace. Infatti i contadini, quando le messi sono mature, per tenerlo lontano dai campi vi dispongono dei bizzarri fantocci: gli spaventapasseri. Si nutre però anche di insetti e di vermi, rendendosi così molto utile. Quando ha i piccoli nel nido, il passero dà loro l’imbeccata anche venti volte in un’ora. Altri passeracei sono il fringuello, il cardellino, l’allodola, l’usignolo, il merlo, il tordo, il pettirosso e il canarino.

Il gabbiano

E’ un uccello carenato e palmipede (ha cioè le zampe con le dita palmate, munite di una membrana che le rende simili a remi); frequente lungo le spiagge del mare, si trova anche in riva ai laghi e lungo i fiumi. Vola sull’acqua con volo lento e grave mandando un grido particolare, specialmente all’approssimarsi delle burrasche. Ha grandi ali così che può facilmente sostenere un lungo volo; può anche nuotare con i piedi palmati. Si ciba di pesci, vermi marini, crostacei ed altri piccoli invertebrati che prende nuotando o sfiorando a volo il pelo dell’acqua, oppure saltellando sulla riva del mare, guardingo e circospetto, alla scoperta di quanto l’onda ha lasciato per lui. Nidifica nelle paludi e negli stagni, fabbricando il nido fra erbe, giunchi e alghe.

Il pappagallo

E’ un uccello rampicante: ha cioè le zampe particolarmente adatte  ad arrampicarsi, con due dita rivolte in avanti e due rivolte indietro. Ha le piume dai colori vivaci, e proviene dalle foreste dei paesi tropicali. Si può addomesticare ed ambientare anche nei nostri paesi ed è divertente perchè apprende e ripete parole ed espressioni umane.

La cicogna

E’ un trampoliere: infatti le sue zampe lunghissime sono simili ai trampoli. Oltre alle zampe snelle  e sottili, ha il collo e il becco molto lunghi; il becco è fatto  in modo da afferrare e trattenere la preda. E’ un uccello migratore, cioè non ha stabile dimora in un luogo: sverna in Africa e passa l’estate in Europa. L’unico trampoliere stazionario in Italia è l’airone cinerino.

Il pinguino

Anche il pinguino è un uccello, ma ha il corpo inadatto al volo. Cammina con andatura goffa e barcollante. Vive in branchi numerosissimi fra i ghiacci delle regioni polari dell’Antartide. Le sue ali corte e robuste si sono adattate al nuoto anziché al volo. La femmina del pinguino depone le uova dalle quali, dopo circa due mesi, nascono i piccoli rivestiti di un fitto piumino.

Le qualità degli uccelli: rapaci, passeracei, gallinacei, palmipedi, corridori, granivori, acquatici, insettivori, notturni, diurni, migratori, sedentari, canterini, implumi, lenti, veloci, grandi, leggeri.

Le azioni degli uccelli: cinguettare, cantare, schiamazzare, stridere, pigolare, volare, migrare, nidificare, deporre, covare, imbeccare, costruire, saltellare, beccare, razzolare, raspare, bezzicare, frullare, saltellare.

Passeri sulla neve

Il passero pigola tra le fronde sempre verdi e fa capolino dalla volta di un tegolo, rannicchiato, irsuto come un riccio. Poveri passeri! Li vedete fatti dalla necessità doppiamente domestici, spiccarsi tratto tratto dai comignoli, venire a stormi dalla campagna tutta coperta, svolazzarvi tra le gambe, cercando qualche cosa da beccare. Intanto qualche pietosa bimba sbriciola agli affamati uccelletti il panino della sua  colazione. (A. Stoppani)

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poesie e filastrocche sui MESTIERI – Festa del lavoro

Poesie e filastrocche sui mestieri – una raccolta di poesie e filastrocche sul lavoro dell’uomo e i mestieri, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

Il treno degli emigranti

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restar solo in viaggio…

un vestito, un pane, un frutto

e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuole venire.

Lui resta, fedele come un cane,

nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.

Gianni Rodari

I colori dei mestieri

Io so i colori dei mestieri:

sono bianchi i panettieri,

s’alzan prima degli uccelli

e han farina nei capelli;

sono neri gli spazzacamini,

di sette colori son gli imbianchini;

gli operai dell’officina

hanno una bella tuta azzurrina,

hanno le mani sporche di grasso:

i fannulloni vanno a spasso,

non si sporcano nemmeno un dito,

ma il loro mestiere non è pulito.

Gianni Rodari

Gli odori dei mestieri

Io so gli odori dei mestieri:

di noce moscata sanno i droghieri,

sa d’olio la tuta dell’operaio,

di farina sa il fornaio,

sanno di terra i contadini,

di vernice gli imbianchini,

sul camice bianco del dottore

di medicina c’è un buon odore.

I fannulloni, strano però,

non sanno di nulla e puzzano un po’.

Gianni Rodari

Capelli bianchi

Quanti capelli bianchi

ha il vecchio muratore?

Uno per ogni casa

bagnata dal suo sudore.

Ed il vecchio maestro

quanti capelli ha bianchi?

Uno per ogni scolaro

cresciuto nei suoi banchi.

Quanti capelli bianchi

stanno in testa al nonnino?

Uno per ogni fiaba

che incanta il nipotino.

Gianni Rodari

L’omino della gru

Filastrocca di sotto in su

per l’omino della gru.

Sotto terra va il minatore,

dov’è buio a tutte l’ore;

lo spazzino va nel tombino,

sulla terra sta il contadino,

in cima ai pali l’elettricista

gode già una bella vista,

il muratore va sui tetti

e vede tutti piccoletti…

ma più in alto, lassù lassù

c’è l’omino della gru:

cielo a sinistra, cielo a destra,

e non gli gira mai la testa.

Gianni Rodari

Nel giardino

Nel bel giardino, sotto il sole d’oro,

un ragno tesse la sua tela fina

fra stelo e stelo; alla sua casettina

porta un chicco di grano la formica.

Un’ape succhia il nettare di un fiore

e, con voli felici, il suo nidietto,

fa un passero canoro sotto il tetto.

Una gallina insegna ai suoi pulcini

come si becca… Ognuno ha il suo lavoro

nel bel giardino, sotto il sole d’oro.

C. Bettelloni

Lavoro

Sono un bambino e vivo in città

ma il lavoro lo conosco in verità:

mi lucido le scarpe ed al mattin

sorveglio il latte e studio la lezione;

e, dopo desinar, gioco un pochino

poi faccio spesa, e sono proprio buone

le frutta quando io le ho comperate

chè, a voi lo dico in tutta confidenza,

con molta cura le ho scelte ed assaggiate;

prima di sera scrivo con pazienza

il compito, e ripasso la lettura,

giocattoli ripongo e poi preparo

i libri nella borsa con gran cura.

Ditelo, via; “E’ un bimbo proprio raro!”

T. Belforti

L’alba

Tutta dolce, tutta bianca

l’alba sale il cielo azzurro…

corre un fremito, un sussurro

sulla terra non più stanca;

ogni fiore si ridesta,

gli uccellini fanno festa…

sorge a un tratto il sole d’oro:

bimbi ed uomini, al lavoro!

E. Bossi

Il fannullone

Oh! Che piacere – mangiare e bere

andare a spasso – e fare chiasso,

senza lavori – senza sudori

senza doveri – senza pensieri!

passare il giorno – … ma sbadigliando!

In conclusione

del fannullone,

qual è la gioia?

Morir di noia.

L. Schwarz

La fucina

Il mantice rifiata a più non posso

nella fucina e la fiammella balla,

sul mucchierello del carbone rosso,

con ali azzurre come una farfalla.

N. Vernieri

La scelta del mestiere

-Ho da scegliermi un mestiere-

pensa Piero tutto il giorno.

-Se facessi il panettiere?

Oh, ma scotta troppo il forno!…

Se facessi il muratore?

Ma il mestiere è tanto duro!

Forse forse il minatore…

Ma sta sempre giù all’oscuro!

Potrei fare l’imbianchino!

E se piglio il torcicollo?

Mi farò spazzacamino!

E se il tetto mi dà un crollo?

Ho da fare il macellaio?

No, del sangue ho un grande orrore!

E se andassi marinaio?

Ma del mare ho un gran terrore!

Così Piero tutto il giorno

per cercar la professione,

se ne va girando attorno

sfaccendato e bighellone.

Cerca cerca, il tempo passa

nulla impara e nulla sa

e se ora in ozio ingrassa,

come mai la finirà?

L. Schwarz

I bravi omettini

I due bravi omettini

han lasciato i balocchi.

Quattro manine d’oro

quattro lesti piedini

due vispe paia d’occhi

si son messi al lavoro.

Perchè ognuno è felice

perchè il lavoro è un gioco

la fatica allegria

quando la mamma dice:

-Aiutatemi un poco,

bravi bambini, via._

C. Del Soldato

Sveglia

Chicchirichì fa il galletto,

cì cì cì fa l’uccelletto,

din don dan fa la campana

sia vicina, sia lontana,

annunciandoci il ritorno

del radioso nuovo giorno.

Si alzan tutti a questo coro

e si avviano al lavoro;

si alza presto il contadino:

va nei campi dal mattino.

Si alza presto l’operaio:

la fatica lo fa gaio.

Si alza pure dal lettino

e va a scuola ogni bambino.

Resta solo nella culla

il piccin che non fa nulla.

L. Scardaccione

Girotondo del fannullone

Il lunedì, ch’è il dì dopo la festa,

o Dio, che ho il mal di testa,

non posso lavorar!

Il martedì mi siedo sulla soglia

ad aspettar la voglia

che avrò di lavorar.

Il mercoledì preparo i miei strumenti,

ma, ahimè, c’è il mal di denti,

non posso lavorar.

Il giovedì, che da così bel tempo,

davvero non mi sento

di andare a lavorar.

Il venerdì, ch’è il dì della passione

mi metto in devozione,

non posso lavorar.

Sabato sì ch’è proprio il giorno buono;

ma per un giorno solo

che vale lavorar?

D. Valeri

Anch’io lavoro

La formica innanzi giorno

va pei campi, va per l’aie

cerca, cerca d’ogni intorno,

fino a sera cercherà.

Ed il ragno, che si cela

fra le siepi e in mezzo ai rami,

cominciata ha la sua tela,

fino a sera tesserà.

E la rondine al mio tetto

fabbricando va il suo nico;

fino a sera durerà

nel lavor quell’uccelletto.

O formica, o rondinella,

lavorate, lavorate!

Anche questa bambinella

come voi lavorerà.

S. Dazzi

Il lavoro

Lavoro è zappare la terra,

battere il martello nella buia bottega,

guidare i treni veloci,

partire e tornare pei cieli;

lavoro è pulire le strade,

cuocere il pane,

curare chi soffre.

Ecco, ogni azione compiuta

per il bene di tutti è lavoro.

A. Ferrari

Il grillo vagabondo

Sono un grillo pellegrino.

pazzerello e canterino:

vivo libero e giocondo

saltellando per il mondo.

Salto sempre allegramente,

passo a volo ogni torrente,

salto un fosso, un campo, un muro

per cercar grano maturo.

Se non trovo la semente

salto i pasti indifferente,

salto anche il venerdì

un po’ pazzo sono sì.

Non mi piace lavorare

preferisco saltellare;

potrei fare il ballerino,

ma viaggiare è il mio destino;

mi diverte esser cantante,

ma per me, da dilettante.

Canto e salto tutto il giorno

ed a casa mai ritorno:

sono un grillo giramondo,

un eterno vagabondo.

Così vivere mi va,

per goder la libertà.

M. Argilli

L’omino dei gelati

Nel parco pubblico della città

è ricomparso alla fine di maggio

un simpatico e strano personaggio…

(Un uomo o un mago?

Nessuno lo sa!)

In giacca bianca e bottoni dorati

– tondo, rubizzo, giocondo all’aspetto –

spinge pian piano un grazioso carretto

su cui c’è scritto in azzurro “Gelati”.

Quel carrettino! Che grandi sospiri

quando nel parco compie i suoi giri!

I bimbi sognano di poter dire:

“Mi dia un gelato da mille lire!”.

Da quale strana terra incantata

è qui venuto quel caro omino

con le delizie del suo carrettino

fatte di crema e di panna montata?

Forse le fate della montagna

gli dan la neve pei suoi sorbetti:

forse nel regno della cuccagna

a lui, di notte, mille folletti

portan le essenze più dolci e strane

di miele, fragole, menta e banane.

Forse… (bambini sentite me)

del parco pubblico quell’uomo è il re!

Quando si chiudono tutti i cancelli

e buoni dormono bimbi ed uccelli,

sotto un gran platano il nostro ometto

si siede in trono sul suo carretto.

Il venditore di palloncini

a lui s’inchina con riverenza,

gli rende omaggio la diligenza

frenando il trotto dei suoi ciuchini.

E intanto ammiccano, là fra le rose,

le lucciolette lievi e curiose…

Ma chi può dirlo? Nessuno sa

chi sia davvero quel personaggio

ch’è ricomparso alla fine di maggio

nel parco pubblico della città.

V. Ruocco

La vocazione del perdigiorno

Vediamo un po’:

che mestiere farò?

Il meccanico no,

perchè ci si insudicia tutti

e così neri e brutti

e con la faccia scura

si fa brutta figura.

Vediamo un po’:

che mestiere farò?

Il falegname no,

perchè quando seghi di lena

ti fa male la schiena,

e quando pialli

ti vengono i calli.

Vediamo un po’:

che mestiere farò?

Il contadino no

perchè nella terra che è soda

la vanga s’inchioda,

e per bene zappare

bisogna faticare.

Vediamo un po’:

che mestiere farò?

Io proprio non lo so,

il sarto

lo scarto,

il cuoco

può scottarsi col fuoco,

il muratore

può sciogliersi in sudore,

il calzolaio poi non mi va giù

per quel puzzo di cuoio e caucciù,

e piuttosto di fare il parrucchiere

faccio un altro mestiere.

Ecco proprio non so

che mestiere farò.

Che non ci sia davvero

un mestiere leggero

in cui si possa stare

in pace a riposare?

A. Novi

La piccola massaia

Perchè mamma ha da finire

di stirare e di cucire,

dopo il pranzo la bambina

rigoverna la cucina.

Toglie l’acqua dal fornello,

mette i piatti nel mastello.

Poi asciuga le posate

chè non restino macchiate.

Ora mira quel che ha fatto

con il cuore soddisfatto.

Prende il libro e si dispone

a imparare la lezione.

R. Pezzani

Chi lavorò per la casetta?

Vien per primo il muratore:

calce e pietre egli ha portato.

Con che cosa ha lavorato?

Viene avanti un falegname

travi e porte, anche scalini

e finestre ha preparato.

Con che cosa ha lavorato?

Viene il fabbro: chiavistelli,

serrature e infin cancelli

mise a posto e preparò.

Con che cosa lavorò?

Non scordiamo l’imbianchino

e nemmen l’elettricista

e l’idraulico e il giardiniere:

tutti han fatto il loro dovere.

Ed infine dal mattino

la mamma cara e buona

rende linda ognor e gaia

la casetta, che risuona

di tua vita, o mio piccino.

T. Belforti

La macchina per cucire

La macchina cuce ronzando

via, rapida, sempre di più.

La stoffa si ammucchia frusciando,

su e giù vola l’ago, su e giù.

Che bella impuntura perfetta!

Han fatto un grembiule in un’ora:

la macchina allegra che ha fretta

la mamma che canta e lavora.

A. Lugli

La mietitrice

La mietitrice,

in mezzo al biondo grano,

canta e miete

con l’agile mano.

Miete e canta:

“O spighe tutte d’oro,

frutto di terra,

frutto di lavoro!”

Canta e miete:

“O morbidi covoni,

che date i pani

saporiti e buoni

a tutti i bimbi

ricchi e poveretti.

turgidi chicchi

siate benedetti!”

La mietitrice,

in mezzo al grano biondo

mietendo canta:

“Com’è bello il mondo!”

Piccolo pescatore

Lietamente batte l’onda

sulla sponda…

dallo scoglio un bimbo tende

l’amo e attende…

Fanno i pesci: “Oh lo sappiamo!

Quello è un amo”.

Ed al largo van nuotando,

canzonando.

Ma di luce è il cielo, e pare

cielo il mare.

Tutto lieto il bimbo pesca

l’acqua fresca.

L. Schwarz

Filastrocca dei mestieri

C’è chi semina la terra,

c’è chi impara a far la guerra,

chi ripara le auto guaste

e chi sforna gnocchi e paste.

C’è chi vende l’acqua e il vino,

chi ripara il lavandino,

c’è chi pesca nel torrente

e magari prende niente.

C’è chi guida il treno diretto

e chi a casa rifà il letto,

chi nel circo fa capriole

e chi insegna nelle scuole.

C’è chi recita, chi balla

e chi scopa nella stalla.

Così varia è questa vita

che la storia è mai finita.

Gianni Rodari

Per essere contenti

Diceva un’ape: “Ohimè che gran fatica

correr sempre su e giù di fiore in fiore;

d’ogni corolla sugger l’umore!

Di me ben più felice è la formica!…”

Diceva la formica: “Oh, che dannata

vita girare in cerca di alimenti

faticar sempre, vivere di stenti!…

L’ape, certo, è di me più fortunata…”

Da un ramo un uccellino che le udì,

modulò il canto e disse lor così:

“Sorelle, ognuno il suo destino porta

e l’invidia davver non ci conforta.

Un mezzo c’è per vivere contenti:

fare il proprio dover senza lamenti!”

G. Fabiani

Il vigile urbano

Chi è più forte del vigile urbano?

Ferma i tram con una mano,

con un dito, calmo e sereno,

tiene indietro un autotreno;

cento motori scalpitanti

li mette a cuccia alzando i guanti.

Sempre in croce in mezzo al baccano;

chi è più paziente del vigile urbano?

Gianni Rodari

Il mio vigile

Ad un angolo della città

il mio vigile fermo sta

impeccabile ed attento

a sorvegliare il movimento.

I veicoli che vanno

a un suo cenno fermi stanno

e anche i grossi torpedoni

fan la sosta buoni buoni.

E’ assai alto di statura

però a me non fa paura.

Quando gli passo sotto il viso

mi fa perfino un sorriso.

Mamma Serena (I libri del come e del perchè)

L’arrotino

O quell’ometto, con quel carretto,

che giri la ruota in quel vicoletto,

che giri la ruota tutto il dì:

pedali, pedali e sei sempre lì!

Gianni Rodari

Disoccupato

Dove sen va così di buon mattino

quell’uomo al quale m’assomiglio un poco?

Ha gli occhi volti all’interno, la faccia

sì dura e stanca.

Forse cantò coi soldati di un’altra

guerra, che fu la nostra guerra. Zitto

egli sen va, poggiato al suo bastone

e al suo destino,

tra gente che si pigia

in lunghe file alle botteghe vuote.

E suona la cornetta all’aria grigia

dello spazzino.

Umberto Saba

Cose utili

L’incudine e il martello

la lima e lo scalpello,

la pialla e il pialletto,

la lesina e il trincetto,

le forbici e il ditale,

e l’ago e l’agoraio,

la penna e il calamaio,

son per l’uomo cose d’oro

perchè servono al lavoro.

F. Dall’Ongaro

I mestieri

Il falegname dice:

“Io lavoro felice

il pioppo e la betulla.

Fo la madia agli sposi,

al bambino la culla

perchè sogni e riposi”.

Arriva l’arrotino

e si ferma ai cancelli

e chiama il contadino

che gli porta i coltelli,

le forbici, le scuri.

Tutti quei ferri oscuri,

invecchiati nei campi,

ora mandano lampi.

Il contadino dice

al bove che l’aiuta

e faticando tace:

“La stagione è venuta;

dobbiamo arar la terra”…

Com’è bella la pace!

Com’è brutta la guerra!

R. Pezzani

Il lavoro

I piccoli animali

fanno tutti un mestiere:

fanno il fabbro e l’artiere,

son sarti e manovali.

Il ragno tessitore

rifabbrica la tela,

che somiglia a una vela

su un mare di splendore.

La rana che si liscia

all’orlo del fossato

sta in guardia dall’agguato

che le tende la biscia.

Lo scarabeo al cantiere

rotola una pallina:

così come cammina

somiglia a un carrettiere.

E, se senti un scricchio,

e un passo nel fogliame:

se senti un falegname

che batte e pialla, è il picchio.

C’è tutto un gran fervore

c’è tutto un gran da fare:

perchè chi vuol mangiare

bisogna che lavori.

G. Porto

Il ferro

Come canta, stamattina,

il martello tuo, fuciina.

Il sagrato ne è percosso,

anche il cielo si fa rosso.

Con la cresta di corallo

l’accompagna, adesso, il gallo;

e anche il bue manda un muggito,

che da poco poco è uscito,

e il bifolco l’aia spazza

e si leva la ragazza.

S’è svegliata, già vestita,

la farfalla colorita

e risale sopra il coppo

del camino, poi sul pioppo.

La piazzetta tutta suona

e di stelle si incorona.

Rosso è il ferro come il cielo:

ecco, ha fatto fiore e stelo.

Lina Carpanini

Bellezza e lavoro

Disse l’ape alla farfalla:

Io t’invidio, o mia sorella:

tu sei libera, sei bella,

voli amabile tra i fiori;

mentre io son condannata

tutti i giorni ai miei lavori”.

Ma la vaga farfallina

le rispose assai gentile:

“Non aver, mia cara, a dire

più al lavor che alla beltà.

A te il miele; a me che resta

quando il verno tornerà?”

A. Alfani

I due vomeri

Un dì d’autunno un vomere

fattosi per lungo ozio rugginoso,

vide il fratel tornarsene

dai campi luminoso,

e domandò curioso:

“Sopra la stessa incudine

fatti, e d’un solo acciaio,

io son pieno di ruggine,

tu sì pulito e gaio:

chi mai ti ha fatto così bello?”

“Il lavoro, caro fratello!”.

C. Betteloni

Nel giardino

Nel bel giardino, sotto il sole d’oro,

un ragno tesse la sua tela fina

fra stelo e stelo; alla sua casettina

porta un chicco di grano, la formica.

Un’ape succhia il nettare di un fiore,

e, con voli felici, il suo nidietto,

fa un passero canoro sotto il tetto.

Una gallina insegna ai suoi pulcini

come si becca… Ognuno ha il suo lavoro

nel bel giardino, sotto il sole d’oro.

C. Betteloni

Il pastorello e il marinaio

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Schede per il riconoscimento delle erbe del prato

Schede per il riconoscimento delle erbe del prato – Ho realizzato tempo fa queste schede illustrate per il riconoscimento delle erbe selvatiche più comuni per una seconda classe, dopo aver lavorato coi  dettati ortografici sulle erbe del prato,

avviando anche le prime raccolte di erbe per la produzione di un erbario di classe.

Il livello di approfondimento è adeguato all’età. I nomi latini sono importanti, accanto al nome volgare, per ricercare ulteriori informazioni relative a quella specifica erba; non se ne richiede certo la memorizzazione :-)… e lo stesso vale per la classificazione botanica.

Queste sono le schede:

Schede per il riconoscimento delle erbe del prato
Schede per il riconoscimento delle erbe del prato

Istruzioni: ogni foglio contiene la scheda fronte-retro di due erbe del prato. Ritagliate dunque due strisce orizzontali da ogni foglio, e ripiegatele lungo la linea verticale al centro. La scheda può essere plastificata così a doppio, oppure l’interno può essere utilizzato per conservare i campioni di erbe raccolte e per le annotazioni.

Per un lavoro più approfondito le risorse migliori che ho trovato nel web, tutte gratuite, sono queste:

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Dettati ortografici APRILE

Dettati ortografici APRILE – Una collezione di dettati ortografici (difficoltà miste) sul mese di aprile, per la scuola primaria.

Aprile

Prati verdi, agnellini saltellanti, uccelli che preparano il nido amorosamente, ruscelli canori che scorrono tra sponde fiorite, lucertole che si scaldano al sole, farfalle dalle ali screziate: ogni cosa graziosa e gentile allieta questo mese, che è uno dei più belli dell’anno. “Aprile dolce dormire” dice il proverbio, ed è anche vero; ma è dolce anche vivere in questo mese. Talvolta piove, sì, “aprile ogni giorno un barile”,  ma è pioggia benefica. I campi, gli orti, i prati se la bevono con avidità. Gli alberi hanno indossato il vestito nuovo di fronde tenere e verdi e se ne compiacciono. Il mondo sembra tutto nuovo, tutto lustro, vivido e luminoso. (Palazzi)

Aprile

In Italia il primo aprile è un giorno particolare. I ragazzi si divertono a fare le burle e gli scherzi più strani che chiamano pesci d’aprile. Per esempio, se ti dicono: “Hai una mosca sul naso” e tu ci credi,   ti hanno fatto un pesce d’aprile. Si attribuisce l’invenzione del pesce d’aprile al popolo di Firenze: pare infatti che un tempo, in quella città, il primo d’aprile ci fosse l’usanza di mandare i semplicioni a comperare, in una certa piazza, del pesce che era soltanto raffigurato. Altri pensano che questa tradizione abbia avuto origine in Francia: forse perchè tanto tempo fa, in alcune città l’anno ufficiale cominciava il primo aprile. In seguito, quando si adottò il nuovo calendario, il capodanno cadde il primo di gennaio; ma alcune persone lo dimenticarono e continuarono a festeggiarlo come prima: per questo furono chiamati sciocchi o pesci d’aprile.

Aprile

Il nome di questo mese viene da “aprire” perchè la terra si apre sotto l’impeto della vegetazione, i fiori si schiudono, gli insetti escono dal loro involucro per mettere le ali. Durante questo mese, in genere, si celebra la Pasqua. Non vogliamo dimenticare inoltre il pesce d’aprile, a cui è scherzosamente dedicato il primo giorno di questo mese. Sempre in questo mese cade l’anniversario della Liberazione. Uno dei fiori caratteristici di aprile è il glicine.

Aprile

Aprile è un mese gentile, odoroso di fiori, tiepido di sole. Le siepi sono tutte in veste bianca: fra l’erba odorano le viole, il cielo è dolcemente azzurro. La campagna è ormai tutta verde. Le rose sono in boccio e sono pieni di fiori anche gli alberi da frutto: meli, peri, susini e ciliegi.

Aprile

In aprile anche la pioggia è piacevole e lietamente accolta. Le pioggerelle frequenti ed insistenti di questo mese rendono  meno dure le zolle disseccate dai venti freddi di marzo, saziano la sete delle erbe e degli alberi, permettono alle radici di succhiare avidamente dal terreno gli umori necessari alla vita. (G. G. Moroni)

Aprile

Aprile, ce lo dice il suo nome, apre la porta all’ingresso trionfale della stagione dei fiori, degli uccelli, dei cieli sereni e splendenti d’azzurro. Il fremito di vita nuova, che sembra animare ogni zolla, è avvertito intimamente anche da noi: si rivela nel desiderio di godere in pace questo sole giocondo, di giocare fuori all’aperto, di contemplare lietamente ciò che avviene attorno a noi. (G. G. Moroni)

Aprile

D’aprile si ammirava il felice fiorire della campagna. Gli alberi erano vividi di foglie, il campo era verde di grano. La vite cominciava a gettare le prime aguzze foglioline. Accanto al campo passava un gregge di pecore guardate dal cane, ch’era il più alto di tutte; e il pastore con la mazza alzata le spingeva sulla strada perchè non mangiassero il grano tenero, ch’era stato tanto tempo sotto la neve. (G. Titta Rosa)

Aprile

Aprile è un bel mese, nè caldo nè freddo, con un cielo dolcemente azzurro, gli alberi in fiore, il canto degli uccelli. Le rondini, ormai tutte tornate dai lontani paesi, hanno ritrovato il loro nido dove, presto, cinguetteranno i rondinini.

Aprile

Aprile, dolce dormire. E tu, la mattina, resteresti tanto volentieri fra le lenzuola. Non essere pigro, non senti gli uccellini che cantano, le rondini che garriscono, le campane che suonano? Tutti sono già al lavoro, uomini e animali. Aprile ti chiama, col suo bel cielo azzurro, con gli alberi fioriti, col dolce venticello che fa frusciare le foglie. Non lasciare senza risposta il suo appello.

Aprile

Aprile, ogni giorno il suo barile. E quasi ogni giorno il cielo si vela di nuvolette leggere, manda sulla terra una pioggia gentile che ristora la campagna, disseta le piante, rinfresca l’aria. E, a ogni goccia di pioggia che cade, è un fiore che sboccia, una gemma che si apre, una foglia che ingrandisce. Aprile è, forse, il più bel mese dell’anno.

Aprile

La campagna è ormai tutta verde. Gli alberi sono pieni di foglie e di fiori, le siepi sono ammantate di bianco, l’erbetta tenera e verde copre la terra, gli uccellini cinguettano allegramente. Ogni balcone ha una pianta fiorita. Il cielo è dolcemente azzurro, il vento fa frusciare le foglie degli alberi. Benvenuto, aprile!

Aprile

Avanti, bel mese sorridente! Tu fai sbocciare, ogni giorno, cento e cento fiori profumati, rose di macchia, convolvoli, campanelle, glicini e lillà. Il tuo venticello è tiepido e profumato, nei tuoi occhi si rispecchia l’azzurro del cielo. Benvenuto, aprile!

Aprile

Aprile arrivò e aveva in mano un ramo fiorito. Vide che marzo, quel fratellino pazzerello, aveva fatto il suo dovere, ma non troppo. C’era, sì, qualche fiore, c’era, sì, qualche spicchio di cielo azzurro, ma per aprile non bastava. Spazzò il cielo e subito tutte le nuvole si allontanarono. Toccò, col suo ramoscello, gli alberi e subito questi misero tanti fiori e tante foglie. Aprile non si stancava: la sua fatica era leggera e dolce.

Aprile

Aprile è arrivato. La gente apre le finestre e invita l’aria tiepida ad entrare; le ragazze cantano felici. Fiori dappertutto. Perfino le piantine che crescono sulla strada e che tutti, camminando, schiacciano col piede, mettono un fiorellino, piccino, ma coraggioso. Gli insetti escono dalla terra e si mettono a volare.

Aprile

Qualche volta il cielo si vela, ma è un velo di pioggerella leggera: dà un’annaffiatina ai fiori e sparisce. Quando aprile si avanza tra i fiori, le farfalle e gli insetti ronzanti, tutto rinasce a nuova vita. Gli alberi sono in fiore, il cielo è dolcemente azzurro, nei prati odorano le violette e sui vecchi muri si arrampica il glicine profumato.

Aprile

Quanti fiori nei giardini, ad aprile! Nascoste, fra l’erba, sbocciano le violette profumate, sulla siepe, le rose di macchia. Ecco i garofani rossi di fiamma, le campanelle azzurre, le margherite fatte a stella. Ogni pianta ha il suo fiore. Anche le piantine che non si sa come si chiamano, hanno messo il loro bocciolino. Le api volano sui fiori e visitano il fiorellino più modesto come il fiore più splendente.

Aprile

Aprile deriva da “aprire”, perchè con questo mese comincia la bella stagione, si schiudono gemme e fiori, e la terra si apre alla vegetazione.

La natura è nel suo pieno rigoglio. Quali sono i fiori tipici dell’aprile? Il glicine, che ammanta con la sua veste smagliante i vecchi muri e le terrazze; il lillà, i cui fiorellini sono golosamente visitati dagli insetti che ne cercano la gocciolina di nettare nascosta in fondo ai calici; gli alberi da frutto, meli, peri, ciliegi, tutti in fiore.

Gli insetti sono ormai tutti in piena attività: farfalle di tutti i colori, vespe, calabroni, api… Tutti gli animali che erano caduti in letargo nella cattiva stagione si sono ormai risvegliati: bisce, lucertole, tassi, ghiri e pipistrelli. Inoltre sono tornate le rondini che hanno già cominciato a riattare il nido.

Nel cielo intensamente turchino qualche nuvola leggera sdrucciola lentamente. Il sole sparge sui campi il suo calore tiepido e dolce. Gli uccelli, ebbri di gioia, cantano. Nei prati, le primule e le margherite sollevano le timide testine al sole che le ha risvegliate. I boschi si ravvivano di profumi e di canti. Il ruscello inargentato rinnova la sua musica antica, fra sorrisi azzurri di mammole e di pervinche. Nei campi, i susini ed i ciliegi in fiore sembrano lunghe sciarpe rosee e bianche. La primavera! Dappertutto ha diffuso la sua giovinezza, il suo riso, la sua bellezza, la sua luce. (G. Barbetti)

Aprile

Aprile è un bel mese di primavera. Il cielo è dolcemente azzurro e soltanto qualche nuvoletta bianca vaga qua e là sospinta da un venticello lieve. I prati sono fioriti. Sbocciano, fra l’erba, le margherite bianche che sembrano stelline, le primule, le viole; i bambini le colgono e ne fanno mazzetti che offrono alla mamma e alla maestra. Aprile, dolce dormire. I bambini, la mattina, non vorrebbero aprire gli occhietti pieni di sonno, ma la mamma li bacia in fronte e dice: “Sù, è tardi!”.

Il mese di aprile

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Poesie e filastrocche sul VENTO

Poesie e filastrocche sul VENTO – una raccolta di poesie e filastrocche sul vento, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

Il vento

E’ mite carezza

che passa gentile

e tiepida scherza

coi fiori d’aprile

è vasto respiro

lanciato sull’onda

che spinge la vela

in corsa gioconda.

E’ mano che afferra

con dita spiegate

e all’albero strappa

le foglie dorate.

E’ gelido soffio

che scende dai monti

e in ghiaccio tramuta

i rivi e le fonti

così senza posa,

or rapido or lento

si svolge l’eterno

cammino del vento. Ada Negri

Il vento

Ma chi bussa da villano?

corri all’uscio: è già lontano.

Ma chi è quel capo ameno?

porta l’acqua ed il sereno,

sparge i semi per il mondo,

sbuffa e frulla in tondo in tondo,

mena schiaffi e scappellotti,

fischia per i vetri rotti,

ora è dolce e profumato,

ora è proprio uno sgarbato,

corre e vola in un momento…

chi sarà, bambini? Il vento! E. Bossi

Il vento

Orco è il vento che ne bosco,

sta provando il suo vocione

con un viso fosco fosco,

e con tanto di barbone

“Mangerò tutte le foglie,

mangerò tutta la terra

mangerò tutte le nubi,

che lassù si fan la guerra!”

Lo si sente, apre le porte,

e le sbatte forte forte

Con un passo, lo si sa,

spazza tutta la città.

Il vento

Esce di scuola il vento e gioca e fischia

e non ha libri nè berretto in testa;

cerca viole lungo la foresta

e sopra i pioppi dondola e s’arrischia. R. Pezzani

Un prepotente

Non ho riguardi, non conosco regole:

entro dove mi pare

senza chieder permesso,

e se gusto ci piglio,

scuoto, rovescio, sibilo, scompiglio.

Sicuro! E di te pur, ragazzo mio,

anche se sei monello,

me la rido: t’investo,

ti spingo, e se mi frulla,

di colpo, trac, ti porto via il cappello.

Tanto, chi mai mi prende o mi trattiene?

Amo gli spazi liberi,

e, a chi s’oppone, grido,

sfidandoli al cimento:

“Fatti più in là che passa il signor vento!”. Domenico Mantellini

Il vento

Nel colmo della notte, a volta, accade

che ti risvegli, come un bimbo, il vento.

Solo, pian piano, viene per il sentiero,

penetra nel villaggio addormentato.

Striscia, guardingo, fino alla fontana;

poi si sofferma, tacito, in ascolto.

Pallide stan tutte le case intorno,

tutte le querce, chinate sulla piana. Rainer Maria Rilke

Il vento

Oh, che vento monello!

Ci toglie il cappello,

stronca gli alberi vecchi,

e fischia negli orecchi…

Pure, ai navigli in mare,

le vele fa gonfiare

e trapianta erbe e fiori

come i seminatori.

Tutte pari le cose:

un po’ spine, un po’ rose;

e nessun male avviene,

senza un poco di bene. A. Pozzi

Il vento

Mi piace far dispetti

piegare gli alberetti;

far volare cappelli

e rovesciare gli ombrelli.

Sollevo polveroni,

ma scaccio i nuvoloni;

i panni al sole stesi

o alle finestre appesi

asciugo in un momento:

sono il monello vento!

Il vento

Io sono la brezza

che i fiori accarezza

lo zeffiro alato

che gioca sul prato

son mano gioconda

che scherza con l’onda

respiro sferzante

che spoglia le piante.

Son aspra tormenta

che in alto s’avventa

son fiato pungente

che ghiaccia il torrente.

Mutevole e vario

spietato e bonario

crudele e scherzoso

ignoro il riposo. G. Noseda

Vento

Come un lupo è il vento

che cala dai monti al piano

corica nei campi il grano

ovunque passa è sgomento.

Fischia nei mattini chiari

illuminando case e orizzonti

sconvolge l’acqua nelle fonti

caccia gli uomini ai ripari.

Poi, stanco s’addormenta e uno stupore

prende le cose, come dopo l’amore. A. Bertolucci

Il poeta ozioso

L’arpa d’oro

pende ai salici

il canoro

vento l’agita

non le dita

mie lo tocchino

l’infinita

anima l’animi

l’arpa al vento

al sole oscilla

brilla, squilla. G. Pascoli

Via col vento

Vola vola via col vento

per il vasto firmamento

va vicino, va lontano,

vola al monte, vola al piano

per il vasto firmamento

vola vola via col vento.

Il vento

Zompa per i tetti, sbuffa nei camini

mugghia sui vetri, in rapidi mulini

inferocito sibilando s’alza

poi, gonfio d’ira, a testa bassa incalza

fra un osannante polverume passa

una ruota di tenere fronde

mentre sui muri i tubi delle gronde

sbaccanano con colpi di grancassa. I. Drago

Vento d’autunno

Nella piazza il vento alzò a vela

nembi di polvere e foglie morte.

Graffiava i vetri, urtava le porte

sbandierava per l’alto un lenzuolo.

Poi balzò in cielo, urtò con furore

le sparse nuvole. Latrava, gemeva

con mugolii sordi faceva

il cane del celeste padrone. D. Valeri

Il vento

Oh, ma che fretta, signor spazzino,

con quella scopa sembri un mulino!

“Tutte le strade devo pulire,

perchè la neve possa venire.

Col cappuccio bianco e pulito

non vuole macchie sul suo vestito.

Povere foglie! Dopo il lavoro

ad una ad una, vanno anche loro

ma sulla terra sfiorita e nera

preparan già la primavera!

Il vento

Nell’aria grigia e morta

c’è un’onda di lamento.

Qualcuno urta la porta:

– Avanti! Passi! – E’ il vento.

Vento del Nord che porta

e neve e fame e stento:

la macchia irta e contorta

ulula di spavento.

Passano neri stormi

in frettoloso oblio;

passano nubi informi.

Tutto nell’aria oscura

passa e s’invola; addio

da non so qual sventura. (G. Pascoli)

 Viene il vento

Ecco, ora viene.

Oh, che allegria!

Tutti i cappelli

ci porta via.

Come una palla

li fa ruzzolare.

Ha una gran voglia

ei di scherzare.

Poi se la piglia

coi panni al sole,

che manda in terra

a far capriole.

Fa diventare

matte le fronde,

che si accarezzano

come fan l’onde.

Sibila, spruzza

fa andar tentoni,

scuote le porte,

spazza i balconi.

Poi tace… e quieto

se ne va via

su nell’azzurro…

oh, che allegria! (P. Boranga)

Il vento

In casa. E’ sera.

E’ primavera.

Di fuori sento

fischiare il vento.

Il vento è forte:

sbatte le porte.

Passan pei vetri

ululi tetri.

Guardo di fuori:

vedo bagliori.

Sono le stelle:

sembran più belle,

son lucidate

dalle ventate.

Giù nella strada

la gente  è rada.

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Poesie e filastrocche LE NUVOLE

Poesie e filastrocche LE NUVOLE – una raccolta di poesie e filastrocche sul vento, di autori vari, per bambini della scuola d’infanzia e primaria.

Nuvoletta

“Nuvoletta” disse il vento

“Vuoi fermarti qui un momento?”

“No, non posso, devo andare,

sto nell’aria per volare”

Tutta rosa e rilucente,

per il cielo se ne andava

salutando sorridente

le sorelle che incontrava.

Ora, piccola e panciuta,

s’addensava un pochettino

diventava riccioluta

che sembrava un agnellino.

Lentamente s’allungava

distendendosi nel cielo

trasparente diventava

e leggera come un velo.

Verso l’alto si slanciava

fra le stelle a curiosare,

poi di piume s’adornava

bianco cignoa figurare.

Si tingeva d’azzurrino,

ali chiare dispiegava

e con l’oro del mattino

un bell’angelo sembrava.

Nuvole

Tutto il cielo è un immenso prato blu.

A un tratto spunta un bioccolino bianco…

s’alza, s’addensa, sboccia… eccolo, è un fiore.

Arde nel sole ed ama il sole e dona

tutta se stessa al sole, e si dissolve

nel grande ardore… Un soffio… Non c’è più.

Tutto il cielo è un immenso prato blu. Lina Schwarz

Le nuvole

Pallide nuvole soffici corrono

dentro l’azzurro del cielo s’inseguono:

se con letizia le mani si tendono,

bei girotondi giocondi ripetono;

Ma se si rotolan, strappano, spingono,

presto nel cielo l’azzurro nascondono;

ecco che tutto di grigio dipingono,

ecco la pioggia ed i tuoni che rombano.

Se poi, pentite, la pace rifanno,

senza problemi la mano si danno:

ecco che alcune già rosa si fanno;

dentro l’azzurro più soffici vanno. R. Bon

Nuvole

In una nuvola,

c’è anche un po’ di fiato

del bimbo,

del fiore,

del prato.

Dal mare blu

e dalle foglie appassite

le goccioline fin lassù son salite.

La nuvola

Ti conosco nuvoletta

che cammini sola sola

non armata di saetta

come un angelo che vola.

Ti conosco anche se il vento

che ti gonfia e ti sospinge

ti trasforma in un momento

mentre il sole ti dipinge

intingendo i suoi pennelli

nei color più vivi e belli.

Tutta rosa stamattina

tutta bianca a mezzodì

ti conosco mascherina

trasformata anche così.

Or somigli a un cavallino

sciolta al vento la criniera

ora sei la caffettiera

che trabocca nel camino

ora là nell’infinito

sembri un albero fiorito. R. Pezzani

Nuvole notturne

Oh bianche nuvolette che passate

silenziose al lume delle stelle

da qual desio, vaganti pecorelle

per i prati del ciel siete portate?

Si va, si fa. Poco di noi sappiamo

siam la rugiada e siamo la tempesta

ci guida il vento, a lui chiniam la testa

e, dove lui poggia, andiamo andiamo andiamo…

Nuvole

Che pazzerelle nuvole!

Scherzano su nel cielo…

in un momento intessono

intorno al sole un velo

poi leste quattro gocciole

di pioggia spruzzate giù

e al sole fuggendo, gridano

“Adesso asciuga tu!” L. Schwarz

Nuvoloso

Sole caldo, sole bello

perchè toglierti non vuoi

quell’orribile mantello

che ci vela i raggi tuoi?

Ogni viva creatura

sente un brivido di gel

ogni faccia si fa scura.

Guarda la nube

Guarda la nube che gioca col lampo e col tuono

guarda la luna che gioca col globo celeste,

guarda la rupe che s’alza d’un impeto al polo

e come gioca in amore col l’eco rideste!

Guarda il torrente agli scogli che mugghia, ridonda

e con la piena dell’onda rinnova la festa;

guarda la bella farfalla dal volo librato

sulla corrente, giocare col fior di giacinto:

gioca tu pure con loro, conservati bimbo

belli son tutti quei giochi che gioca il creato!

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Dettati ortografici LA PIOGGIA

Dettati ortografici LA PIOGGIA – una collezione di dettati ortografici di autori vari sulla pioggia, per la scuola primaria.

La pioggia viva

La pioggia cadeva con forza crescente e assorbiva ogni altro rumore, e non si vedeva più altro. Prendevo una scatola di latta, la posavo subito fuori, davanti alla porta di casa e, sull’istante, l’acqua mi scorreva sulle mani, sui polsi, mi colava nelle maniche; in breve la scatola era piena: guardavo l’acqua cadere nell’acqua e ascoltavo e riuscivo a distinguere il rumore che faceva. Sentivo anche, la pioggia crepitare sul legno e dappertutto vedevo l’acqua corrodere il suolo, rubargli la terra, portarla via e formare ruscelli sui pendii. Guardavo l’acqua scorrere cadere rimbalzare e correre. Impregnava le vegetazioni squassate, imbevute. Guardavo lo stirarsi eccessivo degli alberi, delle piante abbattute e risollevate e riabbattute a colpi bruschi; l’acqua riempire, velare, confondere il paesaggio; accanto a me appannare il minuscolo vetro, tremarvi su, rotolare su se stessa. Alla fine tutto il temporale se n’è andato. La pioggia continua senza tregua, ora la rete si dirada. E finalmente, altri rumori, un’automobile, una frase si sentono.

Non c’è dubbio continuerà a piovere così con uguale violenza nè più nè meno fino al primo pomeriggio.

(I. Thibaudeau, da “Ouverture”)

Pioggia di primavera

La pioggia, picchiettandola con le lunghe dita leggere, faceva il solletico alla terra e le diceva piano piano: “Svegliati”. E mormorava: “Destati!”. E poi: “Su, su, è l’ora, vestiti!”. E la terra fingeva ancora di dormire perchè nulla era più dolce di quella carezza leggera e di quel dormiveglia! Alla fine aprì gli occhi delle margherite e nei giardini restò un odore di terra bagnata. (Achille Campanile)

Che gioia camminare sotto l’ombrello, se la pioggia è leggera, ridarella, canterina. La pioggia ti aspetta una mattina sulla porta e c’è quasi il sole. Nell’aria c’è odore di strada bagnata, odore di terra da fiore. E’ più musica che pioggia. Tutto si lava, si fa bello: l’albero, il tetto, il marciapiede. Questa sì che è pioggia felice! (R. Pezzani)

Piove

Piove, e sembra un gran pianto del cielo. L’asfalto delle strade cittadine luccica; e luccicano gli ombrelli, i cappucci dei cappotti impermeabili. Nei campi, i fossi gonfi di acqua borbottano, I fiumi corrono limacciosi in piena e portano innanzi quanto hanno rapinato alle prode.

Le case quasi spariscono tra i veli della pioggia, tra i vapori che salgono dalla terra e lentamente vanno a confondersi con le nuvole grige. (G. Fanciulli)

Pioggia nel bosco

Quando piove, l’acqua colpisce le fronde degli alberi, si rompe in tante goccioline, che rimbalzano tra le foglie. La pioggia giunge a terra a stilla a stilla, scorrendo anche lungo i rami e lungo i tronchi.

In terra trova uno strato di foglie morte. Le inzuppa pian piano, le fa marcire e finalmente penetra sotto terra dove trova una falda di argilla che la porterà a scaturire in una limpida sorgente. (P. Bargellini)

Dopo un acquazzone

L’aria, lavata e fresca, odorava di terra e di verdure, e la terra inzuppata, più bruna, pareva ribollire ai raggi del sole già alto. Le piante, ancora grondanti di pioggia, stormivano leggermente, facendo fiammeggiare come diamanti le goccioline d’acqua sospese alle foglie lustre. Una luce dorata bagnava dolcemente i campi, le facciate, le siepi; filtrava tra i rami scuri, rompeva e chiazzava l’ombra verde e umida delle aiuole. (A. Soffici)

Pioggia in città

La gente è stizzita e guardinga; torme nere di ombrelli si buttano contro i muri quando rasentano le automobili e tranvai sventaglianti spruzzi gialli e lunghi dalle ruote. Solo i vigili, nei loro impermeabili neri a mantellina, raccolgono pazienti e sacrificati le acque del cielo e della terra. Un nembo livido avvolge i quartieri della periferia dai viali vastissimi e deserti di bambini, guardati da palazzi torvi tutti chiusi nei loro vetri come ammalati nei loro cappotti, forse sorpresi di sentire la pioggia precipitare nei tubi delle grondaie e pulsare, quasi sangue, nelle vene. (G. B. Angioletti)

Pioggia

Ad ogni attimo un lampo violetto o verdastro palpita, seguito immediatamente da un tuono formidabile che fa rintronare i vetri. L’acqua cade rabbiosamente; il vento la spinge di traverso e i suoi fili sono come frecce di vetro scagliate obliquamente dall’alto. Gli alberi si divincolano sotto il turbine. L’orizzonte si perde in una nebbia folta, cieca. (A. Soffici)

Pioggia nel bosco

Quando piove, l’acqua colpisce le fronde degli alberi, si rompe in tante goccioline, che rimbalzano tra le foglie. La pioggia giunge a terra a stilla a stilla, scorrendo anche lungo i rami e lungo i tronchi. In terra trova uno strato di foglie morte. Le inzuppa pian piano, le fa marcire e finalmente penetra dotto terra dove trova una falda di argilla che la porterà a scaturire in una limpida sorgente. (P. Bargellini)

Piove

Piove, e sembra un gran pianto del cielo. L’asfalto delle strade cittadine luccica; e luccicano gli ombrelli, i cappucci dei cappotti impermeabili. Nei campi, i fossi gonfi di acqua borbottano. I fiumi corrono limacciosi in piena e portano innanzi quanto hanno rapinato dalle prode.

Le case quasi spariscono tra i veli della pioggia, tra i vapori che salgono dalla terra  e lentamente vanno a confondersi con le nuvole grigie. (G. Fanciulli)

L’alluvione

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Poesie e filastrocche sulla pioggia il temporale l’arcobaleno

Poesie e filastrocche sulla pioggia il temporale l’arcobaleno la grandine: una raccolta di poesie e filastrocche per la scuola d’infanzia e primaria, di autori vari.

La pioggia

Pioggerellina, pioggerellina,

vien giù grossa, vien giù fina;

canta e ride, danza e svaria,

cento righe van per l’aria. ( A. A.)

Proverbi

Lampi di sera

bel tempo di spera.

Aria pecorina

acqua vicina.

Cielo a pecorelle

acqua a catinelle.

Il cielo si rischiara:

acqua prepara.

Prima dell’arcobaleno

Il brontolio si cangia in violento

sibilo e batte alle serrate porte;

voce di rabbia, sibilo di morte:

il vento, il vento, il vento.

Una luce sinistra, un guizzo, un vampo

ecco passa nel cielo rapidamente

aereo guizzo come di serpente:

il lampo, il lampo, il lampo.

Un tumulo, un fragore, un urlo, un suono

rauco, sfuggente, rotolante, cupo

voce d’antro di selva, di dirupo:

il tuono, il tuono, il tuono.

Il tuono, il lampo, il vento

e un’idea di sereno

tanto cruccio e sgomento

fino all’arcobaleno. (M. Moretti)

Una gocciola di pioggia

Una gocciola di pioggia

alla terra un dì guardò

e la vide tanto bella

che dall’alto si buttò.

Cadde e si trovò ruscello

fresco puro scintillante

poi divenne aspro torrente

impetuoso e spumeggiante.

Crebbe ancora e fu un gran fiume

calmo e lento fra le sponde

finchè giunse al mare unendo

a quell’onde le sue onde.

Nella notte il ciel brillava

d’infinite, chiare stelle

così limpide e lontane

così pure, così belle.

Sospirò la gocciolina:

“Vorrei essere lassù!”

Ed appena sorse il sole

gli gridò: “Tu sole,

che sei forte, che sei buono,

che a nessuno neghi amore,

dammi aiuto per salire

alla meta del mio cuore!”

Dentro il raggio il sol la prese

ve la tenne, la scaldò,

e la gocciola di pioggia

al suo cielo ritornò.

Pioggerella

Pioggerella fina fina

che dal cielo scendi giù

tu rimbalzi leggerina

sopra i fiori rossi e blu.

Beve il tetto, ride il mare,

canta lieto un uccellino;

al tuo lieve ticchettare

s’addormenta ogni bambino.

Si rinfresca il campo e il prato,

ti saluta il ruscelletto,

tutto il mondo par beato

sotto il provvido bagnetto.

Pioggerella fina fina,

che dal cielo scendi giù…

Pioggia

Che pazzerelle nuvole

scherzano su nel cielo

in un momento intessono

intorno al sole un velo.

Poi leste quattro gocciole

di pioggia spruzzan giù

e al sol fuggendo gridano:

“Adesso asciuga tu!”. ( L. Schwarz)

Canzonetta della pioggia

Già s’affacciano nel cielo

grossi densi nuvoloni

ogni pianta ed ogni stelo

si dispoglia a poco a poco.

Guizzan fulmini di fuoco

tra il rombar cupo dei tuoni.

Sopra l’arido selciato

è danzar di goccioloni.

Poi, d’un tratto, sul creato

col la furia di una piena

il diluvio si scatena.

Piove piove piove piove

oh, il monotono scrosciare

della pioggia che rimuove

che travolge, che trascina

ciò che incontra, ciò che intoppa

nella sua folle rapina:

cose vecchie, cose nuove,

è la furia che galoppa

verso il piano, verso il mare,

piove piove piove piove.

Piove piove piove piove

sopra i monti sopra i piani

hanno gli alberi intristiti

movimenti quasi umani.

Sono tutti infreddoliti

gli uccellini dentro i nidi

levan rauchi e strani gridi

le ranocchie nei pantani.

Sulle vette più lontane

le casette rusticane

nel grigiore mattinale

della pioggia torrenziale

sembran tutte linde e nuove

piove piove piove piove.

Malinconico concerto

di bisbigli e di richiami

come passano tra i rami

sinfonie di foglie al vento

musichette misteriose

delle piante e delle cose.

Dentro l’ombra del viale

non più trilli e guizzi d’ale.

Tutto geme e si commuove

nel gran pianto universale

piove piove piove piove!

Che tristezza, che tristezza

tutto è scuro, tutto è chiuso

sembra il mondo circonfuso

da un gran senso di stanchezza.

Stanno i bimbi ad ascoltare

dietro ai vetri dei balconi

quel continuo ticchettare

delle gronde sui lastroni.

Bimbi, è mesto il vostro cuore,

come il giorno senza cielo

ma verrà domani il sole

s’aprirà sopra ogni stelo

la corolla d’un bel fiore.

Torneranno le parole

della fede e dell’ardore

torneran gli azzurri incanti

della terra sorridente

sotto i cieli sfolgoranti

e sul vostro labbro ardente

canterà, bimbi, l’amore.

Pioverà? Non pioverà?

Farà brutto? Farà bello?

Dovrò uscire con l’ombrello?

Ma se uscissi con l’ombrelllo

lo so già farebbe bello.

Eppoi questo non è tutto.

Senza ombrello, ci scommetto,

muterebbe in tempo brutto.

Sole, pioggia, ma perchè

vi burlate ognor di me? ( Colombini Monti)

Acquazzone

Di nubi grige a un tratto il cielo fu

e il tuono brontolò con voce d’orco.

Si cacciò avanti, lungo lo stradone

carta foglie ed uccelli il polverone.

Si udirono richiami disperati

tonfi di imposte e d’usci sbatacchiati.

Si videro donne lottare in un prato

con gli angeli impauriti del bucato.

Poi seminò la pioggia a piene mani

tetti e vie di danzanti tulipani

tagliò il paesaggio, illividì ogni cosa

in un polverio d’acqua luminosa.

Quando si stava inebetiti e fissi

come sull’orlo d’infuocati abissi

dove il mondo pareva andar sommerso

il cielo sulle cose era già terso

e nei vetri appannati del tinello

risorrise il paese ad acquarello

sulla campagna dolcemente crespa

ronza la chiesa d’oro come vespa.

Non rimaneva dell’orrendo schianto

che il gocciolio di musicale pianto

della gronda, già buono già tranquillo;

lo raccolse morente il bruno grillo.

Coi tamburini gracili di pelle,

le rane lo portano alle stelle. ( C. Govoni )

Piccola nuvola

Dopo l’acquata, le nuvole pronte,

pigliano il volo, scavalcano il monte.

Or con la gonna di velo sottile,

la più pigra s’impiglia al campanile. (U. Betti)

Pioggia di primavera

Com’è dolce la pioggia

che sottile e leggiadra

scampanella nell’aria

oggi ch’è primavera!

E domani che festa,

quando il vento ed il sole

asciugheranno a gara

l’erba nuova del prato,

cogliere un mazzolino

di primule

e di viole,

un mazzetto fragrante,

nitido, di bucato! (Graziella Ajmone)

La pioggia

State a sentire che dice

la nuvoletta felice:

“Quando la pioggia mi scioglie

lustro le pietre e le foglie.

Per camminare sui tetti

mi metto gli zoccoletti.

Vado per orti e giardini

cantando come i bambini. (R. Pezzani)

Pioggia

I goccioloni han voglia di cantare

rimbalzando, saltellando

delle strade fan fossette

delle scarpe fan barchette.

Piove piove dappertutto

Cielo grigio. Tempo brutto.

Piove piove dappertutto.

Fan la doccia i fiorellini

nelle aiuole dei giardini

e nell’orto il seminato

beve l’acqua d’un sol fiato.

Io, se piove, non mi cruccio

vado a spasso col cappuccio. ( I. C. Monti)

Il temporale

Che succede? In un momento

calma e gaia era la terra

e di colpo… pioggia, vento,

lampi e tuoni in ciel fan guerra.

Son scomparsi gli uccellini

traman l’erbe e i fiorellini

e le piante… oh, che pietà,

par si spezzino a metà.  (A. Pozzi)

Non piove più

Non piove più. Le gocce

scendon con contagocce

dagli alberi inzuppati

che l’acqua ha rinfrescati.

Il vento, a poco a poco,

così come per gioco,

con soffi d’allegria

le nubi manda via.

Torna, torna il sereno:

guarda l’arcobaleno!

E’ già venuto fuori

con tutti i suoi colori  (I. C. Monti)

Pioggia

E’ un’arpa la pioggia, infinita,

fra terra e cielo

sottesa.

Con agili dita

tra fili sottili

di limpido argento

trascorre il vento

in brividi di seta

in rapidi fruscii

in lunghi mormorii.

Nasce dall’aspro archetto

di una fronda d’ulivo

un vivo

accordo di violino

e dall’orlo del tetto

una frangia di gocciole leggera

strimpella sul canale di lamiera. (L. P. Mazzola)

Dopo la pioggia

Dopo la pioggia viene il sereno,

brilla in cielo l’arcobaleno:

è come un ponte imbandierato

e il sole vi passa, festeggiato.

E’ bello guardare a naso in su

la sua bandiera rossa e blu.

Però lo si vede -questo è il male-

soltanto dopo il temporale.

Non sarebbe più conveniente

il temporale non farlo per niente?

Un arcobaleno senza tempesta,

questa sì che sarebbe una festa.

Sarebbe una festa per tutta la terra

fare la pace prima della guerra. (Gianni Rodari)

Piove

Piove da un’ora soltanto

ma il bimbo pensa che già

piova da tanto, da tanto

sopra la grande città.

Piove sui tetti e sui muri, piove

sul viale, piove sugli alberi

oscuri con ritmo triste e uguale. (Ada Negri)

La pioggia

La pioggia picchietta

sommessa e argentina

e narra una favola

piccina piccina

d’insetti, di passeri,

di grilli, di fiori,

di piccoli cuori.

Per loro ogni gocciola

che stride e saltella

che sfrigge e che mormora

è come una stella. (O. Visentini)

Pioggerella

Pioggerella fina fina,

che dal cielo scendi giù

tu rimbalzi leggerina,

sopra i fiori rossi e blu.

Beve il tetto, ride il mare,

canta lieto un uccellino

al tuo lieve ticchettare

s’addormenta ogni bambino.

Si rinfresca il campo e il prato,

ti saluta il ruscelletto

tutto il mondo par beato,

sotto il provvido bagnetto.

Pozzanghere

Accanto al marciapiede

brilla una pozza d’acqua

e dentro vi si vede

la nube che si sciacqua:

e dietro le veleggiano

nubi in un grande mare

che sembrano una greggia

che vada a pascolare.

Ma forse questa notte

dentro l’immensità

del cielo capovolto

un astro fiorirà:

fiorirà sul selciato

sporco della città

come un dono serbato

per chi lo scoprirà. (G. Porto)

Non piove più

Non piove più! Sui prati

sotto il raggio del sole,

tra l’erba luccicante,

s’aprono le viole.

Tra i rovi della siepe

l’azzurra vinca sboccia;

ad ogni fiore in seno

brilla una pura goccia.

Le galline sull’aia

ritornano a beccare,

e i fanciulletti garruli

riprendono a saltare.

L’aria odora di terra,

su, nel cielo sereno,

con sette bei colori

brilla l’arcobaleno. (O. G. Mercanti)

Piove

Piove. Sotto la gronda un nido è vuoto.

Beve le stanche lacrime del cielo

nel gran giardino un triste albero immoto.

Un bimbo biondo, col ditino in bocca,

guarda dai vetri, silenzioso, assorto.

Forse pensa alla neve, che, se fiocca

fa tutto bello, rifà tutte nuove

le cose morte. Chissà. Forse! Intanto

in un grigiore desolato, piove. (Zietta Liù)

Saluto al sereno

Addio, rabbia di tempesta!

Addio, strepitio di tuoni!

Vanno in fuga i nuvoloni,

e pulito il cielo resta.

Addio, pioggia! Qualche stilla

dai molli alberi si stacca;

ogni foglia, fiore o bacca

al novello sole brilla.

Consolato il mondo tace.

Su ciascuna afflitta cosa,

come un balsamo, si posa

la serena amica pace. (A. S. Novaro)

Gli ombrelli

La famiglia degli ombrelli

quando piove a catinelle

si apre tutta e, per la gioia,

non può stare nella pelle.

Balla e canta, beve l’acqua,

mulinella in braccio al vento,

ride a scrosci se diluvia,

senza il minimo sgomento.

Ma, passato il temporale,

quando il sole sbuca, ahimè,

ogni ombrello , immusonito,

torna a casa chiuso in sè. (Zedda)

L’acquazzone

E venne, dopo il vento,

d’impeto, come l’onda

che sopra il mar s’avventa.

Disperse in un baleno

gli agricoltori ai campi,

scrosciò per ogni gronda

ed allagò le strade.

Poi, senza tuoni e lampi,

quasi senza sussurro,

finì con grosse, rade

gocce. Quando nel cielo

del già chiaro orizzonte

s’alzò l’arcobaleno,

candide come un velo

di sposa, navigavano

le nubi in mezzo a un mare,

divinamente azzurro. (V. Bosari)

Dopo il temporale

Spenti in ciel gli ultimi tuoni

vanno in fuga i nuvoloni

e la pioggia viene meno.

Ecco, appar l’arcobaleno…

Qualche gocciola sospesa,

qualche farfallina illesa,

galli nuovi, erta la cresta,

ai fioretti fanno festa:

goccia un frutto, una corolla,

c’è per tutto odor di zolla,

e quel giglio s’è trovato

un vestito di bucato! (L. Carpanini)

Temporale

Un bubbolio lontano…

Rosseggia l’orizzonte,

come affocato, a mare;

nero di pece, a monte;

stracci di nubi chiare:

tra il nero un casolare:

un’ala di gabbiano. (G. Pascoli)

Piove

Piove da un’ora soltanto

ma il bimbo pensa che già

piova da tanto! Da tanto!

Sopra la grande città.

Piove sui tetti e sui muri,

piove sul lungo viale,

piove sugli alberi oscuri

con ritmo triste ed uguale;

piove; e lo scroscio si sente

giungere dalle vetrate

che versano lacrime lente

come fanciulle imbronciate.

Piove e laggiù, sulla via,

e in ogni casa, già invade

l’intima malinconia

di quella pioggia che cade.

Piove da un’ora soltanto:

ma il bimbo pensa che già

piova da tanto! Da tanto!

Sopra la grande città. ( A. Novi)

Filastrocca della pioggia

Pioggerellina, pioggerellina,

vien giù grossa, vien giù fina;

canta e ride, danza e svaria,

cento righe van per l’aria.

Pioggerella viene in fretta,

col profumo di violetta:

pioggia tiepida di maggio

nelle cose metti un raggio.

Dai fossati, a crocchi, a crocchi,

la salutano i ranocchi;

l’anatroccolo diguazza,

pioggia allegra, pioggia pazza!

La pioggia

La pioggia picchietta

sommessa, argentina,

e narra una favola

piccina piccina,

d’insetti, di passeri,

di grilli, di fiori,

di piccoli cuori:

per loro, ogni gocciola,

che stride, saltella,

che sfrigge, che mormora,

è come una stella. (O. Visentini)

La pioggia continua a cadere

La pioggia continua a cadere

e tutta la terra trafigge:

le luci grondanti e affiochite

incerte sui marciapiedi.

La pioggia continua a cadere

sottile pungente accidiosa

e tutte le strade son colme

e lacrime stillano gli alberi.

La pioggia continua a cadere,

nel grande silenzio a cadere,

ed ombre, fantasmi, s’allungano,

enormi fantasmi i palazzi. (L. Fiorentino)

Il temporale

Il cielo è carico di nuvoloni

fulmini e tuoni

fremon lassù.

La chioccia vigile

chiama i pulcini:

“Qua, piccolini,

vi coprirò”.

Ed essi corrono.

C’è il temporale

ma sotto l’ale

non treman più.

Il tuono

E nella notte nera il nulla

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo

che frana, il tuono rimbombò di schianto:

rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,

e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,

e poi vanì. Soave allora un canto

s’udì di madre, e il moto di una culla. (G. Pascoli)

Il lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d’un tratto;

come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera. (G. Pascoli)

La mia sera

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c’è un breve gre-gre di ranelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggera.

Nel giorno, che lampi! Che scoppi!

Che pace la sera.

Si devono aprire le stelle

nel cielo sì tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle,

singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto

nell’umida sera.

E’ quella infinita tempesta

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Poesie per la festa della mamma

Poesie per la festa della mamma – una raccolta di poesie e filastrocche per la festa della mamma, di autori vari, adatte a bambini della scuola d’infanzia e primaria.

Ti voglio bene

Ti voglio bene, mamma… come il mare!

Non basta: come il cielo! No, più ancora.

Mamma, ci penso già quasi da un’ora,

eppure quel nome non lo so trovare.

So che quando torno dalla scuola

i gradini li faccio a rompicollo,

per l’impazienza di saltarti al collo

e il cuoricino, puf, mi balza in gola.

Ti voglio bene quando sei vicina

e quando non ci sei: quando mi abbracci.

Ti voglio bene anche se mi fai gli occhiacci.

Ti voglio bene sempre, sai, mammina?     L. Santucci

Il mazzo di fiori

Tre garofani, due rose,

sei viole del pensiero,

cinque bianche tuberose:

un bel mazzo per davvero!

Carlo porta i fiori in dono

alla mamma: quanti sono?

Proprio quella

Chiede Lilì: “Ma dimmi, babbo mio,

come hai potuto indovinar da te,

proprio la mamma che volevo io,

proprio la mamma che va ben per me?” L. Schwarz

Fiori per la mamma

Io raccolgo roselline,

tu ranuncoli dorati

tu narcisi e pratoline

sulle rive e in mezzo ai prati.

Oh mammina, tanti fiori

raccogliamo, sai perchè?

Per l’aroma? Pei colori?

Per donarli tutti a te. D. A. Rebucci

Mamma

Quando l’ombra discende sonnolenta,

mamma, mi piace di sentir la mano

tua, che carezza i miei capelli, lenta;

sentir la voce tua che parla piano;

posar la testa sopra i tuoi ginocchi!

E quando chini il viso sul mio viso,

tutta la luce, mamma, è nei tuoi occhi,

nel tuo sereno e limpido sorriso;

e una gran pace scendo in me così,

null’altro desiderio il cuor m’infiamma,

e la gioia del mondo è tutta qui,

nella tua mano che mi sfiora, mamma!  Zietta Liù

Il bimbo e la mamma

Mammina, quante

dolci piccole stelle!

Ma le piante

sono come belve

accovacciate! Un’ombra si muove

piano, piano…

dove sei, mamma!

Prendimi per mano.

Un passo leggero

ci segue. Uno sconosciuto nero

muove le fronde…

Si nasconde

come per farci spavento!

E’ il vento.

Non è vero, mammina? E’ il vento.

Le stelle sono lontane lontane…

Sembrano carovane

sperdute nell’oscurità…

E si cercano invano!

Di là dalle stelle, che ci sarà?

Mammina, prendimi per mano. (U. Betti)

Alla mamma

Mamma, per la tua festa

io ti offro

una cesta di baci

e un cestino di stelle.

Ti offro un cestino di fiori

su cui posare la testa

quando sei stanca;

una fontana di perle lucenti

color della luna,

una ghirlanda di rose

e una montagna

di cose gentili

un cuore tanto piccino

e un amore grande così:

mamma per questo dì. L. Nason

La mamma

Che cos’è la mamma?

Oh, bambino,

tu vuoi saperlo cos’è?

Qualcosa di grande! Benchè

il tuo cuoricino

sia piccino piccino

la mamma dentro ci sta!

La mamma è lo stesso

del tuo cuore

che soffre per te

che vive soltanto perchè

tu vivi, suo tenero fiore! C. Pagani

Gli occhi della mamma

Se mi soffermo a guardare

negli occhi la mia mamma

vi scorgo uno stagno incantato.

Attorno s’innalzano gli alberi

e un’isola un poco confusa

circondan le limpide acque.

Potessi io volger la prua

della mia povera barca

verso quelle acque silenti!

I pesci più rari vi nuotano

e uccelli preziosi sugli alberi

dell’isola a me tanto cara

innalzano canti di giubilo.

Se mi soffermo a guardare

negli occhi della mia mamma

vi scorgo uno stagno incantato. Poesia popolare giapponese

Per la mamma

Filastrocca delle parole:

si faccia avanti chi ne vuole.

Di parole ho la testa piena,

con dentro “la luna” e “la balena”.

Ma le più belle che ho nel cuore,

le sento battere: “mamma”, “amore”. Gianni Rodari

Favola e sogno

Oh, la brina degli anni sui capelli!

E’ scesa lenta

e d’improvviso

è sera.

Ma nel crepuscolo ancora

l’anima ad una qualche favola s’indora

dolcemente.

Un navicello antico scivolando

su meraviglie d’acque

nel mattino

mi porta ad un’isola verde

ove sotto platani frondosi

in riva a un quieto lago

sorridono le madri:

la mia con gli occhi andalusi,

giovane come nel tempo ch’era appena fanciulla.

Non parla,

tra le braccia mi stringe al seno:

e l’aria m’avvolge

d’un canto invisibile d’uccelli

tra i rami

in mutevoli voli

dentro le folte fronde.

Oh, la brina degli anni sui capelli!

Ma io come un bambino stordito

cerco mia madre

e può ricondurmi da lei

qualche favola bella

che l’anima indora. C. Saggio

Ti voglio tanto bene

Ho pregato un poeta

di farmi una poesia

con molti auguri per te,

mammina mia;

ma il poeta ha risposto

che il verso non gli viene;

così ti dico solo:

ti voglio bene! L.Schwarz

Mamma cangura

Quale mamma si cura

del suo piccolino

più della cangura?

Anziché in passeggino

in giro lo porta

in una sorta di sporta

fatta di pelle

senza manici nè bretelle

senza cinghie nè tracolla,

e come una molla

spicca salti

lunghi e alti

mentre il suo cuccioletto

sta comodo come a letto…

Auguri mamma

Se io fossi, mamma, un uccellino

che vola nel cielo profondo

vorrei offrirti il mio canto

più dolce, soave, giocondo.

Se io fossi, mamma, una stella

che brilla nel bruno firmamento

con more e baci a cento a cento.

Ma essendo solo un bambino

e non avendo che il cuore,

ti voglio stare vicino

per dirti tutto il mio amore.

L’amore per la mamma

Mammina, mia dolce, mia cara mammina,

vuoi conoscere l’amore della tua bambina?

Il mio amore per te è lungo come una strada

che non finisce, non finisce mai,

e più cammini, più lontano vai,

non termina l’amore e non si chiude la strada. M. Remiddi

Ho fatto un mazzolino

Ho fatto un mazzolino

coi fiori del giardino

li ho colti stamattina

insieme col papà,

sono i fiori per la tua festa,

cara mamma eccoli qua:

una rosa perché ti voglio bene,

una viola perché sarò ubbidiente,

un papavero non so perché

un non ti scordar di me.

Un mughetto insieme

a un gelsomino

da quest’oggi sarò sempre

più buono

una primula vuol dire che

il primo pensiero sei per me!

Qualche ciclamino perché

dimentichi che sono birichino,

un girasole, una margherita,

perché tu sei il sole della vita!

Una rosa perché ti voglio bene

una viola perché sarò ubbidiente,

un garofano, una pansé

e tutto l’amore che c’è in me!

La mamma viene

Alla finestra

sono affaccendati insieme tre piccini.

tre fratelli.

E guardano ansiosi per la via

fra muri e siepi, così bianca e lunga,

se alfine giunge chi tarda: se giunga

la mamma, che ha promesso, andando via,

di tornare presto con le mani piene.

“Mamma! La mamma viene!”

scoppia dalle tre gole un solo grido.

E’ spuntato, là in fondo, il caro viso

di mamma, che già guarda alla finestra,

agitando un involto con la destra.

E s’affretta, s’affretta… Ecco, è vicina

e già saluta col soave riso

i bimbi ch’ella adora

ed ha lasciato triste la mattina,

lavorando di lena tutto il giorno

sol per quest’ora dolce del ritorno. D. Garoglio

Festa per la mamma

Mamma, per la tua festa

avevo preparato

un fiore di cartapesta:

gambo verde, petali rosa

vedessi mamma che bella rosa!

Ma per la strada il fiore è caduto,

o forse sull’autobus l’ho perduto.

Che pasticcio, mammina mia,

avevo imparato la poesia:

la poesia non la so più,

ora che faccio, dimmelo tu.

Posso offrirti un altro fiore

quello che nasce nel mio cuore.

Posso dirti un’altra poesia:

Ti voglio bene, mammina mia.

Per la mamma

La mia preghiera ascolta

angelo dolce e pio,

tu che in cielo ogni volta

puoi parlare con Dio.

Digli che sono piccino,

che la mia mamma adoro,

che sono birichino

ma sono il suo tesoro.

Digli che sarò buono,

che a lui mi raccomando

e che nessun bel dono

per questo gli domando. I. Alliaud

Augurio alla mamma

Quando ti levi splenda il sole

cantino gli uccellini.

Quando sfaccendi in ogni stanza

ci sia un lume di speranza.

Se accarezzi i tuoi bambini

siano un mazzetto di fresche viole;

se rammendi, se dipani

benedette le tue mani.

Se riposi a tarda sera

nel giardino della preghiera

ti sia lampada una stella,

la più chiara, la più bella.

E la notte, quando chiudi

gli occhi e al sonno ti abbandoni,

venga l’angelo a piedi nudi,

e di sogni t’incoroni. A. Rebucci

Ha detto mamma

Venite anche voi l’udrete:

ha detto proprio bene

“Mamma!” il mio uccellino;

l’ha detto, ve ne assicuro!

Voi sorridete incredule

e pensate che io vi inganni

ma no, egli l’ha detto

poco fa, distintamente.

Ma ora perchè mai

si ostina a restar muto

mentre vi chiamo

per farvelo sentire?

“Mamma” su dilla

ripeti la parola meravigliosa;

su, mio piccolo, parla,

altrimenti mi derideranno

rideranno di me.

E diranno che tua madre

ha sognato di ufire quello

che tu pure dici così bene!

Ah! Perchè taci?

E’ dunque una grazia

che tu fai solo a tua madre

il dirmi “mamma” distintamente? Anonimo del Congo

Che cosa è una mamma

Una mamma è come un albero grande

che tutti i suoi frutti ti dà:

per quanti gliene domandi,

sempre uno ne troverà.

Ti dà il frutto, il fiore, la foglia,

per te di tutto si spoglia:

anche i rami si taglierà.

Una mamma è come un albero grande.

Una mamma è come il mare.

Non c’è tesori che non nasconda.

Continuamente con l’onda

ti culla e ti viene a baciare.

Con la ferita più profonda

non potrai farla sanguinare.

Una mamma è come il mare.

Una mamma è questo mistero.

Tutto comprende, tutto perdona,

tutto soffre, tutto dona,

non coglie fiore per la sua corona.

Puoi passare da lei come straniero

poi calpestarla in tutta la persona:

ti dirà: buon cammino, bel cavaliero!

Una mamma è questo mistero. F. Pastonchi

La festa della mamma

O mamma, ti vo’ far la serenata

e ti dirò che un angelo tu sei,

donato dal Signore ai giorni miei.

Con i fiori più rari, una corona

voglio intrecciarti, mia mammina buona,

e al sole vo’ rubare i raggi belli,

per farne un serto per i tuoi capelli.

Ti donerò ogni giorno tanto amore

e specialmente se ti piange il cuore;

il cielo pregherò perchè tu viva

tanti e tant’anni, sempre più giuliva;

giuliva di vedere i figli tuoi

sempre più buoni, come tu li vuoi. T. Romei Correggi

L’infinito amore

E’ grande il cielo, e riluce di stelle,

è grande il mare e in fondo ha le sue perle,

è grande il mondo e in seno ha una gran fiamma

che brucia dentro il cuore d’ogni mamma;

e questa fiamma il suo cuore s’affina,

e la sublima, la rende divina:

le fa scordare le sue pene amare,

se un bimbo le sta in grembo a trastullare.

O amor di mamma! O nome tutto santo!

Commuovi il cuore da venirne il pianto! C. Di Bella

Essere re

Ti piacerebbe essere re

con un bel cavallo bianco

una spada d’oro al fianco,

un castello tutto per te?

Aver dietro scudieri armati,

così bene allineati

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Botanica: il giardino delle meraviglie, un semplice esperimento sulla disseminazione

Botanica: il giardino delle meraviglie, un semplice esperimento sulla disseminazione. Prepariamo due cassette, da posizionare all’aperto sul terrazzo o sul davanzale di una finestra: in una di queste piantiamo qualche seme: grano, lenticchie, piselli, qualche bulbo. Li vedremo presto  germogliare, crescere e infine fiorire. Nell’altra cassetta non pianteremo niente, e la chiameremo “Il giardino delle meraviglie”…

Coi bambini diamo le stesse cure ad entrambe le cassette, provvedendo ad innaffiare la terra, e osservando via via quello che avviene.

Cosa succederà nel Giardino delle meraviglie? Un bel giorno anche qui, pur non avendo seminato nulla, spunteranno delle piantine. Chi le ha seminate allora? Il vento, oppure un uccellino di passaggio che ha lasciato cadere un semino. Potremo così parlare ai bambini della disseminazione.

La pianta ha un solo unico fine: quello di produrre il seme; ecco perchè fiorisce e fruttifica. Quando poi i suoi semi sono maturi, la natura provvede affinchè essi siano portati il più possibile lontano dalla pianta madre.

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Tongue twisters

Tongue twisters per giocare con l’Inglese coi bambini.

Six sick slick slim sycamore saplings.

A box of biscuits, a batch of mixed biscuits.

A skunk sat on a stump and thunk the stump stunk, but the stump thunk the skunk stunk.

Peter Piper picked a peck of pickled peppers. Did Peter Piper pick a peck of pickled peppers? If Peter Piper picked a peck of pickled peppers, where’s the peck of pickled peppers Peter Piper picked?

Red lorry, yellow lorry, red lorry, yellow lorry.

Unique New York.

Betty Botter had some butter, “But,” she said, “this butter’s bitter. If I bake this bitter butter, it would make my batter bitter. But a bit of better butter– that would make my batter better.” So she bought a bit of butter, better than her bitter butter, and she baked it in her batter, and the batter was not bitter. So ’twas better Betty Botter bought a bit of better butter.

Six thick thistle sticks. Six thick thistles stick.

Is this your sister’s sixth zither, sir?

A big black bug bit a big black bear, made the big black bear bleed blood.

The sixth sick sheik’s sixth sheep’s sick.

Toy boat. Toy boat. Toy boat.

One smart fellow, he felt smart. Two smart fellows, they felt smart. Three smart fellows, they all felt smart.

Pope Sixtus VI’s six texts.

I slit the sheet, the sheet I slit, and on the slitted sheet I sit.

She sells sea shells by the sea shore. The shells she sells are surely seashells. So if she sells shells on the seashore, I’m sure she sells seashore shells.

Mrs. Smith’s Fish Sauce Shop.

“Surely Sylvia swims!” shrieked Sammy, surprised. “Someone should show Sylvia some strokes so she shall not sink.”

A Tudor who tooted a flute tried to tutor two tooters to toot. Said the two to their tutor, “Is it harder to toot or to tutor two tooters to toot?”

Shy Shelly says she shall sew sheets.

Three free throws.

I am not the pheasant plucker, I’m the pheasant plucker’s mate. I am only plucking pheasants ’cause the pheasant  lucker’s running late.

Sam’s shop stocks short spotted socks.

A flea and a fly flew up in a flue. Said the flea, “Let us fly!” Said the fly, “Let us flee!” So they flew through a flaw in the flue.

Knapsack straps.

Which wristwatches are Swiss wristwatches?

Lesser leather never weathered wetter weather better.

A bitter biting bittern Bit a better brother bittern, And the bitter better bittern Bit the bitter biter back. And the bitter bittern, bitten, By the better bitten bittern, Said: “I’m a bitter biter bit, alack!”

Inchworms itching.

A noisy noise annoys an oyster.

The myth of Miss Muffet.

Mr. See owned a saw. And Mr. Soar owned a seesaw. Now See’s saw sawed Soar’s seesaw . Before Soar saw See, Which made Soar sore. Had Soar seen See’s saw Before See sawed Soar’s seesaw, See’s saw would not have sawed

Soar’s seesaw. So See’s saw sawed Soar’s seesaw. But it was sad to see Soar so sore Just because See’s saw sawed

Soar’s seesaw!

Friendly Frank flips fine flapjacks.

Vincent vowed vengeance very vehemently.

Cheap ship trip.

I cannot bear to see a bear Bear down upon a hare. When bare of hair he strips the hare, Right there I cry, “Forbear!”

Lovely lemon liniment.

Gertie’s great-grandma grew aghast at Gertie’s grammar.

Tim, the thin twin tinsmith

Fat frogs flying past fast.

I need not your needles, they’re needless to me; For kneading of noodles, ’twere needless, you see; But did my neat knickers but need to be kneed, I then should have need of your needles indeed.

Flee from fog to fight flu fast!

Greek grapes.

The boot black bought the black boot back.

How much wood would a woodchuck chuck if a woodchuck could chuck wood? He would chuck, he would, as much as he could, and chuck as much wood as a woodchuck would if a woodchuck could chuck wood.

We surely shall see the sun shine soon.

Moose noshing much mush.

Ruby Rugby’s brother bought and brought her back some rubber baby-buggy bumpers.

Sly Sam slurps Sally’s soup.

My dame hath a lame tame crane, My dame hath a crane that is lame.

Six short slow shepherds.

A tree toad loved a she-toad  Who lived up in a tree. He was a two-toed tree toad But a three-toed toad was she. The two-toed tree toad tried to win The three-toed she-toad’s heart, For the two-toed tree toad loved the ground That the three-toed tree toad trod. But the two-toed tree toad tried in vain. He couldn’t please her whim. From her tree toad bower

With her three-toed power The she-toad vetoed him.

Which witch wished which wicked wish?

Old oily Ollie oils old oily autos.

The two-twenty-two train tore through the tunnel.

Silly Sally swiftly shooed seven silly sheep. The seven silly sheep Silly Sally shooed shilly-shallied south. These sheep shouldn’t sleep in a shack; sheep should sleep in a shed.

Twelve twins twirled twelve twigs.

Three gray geese in the green grass grazing. Gray were the geese and green was the grass.

Many an anemone sees an enemy anemone.

Nine nice night nurses nursing nicely.

Peggy Babcock.

You’ve no need to light a night-light On a light night like tonight, For a night-light’s light’s a slight light, And tonight’s a night that’s light. When a night’s light, like tonight’s light, It is really not quite right To light night-lights with their slight lights On a light night like tonight.

Black bug’s blood.

Flash message!

Say this sharply, say this sweetly, Say this shortly, say this softly. Say this sixteen times in succession.

Six sticky sucker sticks.

If Stu chews shoes, should Stu choose the shoes he chews?

Crisp crusts crackle crunchily.

Give papa a cup of proper coffee in a copper coffee cup.

Six sharp smart sharks.

What a shame such a shapely sash should such shabby stitches show.

Sure the ship’s shipshape, sir.

Betty better butter Brad’s bread.

Of all the felt I ever felt, I never felt a piece of felt which felt as fine as that felt felt, when first I felt that felt hat’s felt.

Sixish.

Don’t pamper damp scamp tramps that camp under ramp lamps.

Swan swam over the sea, Swim, swan, swim! Swan swam back again Well swum, swan!

Six shimmering sharks sharply striking shins.

I thought a thought. But the thought I thought wasn’t the thought I thought I thought.

Brad’s big black bath brush broke.

Thieves seize skis.

Chop shops stock chops.

Sarah saw a shot-silk sash shop full of shot-silk sashes as the sunshine shone on the side of the shot-silk sash shop.

Strict strong stringy Stephen Stretch slickly snared six sickly silky snakes.

Susan shineth shoes and socks; socks and shoes shines Susan. She ceased shining shoes and socks, for shoes and socks shock Susan.

Truly rural.

The blue bluebird blinks.

Betty and Bob brought back blue balloons from the big bazaar.

When a twister a-twisting will twist him a twist, For the twisting of his twist, he three twines doth intwist; But if one of the twines of the twist do untwist, The twine that untwisteth untwisteth the twist. Untwirling the twine that untwisteth between,

He twirls, with his twister, the two in a twine; Then twice having twisted the twines of the twine, He twitcheth the twice he had twined in twain. The twain that in twining before in the twine, As twines were intwisted he now doth untwine; Twist the twain inter-twisting a twine more between, He, twirling his twister, makes a twist of the twine.

The Leith police dismisseth us.

The seething seas ceaseth and twiceth the seething seas sufficeth us.

If one doctor doctors another doctor, does the doctor who doctors the doctor doctor the doctor the way the doctor he is doctoring doctors? Or does he doctor the doctor the way the doctor who doctors doctors?

Two Truckee truckers truculently truckling to have truck to truck two trucks of truck.

Plague-bearing prairie dogs.

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Dettati ortografici FESTA DELLA MAMMA

Dettati ortografici FESTA DELLA MAMMA – Una raccolta di dettati ortografici di autori vari sulla mamma e la sua festa, per la scuola primaria.

La mamma

Ogni volta che temo di rintracciare nel passato le impronte della beatitudine, mi rivedo accanto alla mamma nei pomeriggi d’inverno quando calava presto la notte, seduti a una stessa tavola, sotto la luce quieta che veniva dal globo di vetro appannato del lume a petrolio. Lei, tutta rinvoltata in uno scialle di lana celeste, cuciva con l’ago o con la macchina; io appiccicavo sopra un foglio grandi farfalle azzurre di carta… La strada era silenziosa, in casa non c’è nessuno all’infuori di noi due, soli, soli, vicini vicini, al riparo dal vento, dal freddo, dal buio, e io mi sentivo salvo e sicuro sotto la protezione della luce colma della lampada e degli occhi potenti e lucenti di mia madre. (G. Papini)

La mamma

Mi rammento che, quando ero stanco di correre, andavo a sedermi dinanzi alla tavola del tè sul mio alto seggiolino. Era già tardi… e gli occhi mi si chiudevano dal sonno; ma non mi muovevo: restavo lì fermo e ascoltavo. Come non ascoltare? La mamma parla con alcune persone… La guardo fisso fisso con gli occhi offuscati dal sonno e ad un tratto ella diventa piccina piccina: la sua faccia non è più grande di uno dei suoi bottoni, ma la distinguo nettamente e vedo che mi guarda e mi sorride… Chiudo ancor più le palpebre ed ella diminuisce, diminuisce… Ma, ecco, mi sono mosso e l’incanto è rotto. (L. Tolstoj)

La mamma

Vi è un nome soave in tutte le lingue, venerato fra tutte le genti; il primo che suona sulle labbra del bambino; un nome che l’uomo maturo e il vecchio invocano con tenerezza di fanciulli nelle ore solenni della vita, anche molti anni dopo che non è più sulla terra chi lo portava. E’ il nome della mamma. (E. De Amicis)

La mamma

La mamma! Dicono che sia buona. Sarà. Per me si tratta della donna più misteriosa del mondo. Quando dorme?  Mah. Entro in casa dopo la mezzanotte e la trovo che fruga nei cassettoni. Se mi sveglio, anche prima dell’alba, la sento camminare leggera nella stanza o parlare sottovoce col mio fratellino.

Fa, inoltre, della magia: prepara, poniamo, la valigia.

“Ho messo  le maglie, i fazzoletti, le camicie…”.

Guardo, prima di chiuderla, e vedo le maglie, i fazzoletti, le camicie… e una grossa ciambella. Come? Quando?

Insomma questo agire nascosto a lungo andare impensierisce. Di giorno sta ore e ore in mezzo a cumuli di calze. Chi rompe tante calze? Non esageriamo, i buchi ce li fa lei per restare pomeriggi interi vicino alla finestra. (C. Zavattini)

La mamma

L’aringa fu ripulita, messa in un piatto, cosparsa di olio e io e mia madre ci mettemmo a tavola. In cucina, dico, col sole alla finestra dietro le spalle di mia madre avvolta nella coperta rossa e i capelli castani molto chiari. La tavola era contro la parete e io e mia madre seduti l’uno di fronte all’altro col braciere sotto e il piatto dell’aringa sopra, quasi colmo di olio. E mia madre mi gettò un tovagliolo, mi allungò un piattino e una forchetta, tirò fuori dal cassetto un grosso pane consumato a metà.

“Non ti importa se non stendo la tovaglia?” chiese.

“Oh, no” dissi io.

E lei: “Non posso lavare ogni giorno… Sono vecchia ora.” (E. Vittorini)

La mamma

Mamma. Nessuna parola è più bella. La prima che si impara, la prima che si capisce e che si ama. La prima di una lunga serie di parole con cui si è risposto alle infinite, alle amorose, timorose domande della maternità. E anche se diventassimo vecchi, come chiameremmo la mamma più vecchia di noi? Mamma. Non c’è un altro nome. (M. Moretti)

La mamma

Le mani della mamma sono belle e buone. Le mani della mamma sono laboriose e carezzevoli. Le mani della mamma sono utili e umili, amorose e infaticabili. Sono utili perchè compiono tanti lavori. Umili perchè non rifiutano di fare qualsiasi servizio…Infaticabili perchè sono sempre attive. Guidano e sorreggono; ammoniscono e accarezzano; insegnano a bere e a mangiare, a leggere e a scrivere. (N. Salvaneschi)

La mamma

Nelle circostanze più terribili della mia vita, quando l’oceano ruggiva sotto la carena, contro i fianchi della mia nave, sollevata come un sughero; quando le palle fischiavano alle mie orecchie e piovevano a me d’intorno fitte come la gragnola, io vedevo sempre mia madre inginocchiata, immersa nella preghiera, ai piedi dell’Altissimo. Ed in me, quello che trasfondeva quel coraggio, di cui anch’io rimanevo stupito, era la convinzione che non poteva cogliermi alcuna disgrazia, mentre una così santa donna, un tale angelo pregava per me. (Giuseppe Garibaldi)

La mamma

Ogni parola diretta a tua madre sia una carezza; ogni tuo  nobile pensiero sia pensato in nome di lei; ogni tua opera buona e bella sia fatta per lei; perchè nessuno ti amerà  mai a questo mondo come ti ha amato e ti ama la mamma. (V. Guerrazzi)

La mamma

Tu ammiri gli sportivi; pensa al lavoro che compie la tua mamma ogni giorno, ai pesi che solleva, ai chilometri che percorre in casa e fuori. Tu ammiri gli eroi che sanno affrontare il sacrificio col sorriso sulle labbra: pensa alle fatiche che tua madre sopporta sorridendo. Tu sei ancora un ragazzo, ma senti che gli adulti discutono spesso di giustizia sociale, di fatiche degli operai, di paghe più o meno scarse, di orari pesanti di lavoro…Ammira la tua mamma che lavora solo per il tuo amore, ad ogni ora del giorno e della notte, ricompensata solo da un tuo abbraccio e dalla tua bontà, dal tuo sorriso e dalla tua felicità.

La mamma

Indovinate chi amo più di tutti sulla terra? Io amo mia madre. Povera mia madre! Se voi la conosceste, forse non ci capireste nulla. E’ una donna quieta come un cielo sereno, una donna alla buona, che ama il suo figliolo, come voi amate voi stessi. Quando mio padre talvolta mi sgridava, ella mi consolava, mi asciugava le lacrime, mi baciava, mi dava un trastullo, mi riconduceva alla gioia. Quando andavo a scuola, e mi ero innamorato dei libri, mia madre mi dava il denaro per comprarmeli. Ella mi ama come il suo cuore: io sono il suo cuore. (C. Bini)

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Racconti – Le buone maniere…

Una raccolta di racconti per bambini sul tema buone maniere e gentilezza, di autori vari, per la scuola d’infanzia e primaria.

La strada della cortesia

C’era una volta un principino superbo e maleducato. Non chiedeva ma le cose per piacere.

Un giorno si perse in un bosco. Incontrò una vecchina curva sotto il peso di un sacco e le gridò sgarbatamente: “Vecchia, qual è la strada della reggia?”

La vecchina si strinse nelle spalle, allungò il mento, socchiuse gli occhi e rispose: “Non saprei. Chiedilo al gatto, che sa tutto”.

“Gatto” disse il principino “Voglio tornare alla reggia. Insegnami la strada!”

“Domandalo al cane, che ha girato tanto.”

“Cane, qual è la strada della reggia?”

“Domandalo allo scoiattolo, ce vede tutto”

“Scoiattolo, voglio sapere la strada della reggia”

“Chiedilo allo scricciolo, che ode tutto”

“Scricciolo, insegnami la strada della reggia”

Lo scricciolo volò sulla spalla del principe e gli sussurrò all’orecchio: “Principe, se vuoi ritrovare la reggia, prendi la strada della cortesia e comincia col domandare le cose -per piacere-“.

Il principe capì la lezione e subito disse: “Per piacere, mi potresti insegnare la via?”

Lo scoiattolo scese dall’albero e lo accompagnò fino a una radura dov’era il cane.

“Cane, per piacere mi accompagni verso la reggia?”

Il cane lo guidò fino al bivio dov’era il gatto.

“Gatto, per favore, mi dici dov’è la reggia?”

Il gatto, scodinzolando, lo condusse fino la limite del bosco. Qui era ad aspettarlo la vecchina.

“Nonnina, per gentilezza, mi dite dov’è la reggia?”

La vecchina lo prese per mano e lo condusse fino alla porta del palazzo reale.

“Entrate, per favore” disse il principino cortesemente.

“Grazie, caro. Sono contenta, perchè vedo che hai imparato la strada della gentilezza. D’ora in poi non ti perderai più”.

(P. Bargellini)

La camicia dell’uomo felice

Un re non era affatto contento e un giorno andò da un Mago.

“Io non sono felice” disse. “Sono ricco, potente, ho un regno grande pieno di belle cose. Ma non sono contento. Dimmi cosa devo fare per avere la felicità.”

Il mago guardò dentro una caldaia dove bolliva un liquido nero come la pece, v’introdusse la sua bacchetta magica, l’annusò e disse: “Ho trovato. Ti occorre la camicia dell’uomo felice. Quando la indosserai sarai finalmente contento”.

Il re, allora, mandò i suoi soldati alla ricerca dell’uomo felice, con l’ordine di levargli subito la camicia e portarla a lui. I soldati si misero a girare per città e campagne e quando vedevano un uomo dalla faccia contenta, gli chiedevano: “Sei felice?”

“Niente affatto!” rispondeva quell’uomo. “Mi manca questo, mi manca quest’altro”. E i soldati riprendevano le ricerche.

Dopo un anno, un mese, un giorno, non avevano trovato ancora quello che cercavano e tornarono al castello a mani vuote. Il re si infuriò moltissimo e disse: “Verrò con voi e vedremo se riuscirò a trovare l’uomo felice”. Con i suoi soldati percorse mezzo regno, ma non trovava ciò che voleva, tanto che si era deciso a tornare a casa, sempre più malinconico e adirato. Una mattina sentì il suono di uno zufolo di canna. Era un’arietta allegra che metteva la gioia nel cuore soltanto a sentirla. “Andiamo a vedere chi suona” disse il re.

Trovarono un pastorello che suonava in mezzo alle sue pecorelle.

“Chi sei?” gli chiese il re.

Il pastorello lo guardò, poi si mise a ridere e disse: “Che vi importa il mio nome? Sono un pastorello felice…”

Allora il re dette ordine ai suoi soldati che levassero la camicia all’uomo felice. Ma il pastorello era così povero che non aveva neppure la camicia.

Mimì Menicucci

L’anello incantato

In una piccola casa sperduta nel bosco, vivevano un vecchietto e una vecchietta. Lui era ancor buono a intrecciare panieri, lei raccoglieva, nella buona stagione, bacche e frutti e così vivevano alla meglio, in pace e in tranquillità. E se il lavoro, talvolta, mancava, se la prendevano con pazienza e non si lagnavano mai.

Continua a leggere Racconti – Le buone maniere…

Waldorf poems and verses

Waldorf poems and verses – una collezione di poesie, motti e filastrocche, di autori vari, per la lezione di Inglese nello stile della scuola steineriana.

Hidden

Deep in the kingdom there spreads a great forest,

Deep in the forest a mountain soars high;

Deep in the mountain a high vaulted cavern,

Secret and solemn, where fools may not pry.

Deep in the cavern there stands a great granite,

Solid and silent and strong as the earth;

Deep in the granite there glistens and gleams

A radiant jewel of wondrous worth.

Paul King

The little brown bulb

The little brown bulb lies quiet and warm,

Sheltered from wind and sheltered from storm.

“Awake, Little Bulb,” call the rain and the sun,

“Wake and unfold

Your green and your gold,

For winter is done.”

Paul King

Winter and Spring

Cruel winter froze the stream,

Made all things hard with ice and snow.

The creatures shivered, the flowers died,

Nothing could live, and nothing could grow.

Then came summer’s kindly warmth,

The sun shone down with love and light.

The hard ice cracked and melted away

And life bloomed again in colours bright.

Paul King

The lighthouse

Out in the bay there’s a lighthouse,

On an island of rock on its own.

The mighty waves buffet its boulders

And the winds howl around it and moan.

But so firmly it stands on the granite,

Undaunted by wind or by sea,

And its bright beam sweeps through the stormy night

To bring the ships safe to the quay.

Paul King

Morning Verse

The sun with loving light

Makes bright for me each day.

The soul with spirit power

Gives strength into my limbs.

In sunlight shining clear

I reverence, O God,

The strength of humankind

Which thou, so graciously,

Hast planted in my soul

That I, with all my might,

May love to work and learn

From thee comes light and strength

To thee rise love and thanks.

How Beautiful the World Is

How beautiful the world is,

How blue the sky above,

How green the grass in the morning dew,

How musical the dove.

Eyes to see the colours bright,

Ears for music of delight,Nose to smell the fragrant rose,

Skin to feel the breeze that blows.

How beautiful the world is,

How blue the sky above,

God is there in all creation

Flowing forth in light and love.

Paul King

The song of the stars

The song of the stars resounds in the heavens,

The song of the sun awakens the day,

The song of my heart is the sun in my soul,

And I’ll listen, and listen, to what it can say.

P. King

A head I have for thinking deeply,

Listening, and learning, and looking with care.

Hands I have for work and creating

With fingers skillful to make and repair.

In my heart I can carry the sun

Shining with love for everyone.

Paul King

From Wibbleton to Wobbleton is fifteen miles,

From Wobbleton to Wibbleton is fifteen miles,

From Wibbleton to Wobbleton,

From Wobbleton to Wibbleton,

From Wibbleton to Wobbleton is fifteen miles.

Hickory, dickory, dare,

The pig flew up in the air.

A man in brown

Brought him down

Hickory, dickory, dare.

Higglety, pigglety, pop!

The dog has eaten the mop;

The pig’s in a hurry,

The cat’s in a flurry,

Higglety, pigglety, pop!

Hoddley, poddley, puddle and fogs,

Cats are to marry the poodle dogs;

Cats in blue jackets and dogs in red hats,

What will become of the mice and the rats?

Tumbling Jack goes clickety-clack,

Down the ladder and then comes back,

Clickety-clack, rattle and hop,

Over and down again, flipperty-flop!

The Robin’s Song

God bless the field and bless the furrow,

Stream and branch and rabbit burrow,

Hill and stone and flower and tree,

From Bristol town to Wetherby –

Bless the sun and bless the sleet,

Bless the land and bless the street,

Bless the night and bless the day,

From Somerset and all the way

To the meadows of Cathay;

Bless the minnow, bless the whale,

Bless the rainbow and the hail,

Bless the nest and bless the leaf,

Bless the righteous and the thief,

Bless the wing and bless the fin,

Bless the air I travel in,

Bless the mill and bless the mouse,

Bless the miller’s bricken house,

Bless the earth and bless the sea,

God bless you and God bless me!

(old English Rhyme)

After the Rain

Drip, drip, drip from the twigs and the leaves,

Drop, drop, drop from the drain-pipe and the eaves,

Plip, plip, plip making dimples in the sand,

Plap, plap, plap in the palm of my hand.

Driplets on the petal tips,

Droplets on the grass,

A-glistening in the sunlight

When the rain cloud has passed. Paul King

Bees

Buzzing bees, buzzing bees,

Buzzing and bumbling from flower to flower,

Sucking sweet nectar out of the bloom,

To fill with gold your honeycomb bower.

Paul King

One tired tortoise

Plodding in the Karoo,

He bumped into another one

And that made two.

Two tired tortoises

Resting by a tree,

Along came another one

And that made three.

Three tired tortoises

With feet feeling sore

Along came another one

And that made four.

Four tired tortoises

Just trying to survive,

Along came another one

And that made five.

Five tired tortoises

In a thirsty fix,

Along came another one

And that made six.

Six tired tortoises

Wished they were in Devon,

Along came another one

And that made seven.

Seven tired tortoises

Getting quite irate,

Along came another one

And that made eight.

Eight tired tortoises

Starting to decline,

Along came another one

And that made nine.

Nine tired tortoises

Prayed and said ‘Amen’,

Along came another one

And that made ten.

Ten tired tortoises drinking at a well,

Then each one yawned and said Goodnight

And slipped into his shell.

Paul King

Twelve Tiny Tadpoles (adding 2)

2 tiny tadpoles swimming near the shore,

up swam another two and that made 4.

4 tiny tadpoles playing naughty tricks,

up swam another two and that made 6.

6 tiny tadpoles in a giddy state,

up swam another two and that made 8.

8 tiny tadpoles found a little den,

up swam another two and that made 10.

10 tiny tadpoles in the mud did delve,

up swam another two and that made 12.

12 tiny tadpoles wriggling just for fun,

One called out, “There’s the stork!”,

. . . And then there were none.

(because they’d all hidden, not because they were all eaten!)

Paul King

Finger exercise rhyme

Hens at the Dish

Peck, peck, peck,

Peck, peck, peck,

The hens in the yard go

Peck, peck, peck.

First one, second one,

Third one, fourth one,

Pecking round the dish

Till the grain’s all gone.

Paul King

Left and Right

Left and Right were going to fight,

They crossed their swords in the middle of the night.

Left and Right were equally strong.

Left and Right were equally wrong!

Left and Right grew tired of the fight,

So they all shook hands and said Good-night.

The Lion and the Mouse

Lion lies sleeping, silent and still,

Along comes a mouse and thinks he’s a hill.

Up the great body the little mouse goes,

Through mane, across ear, and down Lion’s nose.

But Lion wakes up and gives a great roar,

Catches poor Mouse in his long cruel claw.

“How dare you walk over your king and your lord!

For this only death shall be your reward.”

The little mouse shivers and shudders with fright,

Tries hard to think how to put things a-right.

“Forgive my mistake, mighty Lion, I pray,

And I promise to help you too some day.”

At this Lion laughs and shakes to and fro,

But he’s now in good humour and lets the mouse go.

Days come and days go, and some hunters pass by

Who set a great lion-trap cunning and sly.

Lion walks in, unaware of the threat,

And suddenly finds himself caught in a net.

Frustrated he roars with wrath and despair;

Little Mouse hears how he’s caught in a snare.

She remembers her promise and runs without pause

To the spot where the Lion so rages and roars.

Her sharp little teeth set to gnawing the rope,

Thread after thread, now the Lion feels hope.

Soon there’s a hole and the Lion is freed.

The Mouse has kept her promise indeed!

The Fox and the Crow

A coal-black crow sits in a tree,

A morsel of cheese in his beak has he.

A fox slinks by as sly as you please,

And cunningly plots how to get the cheese.

“Oh how I admire your feathers so spry,

The sheen of your tail and the glint of your eye,

The elegant curve of your beak sharp and long –

But would I could hear your sweet voice raised in song!”

At this the crow’s flattered and quite taken in;

To impress the fox further he will now begin.

He throws back his head, and rasping and raw,

He utters a raucous, cacophonous “Caw!”

With beak all agape, the cheese tumbles out,

The fox snaps it up in his long pointed snout.

“Sing, Crow, your vanity, long as you please.

You keep your song, and I’ll have the cheese!”

The Pine Tree and the Reed

“You are small and weak,” the pine tree said

To the swaying reed by the stream below,

“Whereas I am stately, high above you,

And have far more to show!”

The reed was silent. But soon after this

A gale began to bluster and blurt.

The rigid pine tree snapped in the wind,

But the pliant reed bent unhurt.

Chatterford Market

Cabbage and carrots,

Beetroot and beans,

Spinach and sprouts,

Marrows and greens:

All of the freshest

Crispy and spry,

At Chatterford market,

Buy! Come buy!

Lettuce and leeks,

Pumpkin and peas,

Cherries and berries

And lemons to squeeze.

There’s big yellow cheese

And honey from bees

And all sorts of teas

From bushes and trees,

And cakes and pies

To feast the eyes,

Pies and pasties of every size.

There are things we all know

And things that surprise

At Chatterford Market

Under the skies.

The little bird

The little bird sighed, “Oh me, oh my!

How they will laugh if I try to fly.

If I flutter and flop, or tumble and fall,

Will the creatures all laugh at me, clumsy and small?”

But the sun shone down with a kindly face

“Just try and soon you will fly with grace.”

The bird practised hard never minding to fall,

And now the great eagle flies highest of all.

Acorn and Oak

“Oh I’ll never be big,” the acorn said

As it gazed on high to the oak tree tall,

“I’m little and round as a miller’s thumb,

I’ll never be big, I’ll always be small.”

The oak tree smiled a knowing smile,

“My trunk is thick, and my roots are deep,

My branches and twigs spread high and wide,

For birds to nest in, and bugs to sleep.

But I was an acorn too on a time,

– ‘Oh I’ll never be big, I’ll never be strong,’-

That’s what I thought many years ago…

And, dear little acorn, you see I was wrong!”

Johnny’s farm

Johnny had a little dove, coo, coo, coo.

Johnny had a little mill, clack, clack, clack.

Johnny had a little cow, moo, moo, moo.

Johnny had a little duck, quack, quack, quack.

Coo, coo; clack, clack; moo, moo; quack, quack;

Down on Johnny’s little farm.

Johnny had a little hen, cluck, cluck, cluck.

Johnny had a little crow, caw, caw, caw.

Johnny had a little pig, chook, chook, chook.

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Poesie e filastrocche sugli UCCELLI

 Poesie e filastrocche sugli uccelli – una collezione di poesie e filastrocche sugli uccelli, di autori vari, per la scuola d’infanzia e primaria.

Gli uccelli

E uccelli, uccelli, uccelli,

col ciuffo, con la cresta, col collare:

uccelli usi alla macchia, usi alla valle:

scesi, dal monte, reduci dal mare:

con l’ali azzurre, rosse, verdi, gialle:

di neve, fuoco, terra, aria le piume:

con dentro il becco pippoli e farfalle. (G. Pascoli)

Buon cuore

“Ecco” diceva il passero affamato

“la neve bianca ha tutto sotterrato,

non c’è un filo d’erba qua nell’orto.

Prima di sera certo sarò morto”.

Allora s’apre piano un balconcino

e compare il visetto d’un bambino.

Il bimbo sparge in fretta sul balcone

le bricioline della colazione.

Poi si ritira. Allegro è il passerino,

par che cinguetti un “grazie” a quel bambino. (A. Ferraresi)

Parlano i canarini

Dice la canarina al canarino:

“Ascolta un po’, mio caro maritino

lo zuccherino che ci mette qua

la nostra padroncina ogni mattina

mentre si fa la nostra dormitina,

sempre sparisce, e come non si sa”.

Allora per scoprire il mariuolo

dormono entrambi con un occhio solo.

Ed ecco vedon capitar, bel bello

il bambino di casa, un furfantello.

che pian pianino lo zuccherino tocca

e di nascosto se lo mette in bocca.

Scuotono tristi il capo i canarini:

“Che gentaglia son mai questi bambini!” (L. Schwarz)

Il gatto e l’uccellino

L’uccellino sulla pianta

ride al cielo e lieto canta

quando arriva di soppiatto

per ghermirlo un grosso gatto.

L’uccellino con un trillo

vola via felice e arzillo!

Ed il gatto a muso tetro

ci rinuncia e torna indietro. (Anonimo)

Invito alle rondini

O rondine, che torni d’oltremare,

mi presti l’ali tue sì belle e nere?

Per tutta la mia terra voglio andare

le cento sue città voglio vedere

e quando la mia terra avrò veduto

ti renderò le alucce di velluto. (A. C. Pertile)

Pettirosso

Nel giardino di un bambino

è arrivato un uccellino.

Gli occhi neri, il petto grosso

il suo nome è pettirosso.

Salta, vola tutto il dì

e fa sempre tic tic tic.

E l’autunno ci ha annunciato

il suo canto ha regalato. (Anonimo)

Mastropicchio e Verderacchia

Mastropicchio Saltapicchio

col suo becco picchia e fa:

Ticche ticche ticcetà

La Ranocchia Verderacchia

gli propone: Senti qua,

io canticchio gra gra gra,

tu accompagni ticchetà! ».

Gre gre, ticche, gre gre gre,

zumpa ticche, zumpetè!

Vien la guardia: «Cosa c’è?

Favoriscano con me,

in prigione per schiamazzo

e strombazzi da strapazzo

aggravati da rumori ».

Buona notte ai suonatori! (E. Zedda)

Il ritorno della rondine

Bimbo, ritorno al tetto ove son nata

che giovinetta ancora abbandonai

poichè la primavera è ritornata;

e sono piena di faccende ormai.

Ho sposato quel vispo rondinino

che dall’infanzia fu mio buon amico

s’acchiappo’ insieme il primo moscerino

or si fa il nido preso il nido antico.

Così, bambino, accanto a te, felici,

di padre in figlio resteremo amici. (L. Schwarz)

Scricciolo

Per star bene, a questo mondo

basta un bel nidetto tondo

dove i sette fratellini

si raccolgono vicini

fuori neve a larghe falde

dentro muschio e piume calde

si è felici nel tepore

così stretti cuore a cuore. (G. Grohmann)

Passerini

Il grosso tiglio è tutto un bisbigliare

di passerini, come un chiacchierare

sentite quanto sono birichini

sembrano proprio… un crocchio di bambini. (M. M. Orsenigo)

Casa piccola

“Quel vostro nido è piccolo,

rondini, come fate?

I vostri figli crescono

e ormai più non ci state”.

“Ci stiamo, sì, stringendoci

così, tutti vicini,

stanno più caldi e morbidi

i nostri rondinini.

Poco posto si tiene

quando ci si vuol bene”. (L. Schwarz)

Il nido

Di beccucci si contorna

sulla rama il piccol nido,

quando intende il dolce grido

della mamma che ritorna.

Poi la madre ancor s’affanna

per il loro nutrimento,

mentre il nido culla il vento

e gli fa la ninna nanna. (D. Dini)

La rondine

Rondinella,

nera e snella,

sorellina

birichina

dalla dolce primavera,

t’ho aspettata!

Sei tornata

con il sole

con le viole

con l’azzurro

e in un sussurro

voli, voli nella sera.

Io ti guardo

e ti sorrido,

rondinella svelta e nera. (Anonimo)

Preparativi

Guarda: un uccello

è sceso dalla gronda.

Frulla nell’aria,

va da fronda a fronda,

salta su tutti i pruni della siepe,

si nasconde

nell’edera un momento,

getta festoso un grido

e a lui, dal nido,

un gorgheggio risponde.

Ora una gola sola può cantare;

ma nel maggio

saranno cinque voci a cinguettare.

Ed egli cerca, cerca nelle aiuole…

Ecco che trilla al sole

e torna al nido,

lieto, portando un piccolo fuscello.

un filo d’erba, un petalo, un granello. (G. Cesare Monti)

Uccelletto

In cima a un’antica pianta,

nel roseo ciel del mattino,

un uccelletto piccino

(Oh, come piccino!) canta.

Canta? Non canta: cinguetta.

Povera piccola gola,

ha in tutto una nota sola,

e questa ancora imperfetta.

Perchè cinguetta? Che cosa,

lo fa parer così giulivo?

S’allegra d’esser vivo

in quella luce di rosa. (A. Graf)

Ad una rondinella

O rondinella che hai passato i monti,

quanti paesi hai visto uguali al mio?

Perchè non t’avvicini e non racconti?

O rondinella che hai passato il mare,

gente diversa hai visto all’altra riva?

Perchè non me lo vieni a raccontare?

Io t’ho aspettato tanto, o rondinella,

tante notizie volevo sapere,

ma tu non parli nella mia favella

e voli via col l’ali tue leggere. (M. Remiddi)

La prima rondine

C’è un tremolar d’azzurro

oggi nell’aria,

un luccicar di verde

oggi nel sole,

un vago odore

di viole appena nate.

Entra giuliva

dalle finestre spalancate

la primavera in fiore.

Io seguo con occhi sospesi

lo stridulo volo di un’ala

che rade il tetto e scompare

via nell’aria, nel sole! (A. Morozzo Della Rocca)

Uccellin

Uccellin che non ti vedo

dove canti così lieto?

Ruvida l’aria, nudi i rami

ancora è inverno e tu già canti?

“Primavera, viene, viene, viene,

io lo so, io lo so, io lo so”

Oh come folle tu canti! Ma dove?

Nel cuore, nel cuore tu canti:

invisibile ti vedo, ti sento,

nell’aria ruvida, sui nudi rami:

annunzi che viene, che sempre ritornerà! (A. S. Novaro)

Il vecchio pero e la rondine

C’era un tempo un vecchio pero

che dormiva smorto e nero

nel freddo cortile.

Sotto vento, pioggia o neve

dormiva d’un sonno ben greve!

Tutta la neve che l’inverno caccia

gli assiderava le braccia,

la pioggia acuta e sottile

lo penetrava ostile,

il crudele e triste vento

lo staffilava con accanimento;

ma l’albero nulla sentiva;

sotto la sferza della rabbia viva

dormiva dormiva dormiva.

A San Benedetto

su l’alba rosata fu vista

una rondinella vispa

calare a tese ali sul tetto.

Rondine bruna, rondine gaia!

Posata sulla grondaia,

accanto al pendulo nido

miracoloso, ed ecco

il povero albero secco

irrigidito

che tanto aveva dormito

si svegliò fra tesori

di ciocche di fiori. (A. S. Novaro)

La rondinella

Torna la rondinella,

torna di là dal mare;

ha l’ali molto stanche

e deve riposare…

Qui, sotto la mia gronda,

c’è un piccol posticino,

il sol tutto lo inonda,

quando si fa mattino.

Vieni, rondine bella,

qui il nido a fabbricar;

qui posa l’ali stanche

dal tuo lungo volar. (R. Fumagalli)

Mimmo e le rondini

E due rondini ho sentito

che facean grandi complotti

coi loro cinque rondinotti.

“C’è” dicean, “un fratellino

(non ha nido, non ha penne,

ma per certo è un rondinino),

ch’è padrone del giardino.

Non ha nido e non ha penne,

ma padrone è certamente.

Se volesse, in men che niente,

ci potrebbe far contente”.

“Vacci tu” dice una rondine.

“Vacci tu” dice quell’altra.

“Tu che sai come si parla!

Tu che mai non ti confondi!”.

La nidiata è in gran subbuglio

perchè ha visto un bel cespuglio.

“Fate presto! Che s’aspetta?

Abbiam fretta, fretta, fretta!”

“Io ci vo se ci vai tu…”

e due rondini ecco giù.

“Messer Mimmo, rondinino,

padroncino del giardino,

tu puoi farci un gran piacere.

Il giardino è da vedere,

con la veste sua gaietta

tutta verde e tutta rosa.

C’è un odor di fragoletta

che solletica la gola.

La ghiaiuzza brilla e cricchia

e canticchia la fontana.

Questo è un eden di beltà.

Ma quel gatto che ci fa?”

Ah, che gioia, detto fatto,

inseguir quel tristo gatto

che vuol male ai rondinotti.

Tra i limoni e i bergamotti

si nasconde pancia a terra,

ora è entrato nella serra,

ora casca nella vasca…

Zum! Che balzo! E sul muretto,

è scappato, poveretto,

di paura morirà.

Ma che muoia! Ben gli sta!

“Pio pio pio, buon fratellino

rondinino, fior di lino,

grazie!” pigola il nidietto. (Terèsah)

Un rondinotto

E’ ben altro. Alle prese col destino

veglia un ragazzo che con gesti rari

fila un suo lungo penso di latino.

Il capo ad ora ad ora egli solleva

dalla catasta di vocabolari,

come un galletto garrulo che beva.

Povero bimbo! di tra i libri via

appare il bruno capo tuo, scompare;

come d’un rondinotto, quando spia

se torna mamma e porta le zanzare. (G. Pascoli)

Cuculo

La canzone l’ho capita

che ricanti fino a sera

di bei fiori rivestita

fa ritorno primavera.

Tu lo narri ad ogni pianta

lo ripeti ad ogni fiore

la tua gioia è tanta e tanta

e non puoi tenerla in cuore.

Ogni cosa si ridesta

gelo e nebbia non son più

il tuo cuore è tutto in festa

sì, cucù cucù cucù! (V. Giulotto)

Passerotti

Ci ci ci, ci ci ci

anche noi siamo qui

passerotti dei prati

impazienti ed affamati

con le alucce distese

le codine protese

siamo in tanti, siamo qui

dacci il pane, ci ci ci. (Anonimo)

Cardellini

Posati

su esili fili d’erba

archi di colore

oscillano

mossi dal vento. (P. Pesce)

Due rondini

Due rondini nella luce

al di sopra della porta e ritte nel loro nido

scuotono appena la testa

ascoltando la notte.

E la luna è tutta bianca. (J. Prévert)

Uccelli

Ci ci ci, ci ci, ci ci,

fan gli uccelli tutto il dì

e preparano nidietti

per deporvi i loro ovetti.

Ci ci ci, ci ci, ci ci,

fan gli uccelli tutto il dì. (Anonimo)

Uccelli

Quando vedo gli uccelli librarsi nell’aria

planare e po buttarsi in picchiata

attraverso il cielo,

nelle profondità del mio spirito sento

un ardente desiderio di volare.

Solo un folle può dimenticare

di lodare la vita nella sua potenza

quando anche gli uccelli spensierati

la lodano ogni giorno con il loro volo. (Anonimo)

L’albatro

Spesso, per divertirsi, gli uomini d’equipaggio

catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,

che seguono, indolenti compagni di vïaggio,

il vascello che va sopra gli abissi amari.

E li hanno appena posti sul ponte della nave

che, inetti e vergognosi, questi re dell’azzurro

pietosamente calano le grandi ali bianche,

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Dettati ortografici LE ERBE DEL PRATO

Dettati ortografici LE ERBE DEL PRATO – Una collezione di dettati ortografici sul tema “le erbe del prato”, di autori vari, per la scuola primaria.

Il prato

In primavera il prato si riveste di erba verde e profumata. Fra l’erbetta tenera sbocciano le prime margheritine, le calendule, tutti i piccoli, variopinti giori di cui pochi conoscono il nome, ma che fanno il prato leggiadro e bello.

Quanti fiori!

Quanti fiori sul prato verde, nuovo. tutto imbrillantato di rugiada! Pratoline bianche con l’orlino rosso, calendule arancione, campanelle bianche e viola che di arrampicano sui cancelli, vilucchi modesti, bianchi, venati di rosso, e poi tutti i piccoli fiori di cui forse pochi sanno il nome, ma che fanno il prato così leggiadro, così variopinto, così profumato!

Sotto la siepe ancora fitta di stecchi spinosi, è spuntata la prima viola. Coraggiosamente ha sfidato i pericoli dell’ultimo freddo ed ha levato la sua testina scura fra un groviglio di foglie secche, di germogli novelli, di fili di paglia, di grumi di terra. Grazie, piccola annunciatrice della primavera.

R. Rompato

Il prato è colmo di fiori: vedi le radichelle gialle, le azzurre corolle della cicoria, le testine piumose della pimpinella, i trifogli bianchi, gialli, rossi, l’oro dei ranuncoli, il bianco rosato delle pratoline… e i fiori della malva, del tasso barbasso, i fiorellini leggeri delle veroniche, gli occhi azzurri delle genziane, i grappoletti della prunella, le creste di gallo, i tralci dell’odoroso pisello… E’ una festa di colori e di aromi; la festa della primavera. (N. A. Oddi)

I fiori

Appena la natura ripalpita ai primi soffi di primavera, ecco i fiori. Fiori dappertutto: nei campi e nei prati, sulle rive dei ruscelli, nelle siepi, nei boschi, nei giardini. Fiori che ornano con ugual grazia i vasi di cristallo e i pentolini sbocconcellati, le case dei ricchi e le modeste dimore dei poveri. (Savini)

La prima viola

E’ spuntata sull’orlo della strada, sotto la siepe, piccola, scura, profumata! E’ venuta a dire alla primavera che tra poco torneranno le rondini a rifare il nido, che tutti gli alberi, uno dopo l’altro, si copriranno di gemme, di fiori, di frutti. (Steiner)

Alla viola

Grazie, piccola annunciatrice della primavera! Tu vieni a dirci che le rondini sono in viaggio per tornare ai loro nidi, che gli alberi si sono già coperti di gemme, che il contadino prepara i lavori dei campi… Tu vieni a dirci la parola della speranza e della gioia, piccola viola che ti dondoli al vento di marzo, con delle perline di brina ancora luccicanti sul lembo delle foglie, ma con la profumata corolla spalancata a bere il calore del pallido sole.

R. Rompato

L’amemone

Fior di vento è il mio nome; e quando, a primavera, tutta la pianura si desta fremente all’alito dei primi venti, io alzo ridente la mia corolla al sole. Mi piace sentirmi curvare da quel manto leggero che piega gli steli e fa ondeggiare gli alti, solenni pioppi. E’ bello fare a rimpiattino con gli aguzzi ciuffi d’erba che, timidi, si affacciano a cercare il sole.

R. Rubatto

Fiori selvatici

In primavera, quando tutto rinasce nella natura, è una gioia osservare il verde delle erbe e del fogliame riprendere la sua rivincita sulla bianchezza delle nevi. Gli steli delle erbe, che possono rivedere la luce, perdono la loro tinta rossastra per diventare di un bel verde. I prati sono screziati da moltitudini di fiori e qui ecco ranuncoli, anemoni e primule sbocciate a mazzi, più lontano il verde scompare sotto il niveo biancore del grazioso narciso.

G. Reclus

Risveglio dei fiori

Al mattino, appena il cielo biancheggia ad oriente e spegne ad uno ad uno i suoi lumi, appena le nuvole cominciano a colorarsi di tinte d’opale, d’argento, d’oro, di porpora, i colori dei fiori cominciano a distinguersi fra le erbe sempre meno scure, e prima i bianchi e i gialli, più tardi i rosei, i cilestrini, i blu. Presto presto, se il cielo non sia nuvoloso o piovoso, le pratoline sciolgono le cuffiette, i vilucchi calano i cappucci, si aprono le campanelle e i gialli soffioni e le cicorie somiglianti a fiordalisi.

Paolo Lioly

Fiori di campo

Sbocciano in piena libertà, all’aria aperta della campagna. Danno un aspetto vago all’erba dei prati, inghirlandano a festa la spalliera delle colline, riempiono di profumo le gole dei burroni e il silenzio delle ombrose valli. (Collodi)

Fiori di campo

Li trovate dappertutto: lungo la strada, lungo i viottoli, lungo i fossi, lungo le prode, su per i greppi, nelle aiuole degli orti e dei giardini. Si direbbe che questi piccoli e graziosi amici stanno a far capolino fra l’erba per sorridere mentre passate, per darvi il bene arrivato e per rallegrarvi la strada. (Collodi)

Fiori di campo

Entrate nel bosco ed ecco venirvi incontro il mughetto con le sue campanelline d’argento e la violetta dal profumo delicato; fra quel ciuffo d’erba verde biancheggia l’elegante margheritina, e in mezzo ai campi di biade, spicca il rosso fiammante del rosolaccio e la tinta azzurra del fiordaliso. (Collodi)

I fiori

I fiori vivono e parlano. Il profumo è il loro respiro, il colore la loro voce. La rosa ho un linguaggio e il garofano dice parole diverse dalla violetta. Così ogni fiore ha la sua voce e dal giardino e dal prato si alza un coro di profumi. (Salvaneschi)

Il prato

Il prato era tutto brullo, con pochi ciuffi di erba inaridita dal gelo. E’ bastata una mattina di sole, è bastata una lieve pioggerellina di primavera ed ecco che il prato si è ricoperto di erbetta tenera e profumata; ecco gli insetti ronzare intorno ai primi fiori, ecco le pratoline aprire gli occhietti meravigliati, ecco le violette esalare il loro delicato profumo.

Il prato

Sul prato cresce l’erba, talvolta così disprezzata che molti la chiamano erbaccia. Non è erbaccia, è il fieno profumato per alimentare il bestiame, è il foraggio per l’inverno, quando il gelo avrà ucciso tutte le piante; è la bellezza del prato, è una meraviglia della natura.

Il prato

Certamente ti piace correre per i prati, sdraiarti fra la verde erbetta, cogliere i fiorellini che sbocciano al tiepido sole di primavera. Ebbene, quando ti sarai sfogato a correre, a saltare, a cogliere fiori, fermati un momento a guardare, da vicino, l’erba dei prati. Vi scoprirai tante cose: vedrai che mondo pieno di meraviglie è quel prato che tutti calpestano senza badarci.

Le piantine del prato

Povere piantine, calpestate da tutti, urtate, lacerate, strappate! Sembrerebbero destinate a morire appena nate. E invece, la natura, materna anche con loro, le ha dotate di tessuti resistenti, capaci di guarire dalle ferite più profonde. Osserva queste piantine e vedrai come si sono adattate a vivere dovunque hanno trovato un po’ di terra, un po’ di sole, una goccia d’acqua.

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Esperimenti scientifici per bambini – OOBLECK

Esperimenti scientifici per bambini – OOBLECK. Un esempio  di fluido non-newtoniano davvero economico e semplicissimo da ottenere è l’oobleck, una sospensione di amido di mais e acqua.

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Esperimenti scientifici per bambini

Oobleck

Scopo

Esplorare le proprietà di un fluido non newtoniano.

Età

Dai 4 anni.

Materiali

2 parti di amido di mais

1 parte di acqua

Colorante alimentare (se vuoi)

Una teglia di alluminio e un contenitore di plastica

Una traccia audio da 40 50 o 63 Hz (cerca su YouTube)

Il miglior altoparlante che riesci a trovare.

Note di sicurezza

Finché usiamo ragionevolmente i materiali questa è un’attività molto sicura.

Presentazione

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Corpo della bambola Waldorf con arti snodati

Corpo della bambola Waldorf con arti snodati – Qui propongo una variante meno “Waldorf” per il corpo della bambola, utilizzando per braccia e gambe gli snodi da bambola o orso (cartamodello per testa di 25cm di diametro)

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Posare il cartamodello sulla maglina messa a doppio, tracciare e ritagliare una volta il corpo e due volte braccia e gambe. Cucire seguendo le istruzioni presenti sul cartamodello.

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Preparare quattro snodi per bambole o orsi.

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Rivoltare il corpo della bambola sul diritto, attraverso l’apertura del collo.

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Per rivoltare gli arti, invece, è necessario praticare con le forbici un foro, come mostrato nelle immagini. Il foro servirà poi ad inserire imbottitura e snodo.

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Imbottire come spiegato per la bambola waldorf, aiutandosi con una bacchetta cinese.

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Inserire nel foro lo snodo, come mostrato nella foto, e cucire tutto intorno.

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